L’etica ebraica e la moralità contemporanea secondo rav Sacks. Tre concetti per sconfiggere l’egocentrismo moderno, facendo il bene di tutti

di Giovanni Panzeri
“Questo libro cerca d’indicarci come superare il nostro ‘se’ per arrivare a un ‘noi’ più consapevole della propria dimensione collettiva, in grado di stabilire quale sia il bene comune” ha spiegato rav Benedetto Carucci nel pomeriggio di domenica 12 Novembre, presentando Moralità di rav Jonathan Sacks, durante una conferenza online organizzata dalla Comunità Ebraica di Milano.

“Ci spiega come per sviluppare una resilienza morale, una volta superata la tragedia, sia necessario concentrarsi sul costruire il futuro (…)”.

Durante la conferenza, introdotta da Paola Hazan, rav Carucci ha evidenziato tre dei concetti principali esposti nell’opera di rav Sacks, che si basa in gran parte su fonti e autori non ebraici, mettendoli in relazione con una serie di estratti della Torah scritta e della Mishna.

Unselfing. 

Il primo concetto è quello dell’‘unselfing’, sviluppato in origine dalla filosofa Iris Murdoch, che nelle parole di rav Carucci “ ci porta ad ‘uscire’ dal nostro io, mettendo da parte vanità e offese, per vedere le cose in modo diverso.”

“L’io tace e diventiamo consapevoli di non essere al centro dell’universo” spiega rav Sacks in Moralità “è un momento di trasformazione”.

“Secondo rav Sacks” continua rav Carucci “ciò ci porta a concludere che la morale umana è condizionata dalla differenza tra i concetti di ‘io’ e ‘me’, soggetto e oggetto, l’abilità di soffermarci sui nostri sentimenti e la possibilità di ‘porci al di fuori’ e sottoporli a giudizio critico, divenendo consapevoli dei loro effetti sugli altri e delle nostre responsabilità. La capacità di porci all’esterno di noi stessi, dice Sacks, ci rende agenti morali”

Rav Carucci associa a questo concetto un famoso insegnamento attribuito dalla Mishna a Hillel: “Se io non sono per me chi può andare verso di me? E se sono solamente per me cosa sono io?”

“Questo insegnamento di Hillel mi sembra pienamente in convergenza con ciò che dice rav Sacks” spiega rav Carucci “è importante per la costruzione di una morale, essere consapevoli del fatto che l’uomo si può osservare, analizzare e giudicare”.

Logoterapia. 

Rav Sacks riprende poi da Viktor Frankl, famoso psichiatra sopravvissuto ad Auschwitz, il concetto di logoterapia, “secondo cui la guarigione psicologica è basata sulla ricerca di significato da parte dell’uomo. (…)l’essenza di questa missione doveva essere una chiamata proveniente dall’esterno di se stessi”.

Secondo rav Carucci questa chiamata è simile alla tradizionale “chiamata di Dio” nella tradizione religiosa.

Rav Carucci spiega poi come Sacks distingua nuovamente tra l’“azione causata da una ‘chiamata interna’ e quella causata da una ‘chiamata esterna’, la prima è identificabile con l’ambizione, la seconda con la vocazione. La prima viene dal se, la seconda da qualcosa di più grande del se, ed è rivolta verso il ‘fuori’, verso gli altri.”

“Si può trovare una possibile saldatura con la figura di Avram, nella Torah” continua rav Carucci “il suo apparire nella vicenda è frutto di una chiamata, il suo è un movimento che parte dall’esterno. Dio gli domanda uno spostamento al di fuori di se stesso, verso la benedizione dell’umanità.”

Futuro e passato. Vittimismo e speranza.

 Infine rav Carucci spiega come rav Sacks si sia poi focalizzato sulla necessità di costruire il futuro per salvarsi dalla stagnazione e dal dolore nella memoria di un orribile passato.

Per farlo usa come modello la storia di Yisrael Kristal, sopravvissuto ad Auschwitz che dopo aver perso moglie e figli nella shoah riuscì a ricostruirsi una vita piena di creatività e innovazione.

“Per sopravvivere alla tragedia e al trauma, prima costruisci il futuro, soltanto dopo ricorda il passato” cita rav Carucci “esistono culture della tragedia e culture della speranza. (…) Nelle culture della speranza siamo attori, e scegliamo. (…) Nelle culture della tragedia siamo vittime, forze che non possiamo controllare agiscono su di noi e alla fine sconfiggeranno pure i più forti. (…) il vittimismo appartiene al mondo della tragedia, ci divide in vittime e oppressori. Noi siamo sempre vittime, e gli altri sono sempre oppressori. (…) Scoprirete che in qualunque conflitto del mondo entrambe le parti si vedono come vittime, quindi innocenti, mentre gli altri sono colpevoli. Questa è la formula per un conflitto perenne, che non porta a nulla se non a rabbia, vendetta e ulteriori reazioni. (…) La scelta della libertà porta alla sconfitta del vittimismo e alla nascita redentrice della speranza”.

Rav Carucci associa a questo esempio la storia della moglie e delle figlie di Lot dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra.

“La moglie di Lot si volta indietro, a guardare la tragedia, e si trasforma in una statua di sale. (…) Le figlie di Lot invece guardano avanti e, accoppiandosi con il padre, costruiscono la speranza di un futuro, pur attraverso un atto normalmente giudicato immorale”.

Alla presentazione di rav Carucci sono seguiti una serie di interventi e domande da parte dei presenti che, pur tra alcuni dubbi, hanno generalmente sottolineato l’importanza del messaggio di rav Sacks e le difficoltà nel seguirlo alla luce della paura e del dolore scaturito dal rinnovato conflitto tra Israele e Hamas.

Una seconda conferenza sul tema, sempre presieduta da rav Carucci, è prevista nei prossimi mesi.