Purim, un insegnamento a non abbandonare D-o

Di: 

Ufficio Rabbinico

09/03/2017

Leggendo attentamente le vicende narrate nel Libro di Estèr, avremo non poche difficoltà a capirne la trama e a seguirne il filo logico.

Gli avvenimenti narrati nella prima parte, dal banchetto di Achashveròsh fino al capitolo 6, dove “le sorti” iniziano a ribaltarsi, non sono affatto chiari.

L’allontanamento di Vashtì, la conseguente scelta del re di sposare Estèr che quindi diviene regina, il fatto che Estèr, per ordine di Mordekhài, non rivelò al re di essere ebrea, il modo ed il momento in cui Amàn viene elevato agli alti ranghi del regno, la decisione di Amàn di “circuire” il re suggerendo l’eliminazione di un “popolo sparso e diviso… che non vale la pena tenere in vita” (Meghillà 3:8). Tuttavia, improvvisamente – anche senza motivo evidente – una sera il re insonne legge che Mordekhài gli salvò la vita dal complotto di due ministri e da quel momento la vicenda assume un aspetto diverso non solo nei fatti ma anche nella narrazione, che prosegue fino alla fine su una strada ben definita verso una trama a lieto fine.

È noto come molti aspetti nella Meghillà siano nascosti a partire dal nome stesso di D-o che non vi appare, come suggerisce il nome stesso di Estèr “Anokhì hastèr astìr -“Io nasconderò il mio volto…” (Deut. 31:18).

Una delle spiegazioni possibili è il fatto che gli ebrei dell’epoca hanno deliberatamente deciso di abbandonare D-o, riponendo la loro fiducia in un re e nel suo governo, apparentemente benevoli nei loro confronti. Il caso e la confusione sono gli elementi che prevalgono nella prima parte della Meghillà, a partire da quando “dopo questi avvenimenti, il re Achashverosh innalzò Amàn…” (Ester 3:1); chi era costui? Da dove arriva?  I Maestri spiegano che “dopo gli avvenimenti narrati” – l’orgogliosa partecipazione degli ebrei al banchetto e la scelta di Estèr come regina che assicurava ulteriore tranquillità – appare questo Amàn che viene lasciato libero di agire a suo piacimento. Amàn è il risultato ovvio della situazione in cui gli ebrei si erano messi. Non è una coincidenza il fatto che Amàn stesso usi “il caso e la sorte” (Meghillà 3:7)  per decidere quando colpire mentre probabilmente, una volta ottenuto l’avvallo del re, avrebbe anche potuto agire subito. I Maestri spiegano che mentre l’ebreo è guidato da D-o, il resto del mondo è guidato dalla sorte; ma quando l’ebreo abbandona la strada della Torà viene anch’egli lasciato al caso e al destino. Troviamo riferimenti a ciò nella Torà stessa: negli avvertimenti citati in Bekhuqotài, la parola “qéri” si riferisce all’occasionalità con cui gli ebrei servono D-o, e la stessa occasionalità con la quale di rimando D-o si occuperà di loro (Levitico 26:23,24…). La Torà poi ci descrive il modo in cui D-o si rivela al profeta Bilàm, ossia sempre in maniera temporanea e occasionale (Numeri 23:4 e commento di Rashì).

Se il popolo ebraico decide di staccarsi dal giogo Divino, il giogo Divino si staccherà da loro (vedàsi a questo proposito anche Shemuèl I, Cap. 8)
Quando gli ebrei abbandonano D-o, questi si “nasconde” esattamente come avviene nella vicenda di Estèr e di conseguenza il mondo e la vita degli ebrei stessi vengono gestiti dal caso, lasciando tutto nel caos. Solo dopo il profondo pentimento del popolo, il digiuno, il rinnovato amore per la Torà, D-o torna a rivelarsi e si risveglia dal suo torpore, tornando ad occuparsi in maniera amorevole e diretta del suo popolo e salvandone… le sorti.

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