Bereshit: quarto incontro interreligioso dopo Salerno

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di Carlotta Jarach

La cacciata dal Paradiso secondo Michelangelo
La cacciata dal Paradiso secondo Michelangelo

“Siamo reduci dal Convegno di Salerno di fine novembre che ha riscosso un grande successo, un vero segno di svolta. Uno dei più grandi convegni in Italia dopo il Concilio Vaticano II; ci troviamo quindi anche questa sera, mossi dal desiderio di un rilancio del rapporto ebraico-cristiano”. Queste le parole di Alberto Ratti, ex presidente Fuci e moderatore del quarto incontro ad argomento Bereshit, ieri, 10 dicembre, al centro culturale San Fedele: relatori Vittorio Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia e coordinatore del comitato scientifico della Fondazione Maimonide, e Gianantonio Borgonovo, fresco di nomina di Presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo.

Complicato e frainteso: Bendaud descrive così il terzo capitolo di Genesi. Un’infelice sorte, commenta: “Viene ridotto ad una favoletta, alla storia del Serpente che convince Eva a mangiare il frutto proibito, e spesso è utilizzato come giustificazione a un atteggiamento misogino, ovviamente erroneo”. La colpa non è della donna, semmai dell’uomo, secondo la tradizione ebraica: infatti il divieto fu dato solo ad Adamo, e Eva non era presente.

Per essere davvero liberi bisogna conoscere la differenza tra bene e male, ma la libertà di cui Adamo ed Eva godono dopo aver mangiato il frutto, e di conseguenza la libertà di cui godiamo noi, è più materiale, abbassata rispetto alla libertà originale. “Grandi studiosi del ‘500 come Maimonide e Abravanel a lungo discussero di questo tema: la conoscenza del bene e del male era insita nell’Umanità, essendo essa creata a immagine e somiglianza di Dio: con l’atto di disubbidienza l’Umanità ha portato quella conoscenza alta, teoretica, speculativa, a divenire fisica. L’uomo perde la capacità di parlare con gli animali, si nasconde alla vista dell’Eterno, si vergogna della propria nudità; il concetto di bene e male diventa così relativo, transeunte nel tempo”.

La libertà, ricorda Bendaud, significa avere dei limiti, e il limite è rappresentato proprio dal cherubino messo a protezione dell’albero della Vita, che altro non è che la Torà stessa: “Essa da sola risulta pericolosa, ma è la sola via per arrivare a un’etica buona”.

Prende così la parola Gianantonio Borgonovo; il suo intervento inizia con un analisi della simbologia del serpente, evocatore di caos, ma anche di sapienza e astuzia. Una scelta teologica più che zoologica: “il vero problema di questo episodio risiede nel fatto che la Donna non ha chiesto perché: si è limitata ad agire su consiglio del Serpente”.

Ma Dio non è un giudice senza appello: un nuovo inizio -previa punizione- è possibile grazie a un Dio che si fa curatore e che copre i corpi nudi del primo uomo e della prima donna. Li caccia però per sempre: “l’Umanità è davanti a una condizione di continua ricerca, perché ora, fuori dal giardino dell’Eden, più che mai per vivere bisogna ricercare Dio”.

Cercare quindi non all’interno della nostra individualità, rischiando di peccare di ‘ubris’ (tracotanza), ma attraverso una relazione piena e sincera con la Divinità: solo così sarà per noi accessibile l’albero della Vita.

Conclude Borgonovo: “La Torà rappresenta la possibilità di raggiungere la pienezza della vita”.

Una lettura di speranza, come la definisce Ratti: cercate Me e tornerete a vivere.

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