Libera religione in libero Stato? La serata Kesher

Ebraismo

di Ilaria Myr

kesherMILANO – Laicità e libertà di culto in Italia e in Israele: questo il tema spinoso e attuale al centro della serata organizzata da Kesher lunedì 23 febbraio, che ha visto gli interventi di Ariel Finzi, dell’avvocato Claudia Shammah e di Francesco Lucrezi, Professore di Storia dell’Oriente Mediterraneo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Salerno.

Laici-religiosi, un rapporto difficile
A introdurre la complessità del tema è Ariel Finzi, che ha fatto riferimento ad alcune figure storiche di Israele e al loro rapporto con l’ebraismo. «Il primo Primo Ministro israeliano, David Ben Gurion, convinto laico, veniva da una famiglia ortodossa – ha spiegato -. Anche quando era ormai lontano dall’ortodossia, disse: ‘L’unico Mandato del popolo ebraico è il Tanach’, riconoscendo di fatto che l’identità del popolo ebraico si basava sul Libro».

Fu del resto proprio Ben Gurion, a seguito di un colloquio di quattro ore con Rav Lau nel 1953, a siglare quello che è chiamato lo status quo, l’accordo che lascia al rabbinato ortodosso di Israele il potere decisionale sulle questioni legate alla sfera famigliare (matrimoni, divorzi, nascite, ecc..).

Un’altra figura storica citata da Finzi è Golda Meir, che nella sua autobiografia parla di “fierezza di appartenere a un popolo che è sopravvissuto in 3000 anni di storia”.

L’identità ebraica e il rapporto con la religione è dunque da sempre – da quando esiste lo Stato di Israele – una questione aperta e complicata per lo Stato ebraico. “Lo prova il fatto che la convivenza fra religiosi e laici è spesso problematica – continua Finzi -, con rigidità e sospetto reciproci. Forse però oggi la situazione è migliore che nel passato. Ma certo è ben lontana dall’essere risolta».
Quando si parla di temi così delicati, però, è necessario fare chiarezza sul significato che si dà alle parole “laico” e “religioso”. «Il laicismo è a mio avviso il presupposto alla libertà di culto – ha dichiarato Claudia Shammah -. Ma attenzione: anche il laicismo portato all’estremo può essere una forma di chiusura. Lo dimostra, ad esempio, il caso dell’UAAR, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, che si trova cercando su Google la parola “laicismo”».

Italia e Israele, due modelli a confronto
Ma quale deve essere il rapporto fra religione e Stato? Quanto spazio deve avere la prima nella getsione del secondo? «Sono convinto che gli uomini religiosi non debbano mai amministrare la società civile, semplicemente perché non è il loro mestiere – ha esordito il prof. Lucrezi, esperto conoscitore della storia ebraica e autore, tra l’altro, del testo Ebraismo e Novecento. Diritti cittadinanza, identità (Salomone Belforte) -. Anche perché darebbero la precedenza alla legge divina, piuttosto che a quella degli uomini».

Sulla controversa definizione di laicità, poi, Lucrezi condivide l’accezione diffusa di separazione dei poteri, cioè di libera Chiesa in libero Stato, aggiungendo però un tassello: “Uno Stato è laico non solo se vi è libertà di religione, ma anche dalla religione – precisa -: non basta cioè che si possano praticare i diversi culti, ma è necessario che non vi siano prevaricazioni della sfera religiosa sulla politica».

Se dunque si analizza la situazione in Italia partendo da questo concetto, balza subito agli occhi un quadro di totale commistione fra le due sfere, politica e religiosa. Il cristianesimo, infatti, è largamente costitutivo dell’identità nazionale, come ben diceva Benedetto Croce: “In Italia non si può non essere cristiani”. I Patti Lateranensi, poi, siglati da Benito Mussolini con la Chiesa nel 1929, stabiliscono di fatto che la religione cattolica sia quella nazionale. «L’Italia, con quell’accordo, di fatto abdica a una fetta di sovranità in favore della Santa Sede – commenta Lucrezi -. E nonostante la legge sia poi stata modificata negli anni ’80, il cattolicesimo rimane prioritario rispetto alle altre religioni. Questo è evidente anche nella Costituzione italiana del 1948: non solo è totalmente assente un qualche riferimento alla laicità dello Stato, ma si parla anche, nell’art. 7, della religione cattolica, e solo nell’articolo successivo si parla di “altri culti”. Ma perché “altri culti” e non “dei culti”?».

In realtà, i Patti Laternansi specificano che non vi debba essere alcuna intromissione della sfera religiosa nella politica, ma ciò è sempre stato disatteso negli anni: basti pensare alle posizioni molto aperte della Cei sul voto cattolico nel 1994, con la dissoluzione della DC, e, successivamente, sulla legge 40 della fecondazione assistita, in cui invitò apertamente l’elettorato cattolico all’astensione (permettendo così di non raggiungere il quorum).

«Tutto ciò è inammissibile – commenta Lucrezi – e va contro gli stessi Patti Lateranensi. Ma in Italia qualsiasi battaglia contro questo rapporto fra Chiesa e Stato sono perse in partenza».

In Israele, però, la situazione è molto più complessa. Da un lato, infatti, se si usa anche per questo Paese l’idea di libertà dalla religione, si deve convenire che essa non esiste. Dall’altro, però, il concetto stesso di identità ebraica rende molto più complesso fare dei distinguo così netti. «Nell’identità ebraica la componente religiosa ha un valore sostanziale, perché è su di essa che si fonda, indipendentemente che si sia laici o ortodossi – spiega Lucrezi -. Nel caso dello Stato di Israele, però, il ribadire il carattere ebraico della nazione, come è avvenuto con la legge recente voluta dal Likud – e che ha suscitato forti polemiche dallo stesso presidente Reuven Rivlin e dall’ex Shimon Peres – non era necessario, perché lo stesso Stato di Israele nasce come patria degli ebrei, degli esiliati, in cui tutti possono tornare».

A chi però spetta di definire chi è ebreo e chi è israeliano? Il fatto che ancora oggi, secondo l’accordo dello status quo, sia solo il rabbinato ortodosso crea all’interno della società civile grandi fratture e questioni molto delicate, che a oggi non hanno trovato soluzione. «Questo perché – spiega lo studioso -la situazione politica dello Stato di Israele, continuamente minacciato nella sua esistenza, di fatto porta a rimandare la risoluzione di nodi così delicati. Speriamo che la situazione politica si calmi presto, e che queste questioni diventino prioritarie».

Interessante, infine, l’intervento finale di rav Arbib, che ha sottolineato che nella stessa storia ebraica vi sono chiare opposizioni alla presenza di rabbini al governo. «Lo stesso Rabbi Akivà ne parlava chiaramente – ha spiegato -. E anche il Rambam spiega che quando gli hashmonaim hanno governato hanno in realtà preso qualcosa che non apparteneva loro. Detto questo, credo che l’unica legge possibile in Israele sia quella dell’alachà, e che l’unica via possibile di convivenza sia quella del compromesso fra laici e religiosi. Senza la legge ebraica, l’alternativa sarebbe l’idolatria dello Stato, e sarebbe molto peggiore».

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