Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Il contesto è una delle storie più conosciute della Bibbia. Nel Giardino dell’Eden, la prima coppia umana ha tutto ciò che potrebbe desiderare, tranne una cosa: un albero del quale è proibito mangiare. Naturalmente, è proprio quella l’unica cosa che desiderano. Mangiano il frutto, i loro occhi si aprono, perdono l’innocenza e provano vergogna. Quando sentono la voce di Dio, cercano di nascondersi. Dio chiede loro che cosa hanno fatto: Adamo dà la colpa a sua moglie, lei al serpente. Il risultato è il paradiso perduto.
Subito dopo, però, accade qualcosa di strano. Dio annuncia ad Adamo che dovrà affrontare una vita di fatica e che un giorno tornerà alla polvere. Poi leggiamo: «Tu sei polvere e alla polvere ritornerai». Poi l’uomo diede a sua moglie il nome di Eva, perché sarebbe diventata la madre di ogni essere vivente. Poi il Signore, Dio, fece per Adamo e sua moglie abiti di pelle e li vestì. (Genesi 3:19-21)
Perché, proprio in quel momento, Adamo dà a sua moglie un nuovo nome? E perché Dio, mentre li sta allontanando dall’Eden, compie un gesto di benevolenza e li veste? L’atmosfera cambia improvvisamente: l’accusa e la vergogna lasciano spazio a una nuova tenerezza.
La risposta, suggerisce Rabbi Sacks, si trova nella consapevolezza della mortalità. Quando Adamo sente le parole «polvere sei e alla polvere ritornerai», comprende per la prima volta che la sua vita è limitata. Ma allora si ricorda che Eva avrebbe dato alla luce dei figli. Anche se l’uomo muore, qualcosa di lui può continuare a vivere attraverso i figli: i suoi geni, il suo esempio, i suoi ideali e la sua influenza.
Questa è una delle idee fondamentali dell’ebraismo: non sconfiggiamo la morte costruendo monumenti, ma trasmettendo ciò in cui crediamo alle generazioni future. La vera continuità non è fatta di pietre, ma di persone.
A questo punto Adamo comprende anche che Eva non è semplicemente una sua assistente o un’estensione di se stesso. Senza di lei, non potrebbe avere figli e non potrebbe trasmettere nulla alle generazioni future. Per la prima volta la vede come una persona pienamente distinta da lui e le dà un nome proprio: Chava, Eva, «colei che dà la vita».
Qui avviene una svolta decisiva. Prima Adamo la chiamava semplicemente ishah, «donna», un termine generico. Ora le dà un nome. Un sostantivo indica una categoria; un nome, invece, indica una persona nella sua unicità. Le cose possono essere sostituite; le persone no.
È questa unicità a dare alla vita umana dignità e sacralità
L’amore non è rivolto all’umanità in astratto, ma a una persona concreta, con il suo volto, la sua voce, la sua storia. Proprio perché sappiamo che la persona amata è mortale e insostituibile, l’amore umano è fragile e, nello stesso tempo, capace di avvicinarsi all’eternità.
Secondo Rabbi Meir, gli «abiti di pelle» con cui Dio riveste Adamo ed Eva possono essere letti come «abiti di luce». È un’immagine sorprendente: proprio mentre lasciano il paradiso, la coppia viene avvolta da una luce divina.
Forse il significato è che, quando impariamo a riconoscere nell’altro una persona unica e insostituibile, vediamo in lui o in lei l’immagine di Dio.
Questo spiega anche il rapporto tra i due nomi principali di Dio: Elokim e Hashem. Elokim è Dio come forza creatrice, autore della natura e dell’universo. Hashem, invece, è Dio come persona, come un «Tu» con cui possiamo entrare in relazione: Colui che parla, ascolta, ama, perdona e guida.
Nel primo capitolo della Genesi Dio è chiamato Elokim. Nei capitoli successivi appare il nome Hashem-Elokim. Quando Adamo dà a sua moglie un nome proprio, Dio viene chiamato per la prima volta soltanto Hashem. Il testo sembra suggerire che, quando l’uomo impara a vedere l’altro come persona, diventa capace di incontrare Dio come persona.
L’ebraismo, quindi, non è soltanto la scoperta che esiste un unico Dio. È anche la scoperta che ogni essere umano è unico, insostituibile e portatore dell’immagine divina.
Ora comprendiamo la sequenza dei tre versetti. Adamo scopre di essere mortale. Comprende che potrà continuare a vivere attraverso i figli. Si rende conto che questa continuità è possibile solo attraverso l’unione con un’altra persona. Per la prima volta guarda Eva come una persona pienamente distinta da lui e le dà un nome. E, riconoscendo la persona nell’altro, diventa capace di riconoscere Dio come persona.
L’ebraismo è la storia di come l’amore per un’altra persona ci conduce all’amore di Dio e ci riveste di abiti di luce.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl
Shabat Jerushalaim 17.38-18.49
Shabat Tel Aviv 17.58-18.51
Shabat Roma 18.21-19.18
Shabat Milano 18.33-19.31



