Festival / Daniel Sibony, maestro di arti oscure

di Fiona Diwan

Sembra uscito da un film degli anni Trenta, con quel Borsalino sulle ventitré, l’ampio doppiopetto portato su una camicia senza cravatta e l’andatura di un improbabile cronista di nera a caccia di scoop. Ma Daniel Sibony, psicanalista, studioso di Torà, autore di 36 libri e saggi, è tutt’altro che un personaggio retrò. Di primo acchito potrebbe sembrare un campione della post-modernità, di quel sapersi muovere svelto e con una postura culturalmente anfibia che fu tipica del mondo culturale francese anni Settanta e Ottanta, perfettamente a casa propria in qualsivoglia ambito della conoscenza, campione di quel corto circuito di linguaggi e saperi che è stato forse il frutto più ricco della Post-modernità (quella di maître-a-penser come Barthes, Foucault, Derrida, Deleuze…). Di lui stupiscono la capacità di mescolare humour, poesia e pensiero, il suo meraviglioso eloquio francese, la capacità analitica di entrare nel cuore psichico delle persone come fosse un maestro di arti oscure. Non stupisce apprendere che quel controverso guru della psicanalisi del Novecento che fu Jacques Lacan fosse un suo fan, frequentatore assiduo di seminari e lezioni universitarie di Sibony. Nato nel 1942 nella medina di Marrakesch, una laurea in matematica a Parigi, trilingue (arabo, ebraico e francese), diventa docente universitario giovanissimo, a soli 25 anni, prende ancora un dottorato in filosofia e diventa psicanalista, autore, tra l’altro di saggi come “Psicanalisi e giudaismo”; “Letture bibliche”; “L’ebrea: una trasmissione inconscia”).

«Alla Torà, alla Bibbia, dobbiamo l’invenzione del riposo come bene prezioso, sacro. Oggi esiste una vera e propria industria del riposo, del tempo libero. Peccato che poi risulti più faticoso che lavorare», spiega  Sibony, ospite del Festival Jewish and the City per il quale ha tenuto una lezione sullo Shabbat, il 30 settembre, alla Fondazione Corriere della Sera. «Il riposo ebraico dello Shabbat ha un significato e una valenza differente: è entrare in una temporalità diversa, nello spazio dell’altro, ed è accettare una scommessa: se rispetterete questa giornata e la seguirete secondo i precetti, questo vi farà del Bene, addirittura “avrete delizia per il vostro Essere”, dice il protesta Isaia. La Torà non parla mai di “utilità” del riposo. Con  lo Shabbat, ciò che si chiede di attraversare è l’esperienza del vuoto, una giornata di nulla assoluto, di zero, perché solo in questo vuoto c’è l’origine, l’inizio, proprio quel vuoto originario (il Tohu vaBohu), che produsse la creazione dal nulla. Per poter Essere dobbiamo creare il nulla. E’ scritto che di Shabbat Dio si ritirò dalla creazione per dare spazio alla creatura e consentirle di Essere: ebbene, il Tetragramma è proprio l’anagramma della parola Essere».

Sibony sottolinea come la Creazione ci è stata data non finita affinché, noi uomini, la portassimo a termine, a compimento. Il paradigma della Creazione è proprio l’incompletezza, la parzialità, l’incompiuto (per questo gli ebrei si circoncidono, per imprimere l’incompletezza nella propria carne altresì perfetta, e ricordare che il Creato è un dono da portare a termine, volutamente consegnatoci non-finito). Insomma, spiega Sibony, togliamoci dalla testa l’idea dell’“utilità” del riposo. Questo giorno di vuoto e di nulla ci riporta invece alla dimensione primigenia dell’essere e delle cose, quando Dio creò dal Nulla (Isaia). Non solo: ma lo Shabbat è entrare nello spazio del prossimo, dell’altro. In che senso? «E’ semplice: quando vengono da me i pazienti, arrivano con l’Altro agitato, scatenato, che non si riposa mai, e a noi psicanalisti tocca calmarli, acquietarli. L’Altro dentro di noi è la madre oppressiva, depressiva o anaffettiva che abbiamo avuto, è il bambino ferito che eravamo, è il fratello violento che che ci ha picchiati da piccoli, il padre troppo duro o punitivo. Entrare nello spazio dell’Altro e ritrovare una dimensione primigenia, una dimensione di Nulla e di Vuoto, significa guarire. Ecco perchè Shabbat è così importante», dice Sibony.

E l’idea di mancanza, l’idea di faglia che c’è dentro di noi è la stessa che troviamo nel disegno della Creazione. Ci è dato di vivere solo in un luogo parziale, in una vita parziale: il guaio, dice Sibony, è voler stabilire dei legami totali e non saper reggere invece i legami parziali. E’ il non voler accettare la parzialità che genera il narcisismo di cui si è ammalato il nostro tempo: poiché l’unico legame totale che possiamo stabilire è con noi stessi, di fatto erigiamo la prigione dorata dell’Ego e così facendo rigettiamo il nostro prossimo e la naturale parzialità delle relazioni (con moglie, figli, amici, colleghi…). «Ma non dimentichiamolo: è solo accettando la nostra poca, zoppa, scheggiata identità che possiamo entrare nell’esistenza. Viceversa ci toccherà vivere nella bolla illusoria dell’Ego», viceversa ci spetteranno solitudine, solipsismo e un girotondo ombelicale e infecondo.

Daniel Sibony ha inviato agli organizzatori di Jewish and the City un messaggio che sintetizza il senso della sua partecipazione e, in fondo, il valore del Festival:

Chers organisateurs de l’événement Jewish and the city

je tiens à vous remercier  pour moi-même que vous avez accueilli avec attention et à qui vous avait donné la parole même brièvement;  elle prenait place dans un événement plus vaste que vous avez inventé et mis en acte avec rigueur et grâce, avec justesse.

Le succès n’était pas seulement l’affluence du public mais la richesse de ce qui lui était offert. Richesse puisée dans les trésors de notre héritage, dont vous avez montré qu’il parle à tout le monde; et que tout le monde a besoin que ça lui parle;  besoin d’entendre ces paroles  dans leur immense variété et dans la grande diversité de leurs approches

Je pense qu’une des raisons de la vindicte envers le peuple juif, c’est que beaucoup de non-juifs savent qu’il y a là une grande richesse qui les concerne mais qu’ils n’osent pas s’en approcher. Et vous leur avez permis de s’en approcher délicatement, avec évidence. En cela vous avez été des facteurs de paix profonde, celle qui comporte l’idée de réconciliation et qui rayonne l’amour de l’être.

Le peuple juif peut partager son expérience existentielle sans prosélytisme parce que les problèmes qu’elle pose et les thèmes qu’elle aborde concernent l’existence contemporaine; c’est-à-dire celle de toute époque, mais il semble que la nôtre permette de le faire, et c’est une ouverture que vous avez exploitée avec l’appui de l’esprit divin.

Vous en serez bénis

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