Kesher, una serata per approfondire e riflettere sul ruolo del rabbino fra passato e presente

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di Roberto Zadik (video di Orazio Di Gregorio)
In ogni Comunità il Rabbino ha sempre rappresentato una figura fondamentale di maestro, di guida spirituale e di giudice nei Tribunali Rabbinici. Ma cos’è cambiato dall’Emancipazione ai Primi del Novecento, quali sono state le principali figure rabbiniche milanesi agli inizi del Ventesimo secolo e cosa caratterizza un rabbino? Su questo e su molti altri temi si è discusso martedì 6 febbraio nella serata di Kesher “I rabbini milanesi del 900’” condotta da Rav Roberto Della Rocca e dal Rabbino Capo Rav Alfonso Arbib, Rav Elia Richetti e il Direttore del Cdec Gadi Luzzato Voghera.

A cominciare il discorso è stato proprio Voghera che ha iniziato con qualche importante considerazione storica. Durante la serata, tenutasi presso la Residenza Arzaga, Voghera si è  soffermato sul ruolo “di maestro e di giudice” del rabbino che poi a Milano e in altre località italiane.

Secondo lo storico il ruolo del rabbino si è molto trasformato in poco tempo diventando “custode della tradizione religiosa, specialmente nelle piccole e assimilate Comunità, ricoprendo anche funzioni di ufficiale di stato, celebrando matrimoni, funerali e altri riti e controllando la kasherut”. Nella sua relazione Voghera ha spiegato che spesso e volentieri i rabbini concentravano più funzioni nella stessa figura, considerati sempre di più, personaggi politici totalmente dipendenti dalle Comunità di riferimento e legati ad esse da “contratti capestro” che prevedevano condizioni decisamente sfavorevoli.

Tre grandi rabbini

Ma chi erano in quelli anni alcuni rabbini di grande rilevanza e cosa accadeva a Milano? Su questo aspetto si è soffermato Rav Richetti che ha efficacemente illustrato tre grandi personaggi, quelli rappresentati nella locandina dell’evento, come Rav Alessandro Da Fano, Rav Castelbolognesi e Rav Ermanno Friedenthal, suo nonno nato in Ungheria, personaggio straordinariamente carismatico e forte, vissuto nei durissimi anni del fascismo e della Shoah e in prima fila nella ricostruzione comunitaria milanese fino alla sua morte nel 1970.

Rav Da Fano è stato Rabbino Capo milanese nel 1900 insediatosi come successore di Rav Prospero Mose Ariani e grande studioso di Halakhà allievo di maestri prestigiosi come Avraham Vivante che aveva studiato col figlio di “un gigante dell’ebraismo sefardita come il Chisdà” ha ricordato Richetti. Nel suo affresco storico e biografico, il Rav ha descritto Da Fano come “uomo rigoroso, conservatore che seppe controbattere assimilazione e crescente lassismo verso le pratiche religiose e impegnandosi, nella Prima Guerra Mondiale, a dare preziosi consigli ai tanti soldati ebrei italiani quando si trovavano in casi difficili come combattere contro altri correligionari di altri Paesi”.

Rav Castelbolognesi successe immediatamente a Da Fano che morì nel 1935 arrivando a Milano da Padova: era un valente rabbino e insegnante alla scuola ebraica di allora, alternando umanità e fermezza come quando si rifiutò di recitare i Salmi al funerale di una persona che “aveva i bottoni del pigiama cuciti con disegni a croce”. Un personaggio di spicco che però all’arrivo dei tedeschi a Milano si rifugiò per lungo tempo in Svizzera.

Al suo ritorno venne eletto il futuro Rabbino Ermanno Friendenthal. Nato in Ungheria il 10 marzo 1880 “mio nonno era dotato di tenacia e ingegno, appassionato studioso di lingua ebraica e Talmud, a 22 anni, dopo un periodo a Vienna arrivò in Italia a Firenze dove studiando Botanica divenne Hazan in solo un anno. Parlava varie lingue, ungherese, yiddish, francese e latino e velocemente imparò anche l’italiano”. Un talento versatile e uomo brillante visse una vita molto turbolenta e intensa, diventando rabbino prima a Firenze e poi a Gorizia e tornando nel suo Paese assieme allo scoppio della Prima Guerra Mondiale dove venne però accusato di bolscevismo.

Sposatosi con Amelia Campagnano, padre di quattro figli, cambiò spesso nazione e città, visse prima a Verona, dove riuscì a scappare proprio quando i tedeschi arrivarono in città e nella sua casa ma “non trovarono nessuno” e poi a Milano sotto falso nome: aveva trasformato il suo cognome in Valpace e falsificando tutti i documenti che certificavano che fosse “nato nel Sud Italia”.  Ricostruendo la sua esistenza, Richetti, ha sottolineato il coraggio e la paziente determinazione di quest’uomo, il sottile e pungente senso dell’umorismo e il grande magnetismo “quando entrava in una stanza tutti si alzavano”. “Mio nonno si occupò di tutti gli aspetti della vita comunitaria, vide la rinascita e l’esplosione di vitalità subito dopo la fine della Guerra dove nel 1946 celebrò 384 matrimoni ebraici solamente in anno, tanta era la voglia di ricominciare e di vivere dopo quello che era successo.” “Mio nonno” ha concluso il Rav “continuò a lavorare fino all’ultimo, era molto rigoroso e preciso nelle tefillot e una volta chiese spiritosamente a un hazan se durante Kippur avesse digiunato visto che aveva mangiato tutte le parole della preghiera. Morì a 84 anni il 26 settembre 1970”.

Il Rabbino oggi

In conclusione Rav Arbib si è invece addentrato nei compiti e nelle caratteristiche che ogni Rav dovrebbe avere. Il Rabbino Capo ha iniziato il suo interevento sottolineando che “stasera abbiamo parlato di personaggi straordinari, che hanno vissuto situazioni e momenti terribili e che in confronto a loro, pur con tutti i nostri problemi e divisioni noi viviamo in un buon periodo”. “Citando varie fonti bibliche e Talmudiche e il momento in cui Mosè ha nominato come guida del popolo Giosuè, Rav Arbib ha messo in luce alcune caratteristiche caratteriali fondamentali di un Rav. “Il Rav fra le sue qualità” ha specificato deve “essere moderato ma fermo, saper prendere posizione quando serve senza dare ragione a tutti, capire le opinioni, senza farsi influenzare, conoscere lo spirito della sua epoca e della sua Comunità”. Alla fine della serata Rav Della Rocca, si è soffermato sulla leadership del Rav e sul fatto che “egli deve essere in grado di guidare il suo popolo mantenendolo sano e salvo occupandosi della Comunità e tenendola unita permettendole di crescere e di coesistere in armonia”.

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