Channukkà, giorno 1. Anche la tenebra più fitta è messa in crisi da una piccola luce

di Rav Giuseppe Laras

hanukkahIn occasione della festa di Channukkà, pubblichiamo il primo di otto pensieri scritti da Rav Giuseppe Laras sui significati della festa. Questo il primo.

Da quanto ho potuto comprendere ­del mondo di Facebook e della “rivoluzione informatica”, sabato sera, uscito Shabbat, non pochi nostri correligionari inizieranno per otto giorni a “postare” foto di candelabri più o meno artistici di ogni foggia, alcuni moderni altri antichi. E foto più o meno romantiche di candele, moccoli di candela, fiammelle galleggianti in piccoli beccucci colmi d’olio d’oliva. Vi sono poi i filmati dei cori dei canti tradizionali, melodici e struggenti, miscela azzeccata di parole ebraiche e musica d’organo. E poi, infine, il dolce e il salato, tra sufganioth e latkes, fritti nell’olio, con tutto il ricettario stagionale tradizionale, il problema del colesterolo e i MasterChef nostrani.

Non voglio atteggiarmi forzatamente a uomo “retrò”, né svilire la nostra riflessione in facile e sterile moralismo. So bene, fin nelle mie ossa, che le luci di Chanukkhah rallegrano e commuovono, che possiedono una malia antica e intramontabile; che è bello cantare insieme con amici e familiari Ma’oz Tzur; che le fritture sono gustose e attese dal palato di molti di noi. E questo è bello e importate, scalda il cuore e rinsalda il nostro Popolo.

Vorrei, però, riflettere con voi sull’eccesso, anche in relazione a come vogliamo accostarci a questi giorni di Chanukkhah; l’eccesso, che è una delle insane caratteristiche comunicative ed esistenziali della nostra contemporaneità. Sregolatezza sapientemente ricercata, artifizi retorici, emozioni architettate, contraddizioni esibite, iperboli e paradossi comunicativi per colpire l’ascoltatore, populismo rococò oppure sciatto, anticonformismo aggressivo da plauso. Purtroppo questi eccessi confondono e viziano il ben ragionare.

Cosa tradisce l’eccesso di post stagionali di Chanukkhiòth? La risposta non è difficile e corrisponde alla fase “informatica” di un fenomeno abbastanza datato, che ha riguardato in proposito l’ebraismo americano -e, quindi, europeo- dal secondo dopoguerra a oggi: l’amalgama invasiva e dalla natura composita di elementi decorativi “natalizi” in seno a Chanukkhah. Si tratta, in estrema e radicale sintesi, del simbolo -come tale sintetico- di un fenomeno socio-culturale complesso, a cavallo tra integrazione, comunicazione, inculturazione, omologazione e, in definitiva, ovattata assimilazione.

La mia domanda è se tutto questo sia compatibile con Chanukkhah.

Mi spiego meglio: il senso della domanda non è quello, facilmente attribuibile al rabbino pedante, per cui questi, nel rapporto osmotico tra la realtà ebraica e il mondo esterno, tra la minoranza assoluta e una vasta maggioranza, vuole solo moltiplicare, sopraffatto da eccessi cautelativi, la frapposizione di barriere. La domanda è se le vicende, la storia e gli insegnamenti di Chanukkhah –festa cara a tutto Israele, celebrata dall’assimilazionista à la page sino, ovviamente, al più intransigente haredì, dal sionista più entusiasta sino al più cupo e risentito antisionista- siano compatibili con fenomeni assimilatori o se, invece, non vi sia una radicale contrapposizione e contraddizione? Se non sia un paradosso che gli eccessi simbolici emancipazionisti-assimilatori si scatenino proprio in relazione alla Festività ebraica più determinata e progettuale circa la resistenza e la permanenza in essere di Israele? Se, da ultimo, non sia stupefacente che la ricorrenza legata alle azioni di un manipolo di pochi resistenti sia attualmente celebrata anche da quelli che forse oggi sarebbero i loro avversari, senza che costoro si rendano conto di essere vittime di una doppia omologazione, quella introitata dalla maggioranza e quella speculare e contraria -incredibile!- rispetto ad alcuni usi tradizionali del loro Popolo?

Se un problema è chiarirsi, quello indissolubilmente collegato è come far luce. Una delle Halakhoth (norme) di Chanukkhah, vertente su come accendere la lampada, fissa un metodo ebraico, che è anche un principio regolatore. Ad esso ci atteniamo nell’accensione dei lumi da quando fu fissato sino ai giorni nostri, ad esso dobbiamo attenerci in relazione alle occorrenze della nostra vita, inclusa quella interiore, emozionale e razionale. Come è noto, la Scuola di Hillèl ha stabilito che una prima luce debba essere accesa la prima sera e che, via via, una luce addizionale venga progressivamente accesa e aggiunta di sera in sera (2, 3, 4….). La Scuola di Shammai, al contrario, riteneva che, considerato il prodigioso perdurare per otto giorni della dose olearia quotidiana per mantenere accesa la Menorah, la prima sera si dovessero accendere subito tutti gli otto lumi, spegnendone uno di sera in sera, decrescendo, accompagnando, per così dire, “per imitazione” lo svolgersi effettivo del miracolo. Cosa vuole insegnare la Halakhah, che, come sappiamo sin da bambini, si è fissata seguendo la Scuola di Hillèl? Ci viene insegnato concretamente che il coraggio, la fede e la santità devono sempre essere accresciuti. Al contempo, ci viene insegnato che non serve inveire contro le tenebre, ma che è più sensato accendere una luce. Non è romanticismo da cioccolatino, ma una strategia caparbia. Ancor più, è un monito religioso, che si fonda e ha senso unicamente nella vita di fede: anche la tenebra più fitta, che ha un sopravvento schiacciante e ottundente, è messa in crisi da una piccola, ancorché dapprincipio unica e solitaria, luce.