di Anna Balestrieri
Ventiquattro dipendenti di Al Jazeera che lavoravano nella Striscia di Gaza sono stati licenziati mentre è in corso negli Stati Uniti una causa che accusa il network qatariota di avere fornito sostegno a Hamas e alla Jihad islamica palestinese. La vicenda riporta al centro del dibattito una questione rimasta controversa dall’inizio della guerra: dove finisce il lavoro giornalistico in un territorio governato da un’organizzazione armata e dove comincia il rapporto con le sue strutture?
I 24 licenziamenti
La notizia, riportata il 19 settembre dal Jerusalem Post sulla base di quanto riferito da Ynet, riguarda 24 giornalisti e membri dello staff di Al Jazeera che operavano a Gaza. I licenziamenti arrivano nel contesto di una causa depositata negli Stati Uniti nel febbraio 2025 da Shurat HaDin, con il sostegno di StandWithUs.
La causa identifica i 24 dipendenti e sostiene che alcuni di loro avessero legami con Hamas o con la Jihad islamica palestinese e, in alcuni casi, ne fossero membri. Si tratta, è importante precisarlo, di accuse contenute in un procedimento giudiziario e non di una sentenza che abbia accertato individualmente le responsabilità di tutti i dipendenti coinvolti.
Il licenziamento, tuttavia, arriva in un momento nel quale anche altre fonti indipendenti hanno cominciato a rivedere alcune precedenti classificazioni di persone indicate come giornalisti uccisi nella guerra.
Il caso del Comitato per la protezione dei giornalisti
A giugno il Committee to Protect Journalists (CPJ) aveva annunciato una revisione del proprio database sui giornalisti e operatori dei media uccisi durante la guerra. La decisione era arrivata dopo che Hamas e Jihad islamica avevano pubblicato necrologi nei quali alcuni individui precedentemente classificati come giornalisti venivano indicati come membri delle rispettive organizzazioni.
Il CPJ ha successivamente rimosso 20 nomi dal proprio database: otto dopo avere verificato che le persone erano membri di Hamas o della Jihad islamica e altri dodici per ragioni differenti.
L’organizzazione ha comunque precisato che l’appartenenza a un gruppo armato, da sola, non trasforma automaticamente una persona in un combattente: secondo i criteri richiamati dal CPJ, un giornalista affiliato a un’organizzazione non statale conserva lo status di civile finché non partecipa direttamente alle ostilità. Il CPJ ha inoltre sottolineato di voler verificare che nessuna persona impegnata direttamente nei combattimenti sia rimasta nel proprio elenco dei giornalisti uccisi.
Il precedente del gruppo WhatsApp
Il tema dei rapporti tra giornalisti di Gaza e Hamas, peraltro, non nasce con la causa contro Al Jazeera.
Già nel maggio 2021 un’inchiesta dell’Associated Press aveva documentato l’esistenza di un gruppo WhatsApp utilizzato per diffondere informazioni relative alle operazioni militari di Hamas. Dodici dei 17 giornalisti di Gaza contattati dall’AP dissero di avere fatto parte del gruppo. Tra loro figuravano giornalisti che lavoravano per diverse testate, compresi professionisti di Al Jazeera.
La circostanza non equivaleva, di per sé, all’appartenenza a Hamas. I giornalisti intervistati spiegavano di utilizzare quei canali per ottenere informazioni necessarie al proprio lavoro e per seguire le comunicazioni dell’organizzazione che controllava la Striscia.
È però un elemento che mostra quanto fosse difficile, già prima dell’attuale guerra, separare nettamente il lavoro dell’informazione dalle strutture di Hamas in un territorio nel quale l’organizzazione esercitava il controllo politico e militare.
Il fotografo che scelse di non pubblicare le immagini
Un episodio emerso nelle stesse ore aggiunge un ulteriore elemento alla discussione. Il fotografo palestinese di Gaza Motaz Azaiza ha raccontato di avere filmato, il 7 ottobre 2023, alcuni ostaggi israeliani mentre venivano picchiati da una folla palestinese, ma di avere deciso di non pubblicare le immagini. Lo ha raccontato in una recente intervista al podcast Taqarb, condotto dal giornalista Ahmed Bikaoui.
Azaiza ha spiegato che aveva visto un veicolo delle Brigate al-Qassam con ostaggi israeliani e aveva seguito e ripreso le persone che li stavano colpendo. La sua decisione di conservare il materiale senza diffonderlo, ha detto, nasceva dal timore che le immagini permettessero a Israele di identificare le persone riprese e di colpirle. Non voleva, ha spiegato, essere indirettamente responsabile della loro morte per alcune visualizzazioni sui social.
La dichiarazione è significativa soprattutto perché proviene da un fotogiornalista diventato una delle figure più riconoscibili della documentazione della guerra da Gaza. Il caso mostra concretamente quanto possano essere complesse le scelte dei reporter che operano all’interno dell’enclave: documentare un fatto, decidere se renderlo pubblico e valutare le possibili conseguenze per le persone coinvolte non sono necessariamente la stessa cosa.
Azaiza, nello stesso colloquio, ha inoltre rivolto critiche insolitamente dure alla leadership di Hamas, sostenendo che le armi dell’organizzazione non abbiano protetto la popolazione di Gaza e contestando le sue scelte durante la guerra. Ha anche raccontato di avere sperimentato personalmente un sistema di pressione sui giornalisti attraverso un gruppo WhatsApp denominato “Smart”, che, secondo il suo racconto, sarebbe stato gestito da un funzionario dei media di Hamas e utilizzato per coordinare attacchi online contro giornalisti critici. Queste sono dichiarazioni di Azaiza e vanno quindi presentate come tali.
Questo episodio è particolarmente utile perché evita una generalizzazione: non dimostra che i giornalisti di Gaza siano “tutti” coordinati con Hamas, ma documenta attraverso la testimonianza di un reporter stesso l’esistenza di pressioni, autocensura e decisioni editoriali condizionate dal contesto politico e militare nel quale gli operatori dell’informazione lavorano.
Il problema dell’accesso alle fonti
La questione è diventata ancora più delicata dopo il 7 ottobre 2023. Con l’impossibilità per la maggior parte dei corrispondenti stranieri di entrare autonomamente nella Striscia, i giornalisti palestinesi di Gaza sono diventati per molti media internazionali una delle principali fonti dirette di immagini, testimonianze e informazioni dall’interno dell’enclave.
Lo stesso CPJ riconosce che i propri ricercatori non hanno potuto effettuare verifiche sul posto dall’inizio della guerra, poiché Israele non ha consentito l’ingresso dei corrispondenti internazionali a Gaza. L’organizzazione ha chiesto proprio per questo di consentire l’accesso ai media stranieri.
Il risultato è un paradosso giornalistico: le persone che possono raccontare ciò che accade sul terreno sono anche quelle che operano all’interno di una società sottoposta al controllo di Hamas e che, in molti casi, devono necessariamente confrontarsi con le sue autorità e strutture.
Al Jazeera e le accuse precedenti
Il caso attuale si inserisce inoltre in una lunga controversia che coinvolge direttamente Al Jazeera. Nel 2024 l’esercito israeliano aveva accusato sei giornalisti dell’emittente di essere membri di Hamas o della Jihad islamica, sostenendo di avere recuperato documenti che ne avrebbero dimostrato l’affiliazione.
Al Jazeera aveva respinto categoricamente quelle accuse, definendole infondate e sostenendo che i documenti presentati da Israele fossero falsificati.
Già nel gennaio 2024 l’esercito israeliano aveva inoltre presentato documenti che, secondo le proprie ricostruzioni, collegavano alcuni giornalisti di Al Jazeera alla Jihad islamica. Anche in quel caso la vicenda era stata contestata.
Un confine difficile da tracciare
Il punto centrale, dunque, non è stabilire che «tutti i giornalisti di Gaza lavoravano per Hamas»: le informazioni disponibili non consentono una simile generalizzazione. Esistono invece casi documentati di persone indicate come giornalisti che sono state successivamente identificate come membri di organizzazioni armate, insieme a casi in cui giornalisti hanno utilizzato canali gestiti da Hamas per raccogliere informazioni.
Questa distinzione è essenziale. Un giornalista che riceve comunicati da Hamas, che entra in un gruppo WhatsApp dell’organizzazione o che deve ottenere il permesso delle autorità locali per svolgere il proprio lavoro non è automaticamente un combattente o un membro di Hamas.
Al tempo stesso, quando emergono prove concrete di appartenenza a un’organizzazione armata o di partecipazione alle ostilità, la qualifica di “giornalista” non può essere considerata sufficiente a escludere ulteriori responsabilità.
Il caso Al Jazeera come nuovo capitolo
I 24 licenziamenti rappresentano quindi un nuovo capitolo di una discussione che riguarda non soltanto Al Jazeera, ma l’intero ecosistema dell’informazione proveniente da Gaza.
La domanda che resta aperta è duplice: quanto può essere indipendente l’informazione prodotta all’interno di un territorio sottoposto al controllo di Hamas e quanto rigorosamente i media internazionali devono verificare l’identità, i rapporti e le eventuali affiliazioni dei propri collaboratori locali?
La risposta non può essere ricavata automaticamente né dall’appartenenza professionale né dall’accusa di appartenenza a Hamas. Richiede invece verifiche individuali, documenti, fonti indipendenti e una distinzione rigorosa tra collaborazione giornalistica, rapporto con le autorità locali, affiliazione politica e partecipazione militare.
È proprio su questa distinzione — e sulla capacità dei media internazionali di verificarla — che si gioca una parte importante della credibilità dell’informazione proveniente da Gaza.



