Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Collocata tra la preistoria dell’umanità nel suo insieme e la particolare alleanza con Abramo, la storia della Torre di Babele è uno dei punti di svolta della narrazione biblica, centrale nella sua visione di ciò che può andare storto nelle civiltà e nelle società.
La storia in sé — raccontata in appena nove versetti — è un capolavoro compatto di virtuosismo letterario e filosofico. La prima cosa da notare è che il suo contesto storico è eccezionalmente preciso. La torre — o ziggurat — era il grande simbolo delle antiche città-Stato mesopotamiche della bassa valle del Tigri e dell’Eufrate, culla della civiltà. Fu qui che gli esseri umani si stabilirono per la prima volta, svilupparono l’agricoltura e costruirono città.
Una delle grandi scoperte della Mesopotamia fu la capacità di fabbricare mattoni, che rese possibile costruire edifici più grandi e più alti. Da questa tecnica nacquero le ziggurat, torri a gradoni che rappresentavano vere e proprie «montagne sacre», luoghi nei quali cielo e terra sembravano incontrarsi. …
La storia di Babele è attraversata da procedimenti letterari: inversioni, giochi di parole, ironie e doppi sensi. Uno dei più magistrali consiste nel fatto che le due parole chiave, l-v-n, «mattone», e n-v-l, «confondere», sono inversioni esatte l’una dell’altra.
Come accade spesso nella Torà, la tecnica letteraria è strettamente collegata al messaggio morale o spirituale che desidera trasmettere. In questo caso, si tratta del fenomeno stesso dell’inversione: i risultati del comportamento umano sono spesso l’opposto di ciò che si intendeva ottenere.
I costruttori volevano concentrare l’umanità in un unico luogo («Costruiamoci una città […] e non disperdiamoci sulla superficie di tutta la terra»). Il risultato fu che vennero dispersi («Da lì il Signore li disperse sulla superficie di tutta la terra», Genesi 11:9). Volevano «farsi un nome», e ci riuscirono, ma il nome che si diedero — Babele — divenne un simbolo eterno di confusione.
Il loro orgoglio risiedeva nella nuova capacità tecnologica di costruire edifici di una grandiosità senza precedenti. Non si resero conto — questo è il messaggio indicato nei versetti iniziali della Torà — che il più grande potere creativo è il linguaggio («E Dio disse […] e ci fu»).
Non fu un problema tecnico a farli abbandonare il progetto, bensì la perdita della capacità di comunicare. Ciò che è sacro per la Torà non è il potere, ma l’uso che ne facciamo, e questo è intrinsecamente legato al linguaggio: il mezzo attraverso il quale formuliamo i nostri ideali e invitiamo gli altri a unirsi a noi per realizzarli.
La parola viene prima dell’opera.
Ma qual era il peccato dei costruttori? Anche in questo caso, la narrazione lo segnala attraverso una serie di indizi verbali.
Il primo è l’espressione con cui l’episodio comincia e finisce: kol ha-aretz, «tutta la terra». Comincia così: «Tutto il mondo parlava la stessa lingua» (Genesi 11:1), e termina così: «Da lì il Signore li disperse su tutta la superficie della terra» (Genesi 11:9).
L’espressione kol ha-aretz compare cinque volte nei nove versetti: le ripetizioni per tre, cinque e soprattutto sette volte all’interno di un brano biblico segnalano la presenza di un tema fondamentale. Una struttura di questo tipo, che incornicia il racconto, è altamente significativa.
Il secondo indizio è il gruppo di suoni sh-m, presente nella parola sham, «lì», oppure shem, «nome». Questo compare sette volte nel brano. È chiaramente collegato alla parola shamayim, «cielo»: il luogo che i costruttori tentarono di raggiungere edificando la torre.
Gli elementi tematici della narrazione sono dunque chiari. Questa è una storia che riguarda il cielo e la terra, ma in quale senso? Per comprenderlo, dobbiamo tornare al capitolo iniziale di Bereshit, Genesi, e alla sua descrizione della creazione.
In quel racconto, due parole sono decisive. La prima è tov, «buono», che compare sette volte. Dio dice: «Sia […]», ciò avviene e Dio vede «che è buono».
La creazione in Genesi 1 non riguarda principalmente il potere di Dio, ma la bontà di Dio e dell’universo che Egli ha creato.
Nel suo contesto storico, questa è un’affermazione straordinaria. Per la maggior parte, gli antichi vedevano il mondo come un luogo pericoloso e minaccioso, pieno di pericoli, catastrofi, carestie e inondazioni. Nulla di tutto questo aveva un significato complessivo: era il risultato dello scontro tra forze contrapposte, rappresentate come conflitti tra gli dèi.
Contro questa visione, l’ebraismo formulò l’affermazione sorprendente che il mondo è buono. È comprensibile. È il risultato non di collisioni cieche e mutazioni casuali, ma di un’unica volontà creatrice. Questo, da solo, è sufficiente a distinguere l’ebraismo come la più fiduciosa nella speranza tra le fedi del mondo.
Esiste tuttavia un’altra parola chiave: la radice b-d-l, che significa «separare», «distinguere», «dividere». Questa compare cinque volte in Genesi 1.
La bontà dell’universo è legata all’ordine, ai confini e alle distinzioni. Dio separa i diversi ambiti della creazione — luce e buio, acque superiori e inferiori, terra e mare — e assegna a ciascuno il proprio posto. …
Questa idea era così importante per l’ebraismo che abbiamo una cerimonia speciale, la havdalà, per segnare la fine dello Shabbat e l’inizio di ogni ciclo dei «sei giorni della creazione». Come Dio, anche noi cominciamo la creazione attraverso la havdalà: creando, riconoscendo e consacrando le distinzioni.
Anche questo è fondamentale per la visione ebraica del mondo. La bontà è ordine; il male è disordine: un atto, una persona o un’entità che si trova nel posto sbagliato.
La parola chet, «peccato», deriva da un verbo che significa «mancare il bersaglio». La parola averah, come il suo equivalente inglese «trasgressione», significa oltrepassare un confine, entrare in un territorio proibito.
La creazione stessa viene vista come la lenta emersione dell’ordine dal caos. …
La violenza, l’ingiustizia e il conflitto sono forme di disordine: rappresentano il mancato rispetto dell’integrità di ciascuna forma di vita oppure, nel caso dell’umanità, nella quale «ogni vita è come un universo», di ciascuna persona.
Questo era lo stato dell’universo prima del Diluvio, quando «ogni essere vivente aveva corrotto la propria condotta sulla terra».
Il confine fondamentale è espresso nella prima frase della Torà: quello tra «cielo» e «terra».
Dio non deve essere identificato con nulla sulla terra. «I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra Egli l’ha data all’uomo», dice il salmista.
Questa distinzione è fondamentale: Dio è Dio; l’umanità è umanità. Non è possibile confondere i confini.
Questo fu il peccato dei costruttori della torre.
La loro aspirazione a «raggiungere il cielo» era ridicola, e infatti la Torà ne fa una battuta. Essi pensano che la loro costruzione — alta trecento piedi — abbia raggiunto il cielo, mentre Dio deve «scendere» per guardarla.
Il Netziv, Rabbi Naftali Zvi Yehudah Berlin (1817-1893), scrivendo nella Russia zarista e prevedendo profeticamente gli eccessi più terribili del comunismo, vede Babele come il primo totalitarismo del mondo, nel quale, per conservare le masse come un’unica entità, viene soppressa ogni libertà di espressione.
Questo, secondo lui, è il significato dell’espressione: «Tutto il mondo aveva una sola lingua e un unico modo di parlare».
Non contenti della terra, i costruttori vogliono costruire una dimora in cielo. È un errore che molte civiltà hanno commesso, e il risultato è la catastrofe.
Solo quando Dio è Dio, l’uomo può essere uomo.
Ciò significa mantenere distinti il cielo e la terra, organizzando quest’ultima esclusivamente sotto la consapevole sovranità del primo. Senza questo principio, ben poco impedisce agli esseri umani di sacrificare i molti per il bene dei pochi, oppure i pochi per il bene dei molti.
Solo il rispetto per l’integrità della creazione impedisce agli esseri umani di distruggere sé stessi.
L’umiltà di fronte all’ordine divino è la nostra ultima — e migliore — protezione contro la tendenza dell’umanità ad arrogarsi un potere senza limiti, una forza senza diritto.
Babele fu la prima civiltà, ma purtroppo non l’ultima, a cominciare con un sogno di utopia e a finire in un incubo infernale.
Un mondo di tov, di bontà, è un mondo di havdalà, di confini e limiti.
Coloro che oltrepassano quei confini e trasgrediscono quei limiti si fanno un nome, ma il nome che si fanno è Babele: una parola che significa caos, confusione e perdita di quell’ordine che è una condizione preliminare tanto della natura — il mondo che Dio crea — quanto della cultura — il mondo che noi creiamo.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl
Shabat Jerushalaim 17.30-18.41
Shabat Tel Aviv 17.49-18.43
Shabat Roma 18.10-19.07
Shabat Milano 18.20-19.19



