Festival / Gli ebrei, Darwin e Primo Levi

di Ilaria Myr

Come si conciliano la teoria dell’evoluzione così come formulata da Charles Darwin e la tradizione ebraica? Questo il difficile tema dell’incontro  intitolato “Dalla Creazione alla creazione” tenutosi oggi  all’Università Statale di Milano, che ha visto confrontarsi Domenico Scarpa, consulente letterario-editoriale del Centro Internazionale di Studi Primo Levi, Rav Gianfranco Di Segni, coordinatore del Collegio Rabbinico Italiano e Giulio Giorello, professore di filosofia della scienza all’Università degli Studi di Milano. A dare lo spunto per riflettere sul tema il racconto di Primo Levi “Il fabbro di se stesso”, tratto dalla raccolta di racconti scientifici e fantascientifici Vizio di forma: uno di quei testi del grande autore italiano in cui emerge in maniera molto chiara la sua visione del mondo sia come scienziato (chimico) che come uomo che ha vissuto la tragedia della Shoah.

«Quello che colpisce è che all’interno della produzione letteraria a tema scientifico di Levi ci sia una storia così fortemente improntata a definire l’uomo come “fabbro di se stesso”, negando quindi l’esistenza di una creazione ad opera di un agente esteriore», ha esordito Daniela Ovadia, giornalista scientifico, direttore scientifico dell’Agenzia Zoe e docente all’Università di Pavia (oltre che membro del comitato organizzatore del Festival). Domenico Scarpa, ha fornito una prima spiegazione di taglio storico-letterario:  «Il testo è il racconto in prima persona di un essere che si dice in grado di ricordare tutte le fasi della propria evoluzione dalla notte dei tempi. Il narratore, che non si capisce che essere sia, è probabilmente identificabile nel personaggio Qwfq, protagonista delle Cosmicomiche di Italo Calvino, a cui Levi era legato da una profonda stima ricambiata. A colpire è il fatto che il testo sembra firmato da due autori: il Primo Levi testimone, che rifiuta il sacro dopo l’esperienza di Auschwitz, e il Levi scienziato, che attraverso una parodia dell’evoluzione umana riafferma la sua autodeterminazione, nel bene come nel male».

La teoria darwiniana
Riflettendo però più nel dettaglio sulla teoria darwiniana, è interessante notare come la visione “finalizzata” diffusa comunemente – la scimmia che man mano, progredendo, diventa uomo, quindi un essere più evoluto – sia in realtà erronea. «In realtà questo non è quanto sostiene Charles Darwin – ha spiegato Giorello -. La sua idea si fonda prima di tutto sull’idea che le specie cambino nel tempo, subiscano una “trasmutazione” (non amava molto la parola “evoluzione”) partendo da da un ceppo unico non per diventare migliori in assoluto ma semplicemente più adatte alle condizioni ambientali contingenti . Per questo per lui le razze sono agglomerati di popolazioni riconoscibili da certi ceppi, ma prive di un connotato qualitativo che renda una superiore all’altra all’interno della specie. Ciò dimostra come le teorie razziste poi sviluppatesi abbiano interpretato erroneamente il pensiero dello scienziato». La selezione naturale, poi, è il concetto con cui Darwin spiega la fenomenologia: a seconda dei fattori ambientali, si preserverebbero alcune specie mentre ne verrebbero soppresse altre. «Ciò nega quindi qualsiasi idea “finalizzante” che punta al progresso – continua Giorello – , ma conferma invece come l’evoluzione si muova da fattori contingenti e come quindi la storia si sviluppi senza tendere a una finalità ultima».Viene spontaneo chiedersi come queste teorie si possano conciliare con il pensiero ebraico e come siano state accolte in ambito ebraico quando sono state diffuse.

«Mentre il mondo cristiano entra fin da subito in contrasto con il concetto di evoluzione, quello ebraico  è inizialmente più aperto, accogliendone alcuni aspetti – ha spiegato Rav Di Segni –. Lo stesso Rav Elia Benamozegh di Livorno in un suo testo fa riferimento alla teoria darwiniana, non accettandola in toto, ma neanche criticandola dal punto di vista dottrinale e teologico. E c’è anche un rav polacco, in seguito traferitosi in Gran Bretagna, Naftali Levi, che corrisponde addirittura con Darwin, lodandone il pensiero».

Dal ‘900 in poi, però, si assiste anche nel mondo ebraico all’emergere di una corrente che intravvede un conflitto tra l’evoluzione che appare sempre più determinata dalla casualità , all’interno della quale vengono selezionati gli eventi significativi, e una teologia che presuppone che Dio abbia disegnato l’uomo e il mondo  e che quindi esista un Creatore e una Provvidenza.

«Una posizione, che io stesso condivido, è quella che considera il caso come motore dell’evoluzione, così come previsto dalla scienza, ma anche un Dio che ha avviato un processo i cui esiti sono a lui noti solo a “a posteriori”– continua Rav Di Segni -. Come emerge da un Midrash, prima della creazione del mondo di cui si parla in Bereshit, D-o aveva già creato molti mondi, che poi aveva distrutto perché non soddisfatto. Quando però crea l’uomo e vede che va bene, allora gli si rivela, e comincia a interagire con lui. Secondo un’altra interpretazione, tutto il racconto della creazione non sarebbe da intendere come una spiegazione fisico-biologica ma come una cornice narrativa che ha come scopo quello di permettere proprio la formulazione della norma che impone il rispetto dello Shabbath, che diventa così ancor più il perno centrale della cosmogonia ebraica».

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