Un laico innamorato delle parole di Torà

di Fiona Diwan

Quasi un manifesto dell’ebraismo laico, il libretto rosso di chi crede si possa essere ebrei appassionati e di fervida appartenenza anche senza osservanza o ortoprassi. E che si possa amare e studiare la Torà e la narrazione talmudico-midrashica anche se non si fa parte della “Baruch HaShem Generation” tutta fede e moschetto, e anche se non si rientra nella nutrita schiera dei nazionalisti religiosi che oggi in Israele si sente unica depositaria dell’eredità del testo sacro.

Un viaggio alle radici della complessità ebraica, di un’identità sfaccetta e multiforme, compiuto a quattro mani dallo scrittore Amoz Oz insieme a sua figlia Fania Oz-Salzberger, docente di Storia all’Università di Haifa.

Padre e figlia tuffati nelle scaturigini di quello che ritengono essere il cuore dell’identità ebraica: ovvero il legame misterioso, indissolubile e millenario tra gli ebrei e le parole. È nel testo, è nella parola che sta il segreto, noi siamo figli di una narrazione molto più che di un corredo genetico. Nessuna stirpe o purezza di sangue: l’ebraismo è un fatto di genealogie, di parole pronunciate le-dor-va-dor e non di cromosomi.

Pieno di humour e ironia, aneddoti, storielle, racconti, scritto col piglio di una conversazione intorno a una tazza di te, il libro è in verità una requisitoria molto dura contro il clima che si sta diffondendo un po’ ovunque, nel mondo ebraico e in Israele, un clima che fa leva sullo spauracchio dell’assimilazione e del pericolo esterno. Ai due scrittori preme infatti puntare il dito contro l’ossessione identitaria che come un virus si sta diffondendo nel mondo, ivi compreso quello ebraico. «Oggi c’è chi dice, in Israele, che se non vai in tempio non sei un buon ebreo. Noi crediamo che si possa essere dei buoni ebrei anche senza andare in sinagoga», dicono i due Oz, mettendo in guardia contro quella mentalità che porta a fanatismi e rigidità soffocanti, e che rinfocola quel “complesso del ghetto” che una volta interiorizzato diventa una prigione volontaria. Un libro scritto contro i fondamentalismi e la mistica dell’identità; ma anche contro chi sostiene che il popolo ebraico sia un’invenzione, quei post-sionisti e storici  israeliani che dicono che Am Israel non è mai davvero esistito.

Ma per Fania e Amos Oz, il destino ebraico è anche una metafora della condizione umana. Un viaggio nel secolarismo ebraico, nella magia della Torà letta in ebraico come straordinaria creazione umana, nel continuum di domande più che di risposte. Rabbi Akivà e Glukel Hameln, padri nobili come Maimonide, Moses Mendelssohn, Bialik accanto a ebrei sconnessi come Spinoza e Giuseppe Flavio: la continuità ebraica è un prodigio, un miracolo tenuto insieme dallo studio, da una catena di conoscenza resa possibile dall’obbligo di saper leggere e scrivere. Un lignaggio letterario, dunque, concludono i due Oz. «Per 2500 anni i bambini ebrei si sono ingozzati di piatti festivi ascoltando, leggendo racconti… La festa ebraica è questo: “hanno provato a ucciderci ma noi siamo sopravvissuti, e allora su, mangiamo e leggiamo!”».

Tenere insieme la tavola della mamma e le tavole della Legge, in ciò sta la magia, questa è la pietra filosofale dell’ebraismo, un modulo pedagogico fondato sulla domanda come paradigma del dialogo intergenerazionale, spiegano. Tavole libresche, pasti di parole, famiglie logorroiche. Libri, cibo e figli: il nocciolo della continuità ebraica sta tutto qui.

Amos Oz e Fania Oz Salzberger, Gli ebrei e le parole, Feltrinelli, pp.229, 20 euro