Serata sulle start-up

Problemi e opportunità economiche: un dibattito sulla vita in Israele

Feste/Eventi

di Nathan Greppi
Spesso si sente parlare di Israele come della “Start-up nation”, una terra piena di opportunità per le nuove tecnologie. Ma è davvero tutto rose e fiori? Quali sono i problemi e quali invece le possibilità per chi vorrebbe andare a viverci? Di questo si è parlato nel dibattito di Kesher “Cosa c’è dietro la Start up Nation?”, tenutosi nell’Aula Magna Benatoff della Scuola Ebraica domenica 17 febbraio.

A introdurre la serata è stato il consigliere UCEI ed esperto di compagnie digitali Raffaele Turiel, il quale ha messo in evidenza alcuni dati di Haaretz per comprendere la crescita israeliana: nell’ultimo anno in Israele ci sono state 175.000 nuove nascite, contro 29.000 morti. Inoltre, Tel Aviv è al 18° posto in una classifica delle 30 città più vivibili. Un altro dato è che Israele usa i social più di ogni altro paese al mondo (il 77% della popolazione, seguita dal 76% della Corea del Sud e dal 73% della Svezia), e l’88% degli israeliani ha un cellulare in grado di accedere a internet. Nel 2018 è diminuito il numero delle start-up, ma in compenso il denaro investito nelle singole è aumentato, soprattutto in quelle che si occupano di intelligenza artificiale.

A parlare subito dopo è stato Vito Anav, economista ed ex-presidente della comunità italiana in Israele, che ha voluto analizzare il fatto che l’immagine che abbiamo di Israele a volte è più rosea rispetto alla realtà: “Vorrei che fosse chiaro che non voglio parlare male d’Israele. Ma ritengo legittimo mettere in luce anche aspetti meno positivi dello stato, mettendo in risalto il fatto che possano essere migliorati. Ho educato i miei figli nella convinzione che se in Israele vi è qualche difettuccio allora dobbiamo viverci per migliorarla.”

Anche lui ha voluto esaminare diversi dati: nell’ultimo anno i nuovi olim sono stati per il 27% dalla Russia, 25% dall’Ucraina, 13% dalla Francia (in forte aumento nel 2018), 10% dagli USA (stabile da anni) e il restante 25% dal resto del mondo; quelli dall’Italia sono stati 150, in calo rispetto ai 200 dell’anno precedente, “in Israele ci sono 14.000 ebrei di origine italiana, anche perché chi doveva muoversi si è già mosso.” La disoccupazione è al 4,2% ed è in calo (contro l’11,1% dell’Italia), mentre l’inflazione è all’1%.

I dati sulle start-up in Israele

Ma allora quali sono i problemi? Anav ha spiegato che sebbene il PIL sia cresciuto, è aumentato a dismisura il divario di entrate tra ricchi e poveri, molto più che in Italia: per dare un’idea, ha spiegato che “nel 1948, uno spazzino della Bank Leumi guadagnava 6 volte meno del direttore generale; oggi invece guadagna almeno 200 volte meno.” Ha aggiunto che questo divario è particolarmente marcato nel settore privato, “ma anche nel pubblico sta aumentando, soprattutto per quanto riguarda gli ospedali e gli enti parastatali.” Negli ultimi anni, ha detto, il governo ha cercato di migliorare la situazione alzando per legge lo stipendio minimo a 5300 shekel (circa 1290 euro).

Un altro problema riguarda le pensioni: oltre al fatto che non tutti riescono a ottenere una pensione dallo stato, vi è il problema che anche tra gli aventi diritto non tutti sanno come chiederla: “Ad esempio, i beduini nel sud d’Israele avrebbero tutti i diritti, eppure a volte non sanno neanche la propria data di nascita. E lo stesso vale anche per gli ebrei venuti dall’Etiopia negli anni ’80, che magari non hanno un entourage famigliare intorno. Infatti, l’INPS israeliana ha degli impiegati che si occupano solo di rintracciare questi aventi diritto.”

Ha spiegato che uno dei motivi del divario tra stipendi bassi e alti in Israele è dovuto anche al fatto che gli ultraortodossi e gli arabi sono meno preparati per un mercato del lavoro che richiede molte specializzazioni, “un campo, questo, dove Israele investe poco. La spesa totale per corsi professionali o anche solo per insegnare a usare nuove tecnologie è dello 0,63%, mentre in Danimarca è del 3,22%.” Ciò fa sì che il 26% dei lavoratori israeliani percepisca uno stipendio inferiore ai 2/3 dello stipendio medio.

Un dato invece positivo riguarda i giovani: la maggior parte in Israele fa la gavetta, e chi inizia a lavorare a 15-24 anni guadagna molto di più superati i 25. “I giovani, in Israele, prima dell’esercito non sono quotati. L’esercito è un’esperienza che fa crescere i giovani indipendentemente dall’esposizione ai pericoli.” Ha aggiunto che molti israeliani per mantenersi fanno due lavori, uno a tempo pieno e l’altro part-time, e che la percentuale di lavoratori sotto la soglia di povertà è del 14%, ed è in aumento.

Anav ha concluso con queste parole: “Se vai in Israele hai la garanzia che tuo figlio sposerà un’ebrea, che puoi girare con la kippah senza che nessuno ti dia fastidio, non hai problemi di antisemitismo. Se invece vuoi venire in Israele solo per motivi economici, probabilmente in altri paesi potresti avere una via più facile.”

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