Nutrirsi e nutrire il mondo. Un dialogo multiculturale ed interreligioso

Feste/Eventi

di Paolo Castellano

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Da sinistra: Mino Chamla, Rav Roberto Della Rocca, dott. Piccirillo e Giulio Giorello

A pochi passi dall’Arena civica di Milano, nella splendida cornice della Palazzina Appiani il 12 ottobre si è svolto il dibattito “Nutrirsi e nutrire il pianeta tra valori e tecnologie”. All’evento organizzato dalla Comunità ebraica all’interno dell’iniziativa “La tenda di Abramo“, una 5 giorni di incontri sul significato del cibo in relazione alle religioni, hanno partecipato il filosofo e professore della Università statale di Milano Giulio Giorello, il rabbino e scrittore Roberto Della Rocca e il Dott. Piccirillo diacono della Chiesa riformata.

L’incontro è stato introdotto dal professore di filosofia della scuola ebraica Mino Chamla: «Il cibo da un punto vista ebraico può essere osservato da varie angolazioni; è un tema presente sin dall’inizio. Ci sono quattro figure collegate al cibo da ricordare: Adamo, Noè, Abramo e Mosè. Abramo rappresenta la condivisione e la socialità; Noè si ricollega ad un discorso sugli animali che da lui vengono salvati e ad un discorso sull’umanità che passa da vegetariana ad onnivora; Mosè è l’uomo della legge Kasherut ovvero spiega come mangiare e far mangiare gli altri. Il cibo è una questione sociale ed esistenziale. E’ inoltre un atto etico dato che per nutrirsi si effettua una violenza sul mondo, per cibarsi bisogna uccidere. C’è anche un lato sociale: sfamare altri uomini e il pianeta per preservare la natura. E’ un’etica dell’alimentazione. C’è stato anche uno scontro filosofico su questo tema. Feuerbach diceva che l’uomo è ciò che mangia. In un capitolo del testo “Essenza del cristianesimo” dice cose terribili sugli Ebrei sostenendo che la creazione del mondo fu un atto voluto da Dio destinato all’umanità, ma secondo il filosofo gli Ebrei non guardano al mondo con sguardo libero come i greci ma con sguardo utilitaristico estremamente basso. C’è dell’antisemitismo in questa considerazione. Uno sguardo storico riduttivo è anche quello di considerare gli Ebrei attenti solo a rispettare le norme della Kasherut. La Kasherut rappresenta infatti una riflessione affinché l’uomo debba pensare in continuazione a cosa mangia».

Dopo la precisa e accurata introduzione di Mino Chamla ha preso la parola Rav Della Rocca: «Gli Ebrei sono tenuti ad osservare 613 precetti, i precetti si suddividono in 365 comandi negativi e 248 positivi. C’è un’attenzione alla corporeità: 365 sono i giorni dell’anno e 248 sono le membra del corpo, ogni giorno e ogni parte del corpo sono tesi al rispetto di essi. Se prendiamo la Bibbia troviamo precetti sull’alimentazione e sulla sessualità, sono legati essenzialmente al corpo e non alla spiritualità. Nella concezione ebraica non c’è un edonismo sfrenato e neanche un falso spiritualismo. Platone diceva che la prigione dell’anima fosse il corpo. Per gli Ebrei ciò che contiene l’anima ha una sua sacralità, non c’è dualismo, è una dialettica continua: spiritualizzare la materia e materializzare lo spirito. La metafora di tutto ciò è il sogno di Giacobbe che raggiunge il cielo e vede angeli che salgono e scendono continuamente in un costante scambio tra alto e basso. La regolamentazione è paradigma di un ponte tra corpo e spirito, non è un caso che il primo peccato si leghi al cibo. Il peccato per noi è personale e non si trasmette alle altre generazioni: una generazione può indebolire o rendere più forte la successiva ma non trasmettere il peccato. L’atto di disobbedienza di Adamo rappresenta un rapporto consumistico col cibo: egli si nutre di ciò che non doveva mangiare e che non gli serviva. Col peccato di Adamo ed Eva incomincia la storia umana: per noi Ebrei è una riparazione infinita perché il vero peccato è il fatto di non essersi assunti la responsabilità. La dimensione consumistica e speculativa del cibo viene riscattata in un insegnamento del Talmud: “A coloro che vivono nel deserto e mangiano la manna è stata data la Torah”. Gli Ebrei hanno saputo vivere nel deserto e hanno mangiato la manna come riporta il quindicesimo capitolo dell’Esodo. Non hanno intrapreso la strada più corta vicino alla costa perché non sempre il percorso più breve è quello più utile: il viaggio più lungo è quello altamente formativo. Il deserto in cui si trovano è unito al silenzio: il termine midbar contiene l’etimo dabar che significa parola come se questa fosse insita in una dimensione di silenzio in stretto collegamento con Dio. La manna è la massima espressione del rapporto col divino: un cibo che scende dal cielo che avrebbe fatto i verbi nel caso in cui qualcuno ne avesse preso più del necessario. Pensiamo a quanto ciò si contrapponga allo spreco e al consumismo di oggi. Gli Ebrei nel deserto vivevano in una dimensione di fiducia: la manna come cibo gratuito che accompagna il dono della Torah. Oggi abbiamo il pane che esce dalla terra. Il termine pane ha la stessa radice della parola guerra per cui possiamo dire che il pane è la vera guerra dell’uomo. Dobbiamo dunque prendere distanza dall’avidità. Riguardo al cibo è il precetto dello Shabbat che consiste nel rallegrarci di ciò che abbiamo: ogni persona non ottiene nulla di più di ciò che Dio gli ha dato. Anche il sacrificio pasquale ci dice che non c’è festa e non c’è gioia se a tavola non ci sono le categorie sfavorite; i miei bisogni spirituali corrispondono al soddisfacimento del bisogno della spiritualità degli altri e questo diventa una parte integrante di un progetto politico-sociale».

Dopo l’intervento di Rav Della Rocca che ha descritto il rapporto che intercorre tra il cibo e l’ebraismo la parola è passata al Dott. Piccirillo, diacono della Chiesa riformata. Il suo discorso ha avuto forti connotazioni tecniche. Ha esposto i numeri allarmanti di cibo sprecato (1.3 miliardi), di persone ipernutrite (1.9 miliardi) e di una parte di popolazione che di quel cibo non ne vede neanche l’ombra. Ha affermato che la religione deve cooperare con la politica per offrire un supporto pratico e concreto a quelle fasce svantaggiate della società, in drammatica ascesa, che non hanno una sufficiente quota di fabbisogno calorico giornaliero. Tutto ciò si può mettere in atto “come se fossimo il nodo di una rete ed entriamo in tensione l’uno con l’altro”. E bisogna dunque ragionare sulla povertà e sulla sostenibilità della produzione di cibo. Il corpus biblico dà alcune indicazioni su questo. La tesi è che se l’uomo è diretta somiglianza di Dio allora debba prendersi cura del mondo come Dio ha fatto col genere umano.

L’ultimo intervento del dibattito sul rapporto tra cibo e tecnologia è stato pronunciato dal Prof. Giulio Giorello: «Chi viene da un’educazione scientifica deve precisare alcuni aspetti: per esempio che mangiare comporta distruzione. Come dice Edoardo Boncinelli siamo delle strutture dissipative: consumiamo materia, energia e informazione. Sono le tre cifre della vita associata e delle economie globali. Cresce la popolazione, crescono gli esseri mangianti, tutto questo comporta questioni delicate, come la guerra per il cibo e nelle zone in sviluppo anche la guerra per l’acqua dove i tre elementi sono coinvolti. La prima guerra dell’acqua, lo leggiamo in Gilgamesh, avviene tra due popolazioni della mezzaluna fertile che si scontrano per avere il controllo su alcuni pozzi e alla fine la soluzione è raggiunta con un compromesso. La situazione attuale ci dice che per la cultura popolare la causa dei disastri ecologici sarebbe l’impresa scientifica. Non si dà la scienza senza la sua dimensione tecnologica, non si dà tecnologia senza il supporto di buone teorie scientifiche. Alcuni hanno affermato che scienziati e tecnologi sono i violentatori di madre natura e vogliono tornare a forme di vita pretecnologiche per poter uscire dalle crisi del nostro tempo. Non è accusando la scienza che si risolvono i problemi. Si deve studiare la natura con una migliore scienza per controllare l’evoluzione perversa della tecnologia e combattere le crisi. Sono controversie ideologiche. Una delle più note è riferita alle ricerche sperimentali, alla modificazione genetica, nel campo dei vegetali ovvero gli OGM. Ultimamente ci sono state delle direttive atte a vietare la sperimentazione sulle piante che può essere una grande conquista o un ritorno alla barbarie. E’ una demonizzazione degli OGM a tutti i livelli attraverso una tolleranza zero rivolta alle piante geneticamente modificate per una questione ideologica basata sui rischi e vantaggi. I vantaggi delle piante sono evidenti ma non si è riusciti a esprimere gli svantaggi, per ora ci sono solo dei rischi teorici. C’è un eccessivo uso del principio di precauzione secondo cui una tecnologia si può utilizzare solo se si è assolutamente sicuri che non comporta rischi. E’ una richiesta metafisica. Questa tipologia di precauzione è invocata in diverse controversie di carattere bioetico. E’ semplicemente La lotta di chi vuole bloccare la società barattando la libertà con la sicurezza. Anche la libertà è una forma di sperimentazione che ha dei rischi».

Il prof. Giorello dopo aver criticato l’ecologismo radicale e aver espresso alcune sue considerazione sulle responsabilità della politica sulla ricerca scientifica, ha chiuso l’incontro esprimendo una riflessione sulla “generosità della scienza”: “La scienza e la tecnologia sono una forma di generosità. Sono delle conquiste intellettuali a disposizione di tutti e come nel caso dei trapianti medici è una reale solidarietà. La tecnica aiuta ad uscire dalla solitudine e a interagire con gli altri. Come diceva Spinoza: “le creature umane le conquistate non con la spada ma con la generosità”.

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