Dibattiti/Comunità: quale futuro? Jesurum: “Dobbiamo cercare un’ebraicità condivisa”

di Stefano Jesurum

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta di Stefano Jesurum alla Comunità, una specie di Documento, plurifirmato, che getta sul tappeto alcuni temi cardine del dibattito politico attuale: la ricerca di un modello condiviso di cultura e di educazione ebraica; il futuro dell’ebraismo italiano e milanese (ovvero: in che cosa oggi consiste l’appartenenza? Come ridefinirla?); la messa a punto di un linguaggio di accoglienza e non di respingimento; il richiamo alla tradizione dell’ebraismo italiano e ad alcune, luminose, figure chiave. Malgrado la delicatezza e la complessità delle questioni poste, noi crediamo che non ci sia nulla di cui non si possa e non si debba parlare. Un’occasione di confronto a cui speriamo, molti risponderanno.

Care amiche e cari amici, è il momento di provare, per una volta, ad affrontare alcuni fondamentali temi non prettamente economico-finanziari,-però ad essi strettamente legati-, che hanno animato in questi mesi il dibattito comunitario. A convincerci di ciò sono i risultati della ricerca condotta da Roberto Liscia e dal suo gruppo di lavoro (La scuola Ebraica di Milano – Progetto di sviluppo). Da quella analisi emerge che uno dei nodi problematici è la evidente non omogeneità tra le diverse aspettative che la varie componenti della Comunità hanno rispetto all’educazione dei propri figli. Una educazione che, a nostro avviso, significa cultura condivisa, o meglio ancora culture condivise. Questa delle culture condivise è stata ed è la base della sfida che la lista Ken e i suoi amici promisero di far volare alta, un tema essenziale -se non addirittura “il tema”-, per il futuro non soltanto della scuola bensì dell’intera Kehillah milanese.

Occorre quindi un dibattito libero e aperto, e io vengo a proporlo. Non parliamo di edot, non diamo (come sempre più spesso accade), al termine “ebrei vicini” il significato di “ebrei buoni” e a “ebrei lontani” quello di “ebrei cattivi”. Parliamo -per dirla all’anglosassone-, di ebraismo come jewry, complesso di persone viventi, e non di ebraismo come judaism, complesso di contenuti normativi. Dobbiamo fermare le emorragie, recuperare intelligenze che si sono perdute, ricostruire momenti e percorsi di appartenenza per il maggior numero possibile di ebree e di ebrei di ogni età. Vogliamo ridurre gli steccati.

Stiamo insomma parlando -concetto semplice ma non banale-, dell’essere ebrei, non tutti allo stesso modo, non con la medesima storia, provenienti da diaspore differenti. Non stiamo e non vogliamo parlare di Halakah, tematica che compete ai rabbini, agli organismi religiosi e alle loro dispute. Neppure stiamo parlando e non vogliamo parlare di fede, che attiene alle singole coscienze. I molteplici e variegati modi di essere ebrei, invece, appartengono a ognuno di noi singolarmente e a tutti noi collettivamente. Qualcuno chiama questo identità, parola che però non rappresenta la vita -la vita reale, sentimentale, relazionale di ognuno di noi e di voi-.

Nell’ultimo numero de La rassegna mensile di Israel Sergio Della Pergola ben spiega che le generalizzazioni tipo “religiosi” e “laici” o “comunitari” e “assimilati”, sono superficiali e fuorvianti. «Le fondamenta dell’identità ebraica si articolano attorno a due assi di appartenenza: il primo coinvolge la presenza, rilevanza, centralità, valenza positiva, predominanza relativa (o l’assenza) nella coscienza dell’individuo di contenuti normativi e culturali tipici dell’ebraismo e diversi da quelli della società circostante; il secondo asse coinvolge la natura delle reti sociali dell’individuo, primariamente vincolato nel quotidiano ad altre persone o istituzioni della stessa appartenenza (o meno)…». È sulle varie combinazioni possibili di queste due dimensioni che si fonda una comunità. Questo mix, questo equilibrio tra differenti modi di essere ebrei è, fin dal Medio Evo, caratteristica di numerosi ebraismi. Che vanno rispettati, anzi sollecitati, e il più possibile “accontentati”. Sta qui la chiave con cui aprire o meno la porta della sopravvivenza futura.

Lo spartiacque non è, appunto, tra “religiosi” e “laici”, lo è semmai tra un approccio chiuso e uno aperto, tra una visione integrale e una pluralista. Se i nostri studenti vanno in gita, chessò, a Firenze non possono essere obbligati a visitare e studiare il Brunelleschi di Santa Croce, però chi vorrà farlo non è ammissibile che sia neanche lontanamente sfiorato dal sospetto dell’accusa di idolatria. Se così invece fosse…, da un lato è palese perché molte famiglie non lascino i figli nelle classi superiori della scuola, dall’altro ci chiediamo dove sia finito l’ebraismo italiano.

Anni fa, rav Elio Toaff mi raccontava -con commozione e orgoglio-, di quando, alla morte di suo padre Alfredo Sabato, rabbino di Livorno, le campane delle chiese cittadine suonarono tutte insieme per rendergli omaggio e dargli l’ultimo saluto. Non è forse quello un segno forte da ricordare e intorno a cui raccoglierci? Noi non siamo stati eletti anche a difesa di questa tradizione?

E quando fatichiamo a darci delle risposte faremmo bene a seguire l’esortazione di rabbi Hillel che, se non ricordo male, diceva di «guardare a cosa fanno gli ebrei», ovvero di cercare la risposta nelle consuetudini.

Ma le consuetudini di ebrei italiani, milanesi, non sono di vietare un catering kasher per il motivo che il matrimonio celebrato è “misto”. Dove sta lo spirito ebraico nell’impedire a ebrei che lo vogliono di comportarsi da ebrei? Non è così che ci terremo stretti i figli di matrimoni “misti”. Non buttiamo via altre intelligenze, altre donne e altri uomini che sono il futuro di tutti noi. A chi dice che “aprendoci” si perdono i “vicini”, quelli “buoni”, noi rispondiamo con forza che non è vero. Mentre di “lontani” ne abbiamo già persi moltissimi, troppi.

Oggi c’è probabilmente chi pensa che abbandonare quelle nostre consuetudini, cancellare dalle nostre radici gli Ernesto Nathan e i Primo Levi, Amelia Pincherle Rosselli, i Sereni e i Rosselli, i garibaldini, gli Isacco Artom, Giorgina Arian Levi, i nostri “vecchi” che hanno fatto il Risorgimento, difeso la patria, combattuto per la libertà, la giustizia, la democrazia, sia un passo verso l’“integrità”.

Le amnesie in cerca dell’“integrità” ebraica a noi non piacciono, e crediamo non piacciano ai moltissimi che ci hanno votato. Perché vogliamo -e vogliono- che i nostri nipoti e i nipoti dei nostri nipoti abbiano la possibilità, domani, di trovare ancora una Comunità ebraica di Milano a cui iscriversi.

Stefano Jesurum

Joe Abeni, Joice Anter, Michele Arditi, Joseph Bali, Goti Bauer, Riccardo Bauer, Bauer Biazzi, Rosanna Bauer Biazzi, Jacky Blanga, Valeria Biazzi, Emilio Castelbolognesi, Sergio Castelbolognesi, Daniele Cohen, Jeanette De Picciotto Dwek, Solo Dwek, Alberto Foà, Emanuele Fiano, Claudio Gabbai, Leone Hassan, Rony Hamaui, Milo Hasbani, Victor Hasbani, Avram Hason, Aldo Jarach, Andrea Jarach, Pia Jarach, Rachele Jesurum, Gad Lazarov, Michèle Mimun, Giulia Modena, Raffaella Mortara, Simone Mortara, Daniele Nahum, Antonella Nardi Foà, Jerry Perahya, Karen Perahya, Mario Rimini, Annie Sacerdoti, Manuela Schapira, Bruno Segre, Paola Sereni, Gionata Tedeschi, Roberto Weinstein.

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