La Chiesa Cattolica e lo Stato d’Israele: breve genesi di una lunga controversia alla conferenza Kesher

di Sofia Tranchina
Domenica 8 maggio si è tenuta online una conferenza organizzata da Kesher sulle relazioni tra lo Stato del Vaticano e lo Stato d’Israele, e nello specifico tra Chiesa e diaspora, che ha visto la partecipazione di oltre un centinaio di auditori interessati e partecipi.

Gli oratori Rav Riccardo Shmuel Di Segni e di Monsignor Pier Francesco Fumagalli, moderati da Vittorio Robiati Bendaud, si sono confrontati in quella che il moderatore ha definito una «atmosfera di dialogo tra amici, che presuppone franchezza e realtà», ovvero senza giri di parole e andando a toccare subito i punti roventi.

Già nell’introduzione di Bendaud sono state sollevate le prime problematiche della questione. Innanzitutto, è stata affrontata la questione dei toponimi, e di come l’uso di un nome al posto di un altro possa influenzare la percezione che si ha dei fatti, e viceversa. Infatti – ha ricordato Bendaud – è stato l’imperatore romano Adriano, nel 135 d.C., dopo aver soppresso la rivolta di Bar Kokhba (Terza Guerra Giudaica), a umiliare gli ebrei cambiando il nome della provincia romana Giudea in Syria Palestina e vietando loro di tornare a Gerusalemme.

Si noti d’altronde che ancora nel 1798 Kant, nella sua Antropologia dal punto di vista pragmatico, parlava (dispregiativamente) degli ebrei chiamandoli «questi palestinesi che vivono tra noi dispersi». Ma le parole habent sua fata, e ad oggi con il termine palestinesi si tende ad indicare soltanto gli arabi musulmani, ed è stato dimenticato che anche gli ebrei del territorio venissero così chiamati.

Allo stesso modo, l’opinione pubblica italiana, dalle spiccate tendenze anti-israeliane, ha fatto sì che per indicare la sommità del Monte Moriah venisse utilizzato al posto del toponimo ebraico Monte del Tempio il termine Spianata delle Moschee.

Il luogo infatti, è sia il punto in cui si ergeva il grande tempio di HaShem, baluardo della religione ebraica, completato nel 515 a.C. e di cui – dopo la distruzione perpetuata da Tito nel 70 d.C. – rimane solo il Muro Occidentale, sia il luogo in cui secondo la religione islamica Maometto fu assunto in cielo, e dove si erge una costruzione di un millennio più recente: la Cupola della Roccia, costruita nel 691 d.C.; con l’utilizzo del secondo termine si predilige infatti una visione che attribuisce agli arabi maggiori diritti sull’area indicata.

Il discorso è proseguito poi sull’argomento più spinoso al cuore della conferenza: la relazione tra Chiesa e diaspora. Come sollevato da Bendaud e approfondito poi da Rav Di Segni, rabbino capo di Roma fortemente impegnato nel dialogo ebraico-cristiano, la diaspora ebraica è uno degli assiomi fondamentali della Chiesa, permettendole di attribuirsi lo status di Nuova Israele.

Questa ha infatti assunto come dogma che, a fronte del non riconoscimento della messianicità di Gesù da parte degli ebrei, accusati peraltro anche di deicidio (accusa oggi rigettata dalla maggior parte delle chiese cattoliche e protestanti), questi ultimi sarebbero stati puniti dal Signore con la rottura dell’Alleanza e la conseguente eterna diaspora.

Il fenomeno diasporico viene dunque ricondotto dagli ecclesiastici alla distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C., quando è in realtà ben noto che la diaspora ebraica ha origini molto più antiche: avrebbe infatti origine nell’800 a.C. con la conquista di antichi regni ebraici da parte di assiri e babilonesi.

Sarebbe dunque subentrata al popolo ebraico una ‘Nuova Israele’, la Chiesa, e la diaspora è così diventata fondamentale a livello teologico e politico per dimostrare empiricamente le verità cristiane. Per questa ragione la Chiesa si è lungamente opposta al ritorno degli ebrei in Israele e alla fine della diaspora, per non far cadere uno dei propri fondamenti.

Sono stati dunque elencati diversi casi descritti in volumi quali The Vatican Against Israel: J’accuse di Giulio Meotti, e Il Vaticano, la Terra Santa e il sionismo di Sergio L. Minerbi, di attività apertamente antisionistiche da parte di cardinali, papi, e associazioni cristiane, che spesso «si alleano con quelle musulmane contro l’arrivo degli ebrei in Palestina».

Alcuni cattolici d’Oriente, infatti, in reazione a fenomeni di persecuzione da parte degli arabi musulmani, hanno sposato la causa araba affinché l’astio venisse rivolto contro gli ebrei e non più contro di loro.

Quando nel 1554 Solimano il Magnifico emise un firmano con cui protesse gli ebrei dalle diffamazioni e permise loro, spiega Bendaud, di tornare in Terra d’Israele (nel 1516 la Palestina era infatti caduta nelle mani del sultano ottomano di Costantinopoli finendo per lo più integrata nell’Eyalet di Damasco), furono i cristiani ad opporvisi, poiché questo «rompeva un archetipo».

Nel 1904, quando l’attivista Theodor Herzl incontrò il papa Pio X per chiedergli supporto per la causa sionista, questi gli si oppose con un rigido «non possumus», adducendo le seguenti parole: «gli ebrei non hanno riconosciuto il nostro Signore, e dunque non possiamo riconoscere il popolo ebraico».

Nel 1925 Papa Pio XI scrisse che non gli sembrava opportuno nell’attuale circostanza (in quella piena ondata antisemita che sarebbe presto sfociata nella Shoah, durante la grande risalita del movimento sionista) creare una associazione sionista cattolica.

Solo nel 1965, fu papa Paolo VI, che l’anno prima fu il primo pontefice dalla fondazione della Chiesa a recarsi in Terra Santa, a cambiare i rapporti tra Chiesa e popolo ebraico, approvando un documento che raccomandava un dialogo fraterno di studi biblici per favorire la mutua conoscenza tra ebrei e cristiani, e che, soprattutto, ripudiava per la prima volta formalmente l’accusa di deicidio e l’antisemitismo. Ma si è dovuti aspettare fino al recente 1993 per un accordo tra Vaticano e Israele, con cui la Chiesa ha finalmente riconosciuto ufficialmente lo Stato Ebraico.

Il ritorno, promessa biblica, va sollecitato oppure no?

Come spiega Rav Di Segni, il problema posto mette a confronto due realtà che sono entrambe al contempo Stato e Religione. Due realtà che hanno tante differenze quanti punti in comune, in cui il piano politico e quello ideologico vengono continuamente confusi e mescolati. Bisogna tener conto, spiega il rabbino, di tre livelli che vanno tenuti distinti: il rapporto dell’ebraismo con la terra di Israele, il tema del ritorno alla terra, e il tema dello Stato.

«Nella realtà religiosa ebraica, la terra è fondamentale e imprescindibile dall’identità, e ogni momento del testo biblico ne tiene conto, a cominciare dalla missione di Abramo che va in una terra che gli viene mostrata dal Signore e che viene promessa ai suoi discendenti».

Su questo punto la storia ebraica ha mostrato spinte opposte, spiega Rav Di Segni. Infatti, quando è nato il movimento politico sionista, sono nate anche alcune fazioni religiose che sostengono che il ritorno non debba essere promosso dalla politica ma dal Signore, e quindi che l’attuale Stato d’Israele sia una cosa distinta dal ritorno auspicato dalle suddette fazioni. Tuttavia, altre fazioni ben più numerose hanno ritenuto, sulla base dell’interpretazione dei testi, che la fondazione dello Stato sia la realizzazione delle promesse bibliche e l’inizio della redenzione, un evento teologico segno della presenza divina nella Storia. Questo concetto avrebbe così rappresentato una sfida difficile da sostenere per la fede cristiana, per la quale lo Stato neonato andava a frantumare un assioma fondamentale della sua teologia.

È stato papa Benedetto XVI, una «voce che grida nel deserto», a porsi apertamente e fermamente la domanda se la fede cristiana fosse compatibile con i dati di fatto di quanto è accaduto o meno: se la dispersione è stata interpretata come punizione, allora il ritorno cos’è? Una fine della punizione o una violazione? Nel 2018 ha scritto: «lo stato di Israele non può essere visto come rappresentazione teologica della realizzazione della Terra Promessa, ma piuttosto come uno stato secolare che, naturalmente, ha basi religiose», tuttavia, «non è difficile, credo, vedere nella creazione dello Stato di Israele la lealtà di Dio verso Israele, rivelatasi in modo misterioso».

La sfida messianica dell’inizio della redenzione, conclude Monsignor Pier Francesco Fumagalli, membro della commissione bilaterale tra il vaticano e il rabbinato d’Israele, tocca tanto i cristiani quanto gli ebrei: la fede cristiana colloca l’inizio della redenzione nella Pasqua di Gesù Cristo a Gerusalemme. «Ma in questa complessa redenzione che dura da duemila anni si intersecano diversi interessi politico-culturali. Dialoghi, come quello di stasera, desiderano contribuire a un cammino spirituale di una Teshuva che non è ancora terminata, e che riguarda le richieste di perdono che fecero anche papa Giovanni Paolo II e il cardinale Carlo Maria Martini nel suo dialogo con Rav Giuseppe Laras».

Al termine della conferenza, è stato sollevato anche il problema dell’antisemitismo diffuso, o perlomeno dell’antisionismo, negli ambienti delle organizzazioni cristiane a cui molti italiani si affidano per pellegrinaggi e viaggi in Israele: è stato evidenziato come molti dei partecipanti tornino in Italia carichi di preconcetti contro lo Stato ebraico, di cui erano totalmente privi prima della partenza. È stata quindi avanzata la proposta per una futura collaborazione tra chiesa e comunità ebraica per la creazione di programmi di pellegrinaggio più approfonditi che lascino a chi ne esperisce un’impressione più completa e coerente dello stato di cose.

 

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