A Shavuot celebriamo la sottomissione al Signore

Di: 

Ufficio Rabbinico di Milano

29/05/2017

E Dio disse: io sarò con te e questo (che vedi) ti sarà come segno che Io ti ho mandato; quando porterai il popolo fuori dall’Egitto, servirete Dio su questo monte (Es. 3;12).

Questo versetto è parte del racconto della Rivelazione di Dio a Mosè nel famoso roveto ardente, occasione in cui Dio si trova a dover insistere per poi costringere il reticente Mosè ad accettare l’incarico di Suo emissario.

Circa tre mesi dopo, il nascente popolo ebraico si trova effettivamente alle pendici di “questo monte”, pronto per ricevere la Torà.
L’uscita dall’Egitto, i miracoli del Mar Rosso, la guerra contro Amalèq, sono episodi che, occorsi nell’arco di questi tre mesi, hanno contribuito alla consapevolezza degli ebrei di essersi definitivamente liberati dall’oppressione egiziana.

Tuttavia era ancora latente la presa di coscienza della sottomissione a Dio.

Il primo dei “dieci Comandamenti”, recita così:
Io sono l’Eterno tuo Dio che ti ha tratto dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi (Es 20;2).
A una lettura approfondita non si evince da questo versetto alcun comandamento, bensì un’asserzione; pure se la Tradizione Ebraica non parla di “dieci comandamenti”, ma di “dieci espressioni”, dunque non vi sarebbe la necessità di giustificare il motivo della prima asserzione, è pur vero che tutti gli altri nove detti rappresentano degli ordini – positivi o negativi – di Dio al Suo Popolo.
Nella sua prima interpretazione a questo verso, Rashì sembra rispondere a questa domanda:
“…che ti ha tratto dalla terra d’Egitto…”:il fatto che sarete sottomessi a me, è già di per sé motivo sufficiente per avervi tratto dall’Egitto.
Vero dunque che il primo detto è un’affermazione e non un ordine; tuttavia, con questo, Dio vuole ribadire il patto che già aveva stabilito con Mosè e il Popolo, ancora schiavi in Egitto; il Popolo –nonostante tutto ciò che aveva passato – aveva ancora dubbi di fede, ed è per questa ragione che prima di imporre i Suoi precetti, Dio decide di ribadire “il contratto” che da mesi ha già legato il Popolo a Lui e grazie al quale sono sopravvissuti a pericolose vicissitudini che sono susseguite dopo la fuga dall’Egitto.

La lettura della Parashà del primo giorno di Shavuòt, inizia dal verso in Esodo, 19;1: “nel terzo mese dall’uscita dei figli d’Israele dalla terra d’Egitto, in questo giorno giunsero al monte di Sinai”.
In un noto commento, Rashì spiega: la Torà avrebbe dovuto scrivere “in quel giorno”; il fatto che invece specifichi “in questo giorno”, ci insegna che la Torà deve essere per noi sempre nuova, come se venisse data oggi.
L’universalità dei “nove” comandamenti, deve per forza passare attraverso l’accettazione del giogo Divino e  il primo passo per attualizzare la Torà, è quello di riconoscere Dio come nostro Supremo Padrone: fintantoché daremo la precedenza alla nostra limitata razionalità, alle nostre assolute esigenze di comprensione e alle nostre umane emozioni, non saremo in grado di ricevere “oggi” il dono della Torà.

 

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