15 secondi.

Israele
di Tamida Bruckmayer
Con questa bellissima foto sul mare, della Tayelet di Ashkelon, voglio ricordare una delle più belle città che Israele ha.
Un bellissimo panorama che può fare invidia alle più belle spiagge del mondo.
Una città in cui ho vissuto, passeggiato, in cui sono cresciuta e dove ho imparato a conoscere questo bellissimo Paese.
Ieri, pur non vivendo più in questa città, i miei occhi non si sono potuti staccare dagli allarmi missilistici lanciati sulla applicazione Red Alert. Ogni due minuti.
Il mio cuore a mille, e i miei ricordi, mi hanno riportato a quei giorni in cui hai 15 secondi per salvare la tua vita. Chi non vive ciò non potrà mai capire il valore di 15 secondi. In questi pochi secondi il missile fa la sua strada da Gaza verso Ashkelon.
E voi… che vivete all’estero, come ebrei avete una grandissima possibilità.
Nel mondo di oggi, dove ognuno racconta su Facebook ed Instagram la sua vita, raccontate al mondo cosa fanno le persone che vivono al sud di Israele in 15 secondi. Al mondo che fa finta di non vedere e non sentire. Devono sapere.
Ho una immagine che mi accompagna.
Una giovane madre di 30 anni con una bimba di un anno, è piena notte; alle 2:00, l’allarme sveglia tutta la casa.
La bimba, svegliata all’improvviso, scoppia a piangere e la madre corre a prenderla in braccio. Sono passati già 5 secondi…
Nella seconda stanza della casa, una voce grida “Lehi al tidaghi” “(Vai, non ti preoccupare).
È il padre della giovane madre, un signore anziano, collegato ad un apparecchio di ossigeno casalingo, che dice a sua figlia “Vai vai… non hai tempo di prendere anche me, finché sollevi l’apparecchio, finché scendi le scale con me piano piano, non c’è tempo… figlia mia… vai”.
Sono passati 10 secondi.
L’anziano padre alza la poca voce che ha, dicendo nervoso a sua figlia “Tirdi, tirdi cvar ein lah zman al tehaki li” (Scendi, scendi giù, non hai tempo per aspettarmi”).
Un vicino, sentendo le urla della figlia in ansia,  corre spalancando la porta, apre e accompagna il signore piano piano fino alla soglia delle scale.
Il tempo di chiudere  la porta… Un silenzio fortissimo… BUM!!! …15 secondi sono passati.
Tre generazioni si tenevano la mano, un anziano signore, la mia amica, giovane ragazza, e la piccolina: il frutto di una nuova generazione e la madre che la abbracciava e le diceva “zeu, ze aharon, al tidaghi, lo hiui od”. (Ecco è l’ultimo, non ti preoccupare, non ne verranno più).
Un’immagine che si è trasformata nel mio cuore in una preghiera, che le sue parole siano fatti e che veramente sia l’ultimo.
Sono passati, da quel giorno, quattro anni.
I miei più lunghi 15 secondi nella vita.
Non dimenticherò mai la voce di quella giovane madre che si è trovata di fronte alla scelta se salvare sua figlia o lasciare indietro il suo anziano padre.
15 secondi che mi rimarranno sempre nel cuore ed ogni notte ed ogni allarme, pur non vivendo più lì, i miei pensieri sono con chi vive lì, con chi deve affrontare queste difficili scelte.
Oggi quella piccola bambina ha quattro anni e un fratellino di un anno.
Ieri, la ragazza era lì a promettere ai suoi bambini che non ci sarà un’altra notte così.
Perché la speranza è sempre quella che vince, perché nonostante tutto nessuno sa affrontare come noi con coraggio e spirito forte i nostri “esami” di fronte al nemico.
Come non mi dimentico l’ansia tra il silenzio e il botto dei missili di Kipat Barzel (scudo protettivo), non mi dimenticherò mai ciò che ogni secondo mi ha riempito di gioia. Ebrei, olim dalla Russia, dalla Francia, dall’Etiopia, religiosi e no, persone con asciugamani sulla testa uscite di corsa dalla doccia, donne in pigiama abbracciate dai mariti che tenevano i bambini sull’altro braccio.
Giovani che avevano sulle braccia bambini di vicini che non potevano in 15 secondi farcela da soli e portare tutti giù dalle scale.
Tutti lì, insieme … stringendosi mano nella mano, cantando insieme Am Israel hai, be iahad nenazeah – Il popolo ebraico è vivo e insieme vinceremo.
Applaudendo “olè” ad ogni risposta della nostra Kipat Barzel contro i loro missili.
L’umore e la unione di queste persone sconosciute che sono venute da ogni parte del mondo, da una cultura diversa, che si trovavano lì insieme uno vicino all’altro cantando Am Israel Hai.
Un minuto che mi ha riempito di gioia, di orgoglio di far parte del popolo ebraico.
Un minuto che mi ha accompagna ogni giorno ed ogni ora della mia vita.
Un popolo che sempre ha incontrato nemici, ma pur sempre nei momenti difficili ha saputo tenere l’umore alto ed essere fiero di chi è.
Quando finisci la scuola ebraica, sei pronta, matura ad affrontare il mondo, ma nessuno ti prepara ad affrontare scene del genere; ma un pensiero ti rafforza e ti porta avanti, ti accompagna in ogni posto dove ognuno di noi si trova oggi.
Gli anni passano, ognuno ha preso una strada diversa per il suo successo nel mondo, ognuno vive in un altro Paese, ma un pensiero è sempre nel nostro cuore, non importa dove siamo: “abbiamo un solo Stato, una sola casa, Israele”.
E non saranno certo 15 secondi a farcelo dimenticare.
Questa è la nostra casa e siamo qui per restare, per chi avesse dubbi.
Am Israel hai!
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