Nadav Lapid a Berlino nel 2019 con l'Orso d'Oro

La “questione ebraica” è ancora viva nei festival europei? Il caso Nadav Lapid riapre il dibattito

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Centinaia di professionisti del settore culturale e cinematografico hanno firmato una lettera aperta in sua difesa. Tuttavia, secondo la studiosa Merav Alush Levron, il sostegno ricevuto dal regista è stato possibile soprattutto perché Lapid è noto per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti di Israele. La domanda implicita è scomoda: avrebbe ricevuto la stessa solidarietà se le sue opinioni fossero state diverse?

L’esclusione – poi rientrata – del regista israeliano Nadav Lapid (nella foto) da un incarico presso il Festival Internazionale del Cinema di Marsiglia ha dato origine a una discussione che va ben oltre il mondo cinematografico. A partire da questo episodio, la studiosa Merav Alush Levron, in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz, propone una riflessione provocatoria: la cosiddetta “questione ebraica”, che molti ritenevano appartenere al passato europeo, sarebbe in realtà ancora presente, seppure sotto forme nuove e più difficili da riconoscere.

La vicenda ha avuto un epilogo apparentemente positivo per Lapid. Dopo le proteste suscitate dalla sua esclusione, centinaia di professionisti del settore culturale e cinematografico hanno firmato una lettera aperta in sua difesa. Tuttavia, secondo Levron, il vero problema non è stato affrontato. A suo avviso, il sostegno ricevuto dal regista è stato possibile soprattutto perché Lapid è noto per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti di Israele. La domanda implicita è scomoda: avrebbe ricevuto la stessa solidarietà se le sue opinioni fossero state diverse?

Per l’autrice, il punto centrale non riguarda la libertà di espressione di un singolo artista, ma il modo in cui l’identità ebraica e israeliana vengono percepite in una parte dell’ambiente culturale europeo.

Secondo questa interpretazione, il caso Lapid non sarebbe un episodio isolato, bensì il sintomo di una tendenza più ampia. Levron osserva che negli ultimi anni l’Europa ha registrato una crescita significativa degli episodi antisemiti, in particolare in Francia, e sostiene che questo contesto non possa essere ignorato quando si analizzano controversie che coinvolgono personalità ebree o israeliane.

L’autrice contesta inoltre la lettura proposta dallo stesso Lapid, il quale ha attribuito la vicenda a una forma di fanatismo politico incapace di distinguere tra individui e categorie collettive. Pur riconoscendo che il regista abbia colto un aspetto essenziale del problema, Levron ritiene che egli non abbia tratto tutte le conseguenze di tale constatazione. Se una persona viene giudicata innanzitutto per la propria identità e non per le sue idee o azioni, sostiene, si entra in un terreno che richiama dinamiche storicamente associate all’antisemitismo.

Il nodo della questione è la responsabilità collettiva: quando un individuo viene considerato responsabile delle azioni di uno Stato semplicemente per la sua appartenenza nazionale o religiosa, la critica politica rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso.

Per sostenere questa tesi, Levron richiama alcuni principi contenuti nella Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo, documento elaborato proprio per distinguere con maggiore chiarezza tra antisemitismo e critica legittima a Israele. Pur difendendo il diritto di contestare le politiche israeliane, la dichiarazione avverte che attribuire agli ebrei nel loro insieme la responsabilità delle azioni dello Stato di Israele può costituire una forma di antisemitismo. Analogamente, la rappresentazione di Israele come incarnazione assoluta del male può, in determinati contesti, diventare uno strumento per stigmatizzare indirettamente gli ebrei.

La riflessione dell’autrice si concentra poi su un fenomeno che ritiene particolarmente diffuso in alcuni ambienti progressisti e della sinistra radicale internazionale. Secondo Levron, molti osservatori interpretano ogni manifestazione contemporanea di antisemitismo esclusivamente come una reazione alle politiche israeliane. In questa prospettiva, l’ostilità verso gli ebrei non avrebbe una propria autonomia storica o culturale, ma sarebbe soltanto una conseguenza del conflitto mediorientale.

È proprio questa impostazione che Levron considera problematica: ridurre l’antisemitismo a una semplice reazione alla politica israeliana significherebbe negarne la specificità storica e sottovalutare la sua capacità di ripresentarsi in forme nuove.

L’articolo dedica ampio spazio anche alla figura di Lapid e alle sue dichiarazioni pubbliche. Il regista è da anni una delle voci più severe nei confronti della società israeliana e delle sue politiche. Levron riconosce la legittimità della critica e la necessità di confrontarsi con fenomeni come il nazionalismo radicale e la violenza dei coloni in Cisgiordania. Tuttavia, ritiene che alcune descrizioni della società israeliana come realtà profondamente corrotta o malata finiscano per attribuire caratteristiche essenzialmente negative a un intero collettivo.

Secondo l’autrice, questa rappresentazione rischia di alimentare narrazioni che delegittimano non solo determinate politiche governative, ma l’esistenza stessa di Israele come realtà nazionale. Una distinzione che, nel dibattito pubblico contemporaneo, appare sempre più difficile da mantenere.

La conclusione dell’articolo assume una dimensione più filosofica e identitaria. Levron richiama il pensiero dello scrittore e sociologo ebreo franco-tunisino Albert Memmi, che aveva descritto il dilemma di molti intellettuali ebrei progressisti del Novecento. Pur desiderando essere giudicati come individui universali e non come membri di una collettività, essi si trovavano spesso a confrontarsi con una società che continuava a percepirli anzitutto come ebrei.

Il paradosso evidenziato da Levron è che anche chi prende le distanze da Israele o dal sionismo può continuare a essere identificato dagli altri attraverso la propria appartenenza ebraica.

Per questo motivo, il caso Lapid diventa, nella lettura proposta dall’autrice, molto più di una disputa tra un festival e un regista. Esso rappresenterebbe un segnale delle tensioni che attraversano oggi il mondo culturale europeo: il rapporto tra universalismo e identità, tra critica politica e pregiudizio, tra solidarietà e esclusione.

Che si condividano o meno le conclusioni di Levron, la sua riflessione pone interrogativi difficili da ignorare. In un’epoca in cui il conflitto israelo-palestinese continua a polarizzare il dibattito pubblico internazionale, resta aperta una domanda fondamentale: dove termina la critica a uno Stato e dove inizia la stigmatizzazione di un popolo?