L’orgoglio ritrovato degli ebrei di Mosca

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di Anna Lesnevskaya, da Mosca

“Gli ebrei del silenzio”: così lo scrittore e premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel, di ritorno da un viaggio nell’Unione Sovietica nel 1965, aveva definito la popolazione ebraica dei Soviet. Bisognava aspettare gli anni Ottanta e la Perestrojka perché le porte, rimaste chiuse per lunghi anni agli ebrei sovietici, si aprissero. In tanti hanno fatto l’aliyà, ma oltre ogni previsione, in molti sono rimasti nella nuova Russia. Nella sola città di Mosca, secondo l’ultimo censimento del 2010, risiedevano 53145 ebrei, ma il dato reale potrebbe superare di gran lunga le statistiche ufficiali. La comunità ebraica della capitale russa non può certo più definirsi silenziosa, ha un ruolo importante nella vita politica e gode di un vivace rinascimento religioso. «Noi siamo i ba’al teshuvah, ossia coloro che hanno fatto ritorno alla loro fede ebraica», racconta Aleksandr Bukhman, cineasta, che frequenta il Centro ebraico comunitario di Mosca (Meots) nella zona di Marjina Roshcha. L’edifico moderno di sette piani, con all’interno la sinagoga Beis-Menahem, è il fulcro del movimento Chabad-Lubavitch, il più diffuso a Mosca, tra le altre varianti del giudaismo chassidico. La corrente mistica, nata nel Settecento e fiorita negli shtetl, è tutt’ora fortissima sul territorio dell’Europa Orientale. «Sono ritornato alle mie radici ebraiche e al giudaismo grazie ai tedeschi», racconta Bukhman, che durante i Soviet era emigrato con la famiglia in Germania, per poi ritornare otto anni fa in Russia, dove si è sposato con una ragazza ebrea. «I miei compagni di scuola tedeschi sapevano che ero un ebreo e mi facevano tante domande a cui non sapevo rispondere. Come diceva il Rebbe (Menachem Mendel Schneerson, ndr) gli ebrei cresciuti nel socialismo sono una generazione perduta, perché hanno smarrito la loro identità».

Dopo il socialismo è arrivato il caos economico degli anni Novanta, che lasciava poco spazio alla riflessione a chi cercava di sopravvivere. Solo con la stabilità degli anni Duemila, le persone hanno iniziato a sentire che dentro di loro mancava qualche tassello, che al posto dei valori profondi c’era un vuoto. In quegli anni, tanti ebrei di Mosca hanno cercato la loro identità nella religione e nelle loro origini. Il processo coinvolse persino gli oligarchi, che hanno consolidato enormi ricchezze quando il capitalismo selvaggio subentrò alla consueta pianificazione dall’alto dell’economia sovietica. Storicamente privi della possibilità di entrare a far parte della nomenklatura del Pcus a causa della loro “nazionalità”, gli ebrei hanno avuto modo, nei decenni del Novecento, di allenare il loro spirito imprenditoriale lanciandosi nelle prime attività commerciali. «Tante persone ricche che incontravo avevano un serio problema di valori positivi e di auto-identificazione. All’improvviso hanno capito che tutto quello che c’era di buono nella loro vita era legato alla loro origine ebraica, alle tradizioni, alle feste. Ma solo nella comunità hanno percepito i veri valori collettivi e sentito uno spirito di condivisione», racconta Motya Chlenov, vicedirettore esecutivo del Congresso ebraico russo (Rek) e figlio di Mikhail Chlenov, uno dei padri fondatori del movimento ebraico post-sovietico.

Non stupisce quindi che lo Shabbat al Centro Chabad-Lubavitch di Mosca raccolga fino a 700 persone ogni venerdì sera. Nelle varie sale si formano tanti gruppetti: i giovani, gli israeliani, gli americani. Il cholent e il cibo della tradizione ashkenazita è generoso, si balla e si canta in ebraico e in russo. Nathan Gorelik, amico di Bukhman, pronuncia con attenzione la preghiera in ebraico prima di iniziare il pasto. È sbarcato in sinagoga per la prima volta nel 2007, per poi diventare un fervente neofita. Al centro Chabad l’aveva portato un curioso destino: è che scopre che suo nonno paterno era uno dei fedelissimi del Rebbe di Lubavitch. Nathan, infatti, è cresciuto in Uzbekistan, Paese che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva accolto molti chassidim in fuga dall’avanzata dei tedeschi. Tra di loro c’era anche Nanson, il nonno di Nathan, che poi ha lasciato l’Asia Centrale raggiungendo il Rebbe in America, il settimo e ultimo Rebbe di Lubavitch.

Nell’Urss il movimento chassidico era stato messo all’indice, l’unica a rimanere aperta a Mosca durante il periodo sovietico era la più antica Sinagoga Corale di Mosca, situata in Bolshoj Spasoglinishchevskij pereulok (all’epoca, ulitsa Arkhipova), nella zona centrale della città, a Kitaj Gorod. La Sinagoga Corale, come accade tuttora, era il punto di riferimento per gli ebrei lituani, noti come litvak, una corrente ortodossa, che risale alla tradizione di Vilnius – avversa ai chassidim -. Proprio davanti alla sinagoga, eretta su una piccola sommità (gorka, in russo), si davano appuntamento gli ebrei moscoviti nel secondo dopoguerra. Proprio sul Gorka, durante gli anni delle repressioni antisemite del Pcus alternate da pochi barlumi di speranza, è nato e si è formato il Movimento ebraico.

Tutti rivoluzionari

Ma facciamo – a larghi cenni – un po’ di Storia. Protagonisti in prima linea durante la Rivoluzione russa bolscevica del 1917 (l’appoggio ebraico fu capillare e molti leader erano ebrei), la situazione tuttavia non migliorò sostanzialmente rispetto alla loro vita nella Russia zarista. Ottennero appena di potersi spostare al di fuori dei confini occidentali dell’Impero russo, andando oltre la cosiddetta Zona di residenza, dov’erano stati segregati. Ma, com’è noto, l’antisemitismo non cessò, anzi. In una prima fase, il nuovo potere vietò l’uso della lingua ebraica promuovendo lo yiddish, considerato l’idioma del proletariato finché, negli anni Trenta, le scuole ebraiche non chiusero i battenti anche a Mosca, come già era accaduto nel resto del Paese. Era stata invece creata un’alternativa sovietica al nascente progetto di uno Stato ebraico in Eretz Israel. Si trattava della celebre Regione autonoma ebraica del Birobidjan, territorio nell’Estremo Oriente russo, fondata per raccogliere la popolazione ebraica dell’Urss. Mentre il vero sogno di un’autonomia ebraica, da fondare in Crimea, promossa dal direttore del Teatro Nazionale ebraico e attore Solomon Mikhoels, non si realizzò mai. Mikhoels fu un personaggio mitico, amatissimo, carismatico: fu ucciso dai servizi nel 1948, e dopo il suo assassinio venne sciolto anche il Comitato antifascista ebraico che egli stesso presiedeva, creato dal Pcus durante la Guerra a puro scopo ingannevole e di propaganda.

Il 1949 è stato l’annus horribilis per gli ebrei sovietici. Dopo la fondazione dello Stato di Israele, Stalin comprese ben presto che la neonata nazione non sarebbe diventata una carta da giocare nello scacchiere del Medio Oriente. Ed è stato allora che la scure dell’antisemitismo si abbattè in maniera radicale sulla popolazione ebraica dell’Urss. Nel 1949 fu avviata la cosiddetta “campagna per la lotta al cosmopolitismo”. Prendeva di mira l’intelligentzia ebraica, soprattutto nelle grandi città come Mosca. L’accusa era quella di compiacenza verso l’Occidente ed era sufficiente per far perdere il posto di lavoro, specie ad attori, scrittori, registi, artisti, intellettuali, professori, accademici di origine ebraica, per poi mandarli al gulag. Del 1950 è un’altra pagina nera: fu avviato un altro clamoroso processo, tristemente noto come “il complotto dei medici”. Si basava sulla teoria di un’intesa tra i medici ebrei di Usa e Inghilterra per far fuori i gerarchi del Partito e addirittura Stalin stesso. In tutto, nell’ambito dell’inchiesta, erano stati arrestati 37 medici, tra cui 28 ebrei. Solo con la morte di Stalin nel 1953 si fermò la macchina repressiva contro gli ebrei e i medici arrestati furono rilasciati.

Ma è col disgelo che nascono i primi circoli clandestini sionisti: tuttavia, il potere resta vigile e reagisce duramente. Nel 1963 viene vietata la preparazione della matzà di Pesach nei forni della Sinagoga di Mosca. Ma il sentimento nazionale e la voglia di raggiungere Israele cresce esponenzialmente tra gli ebrei sovietici, specie  prima nella Crisi di Suez del 1956-57 e poi dopo la Guerra dei Sei giorni del 1967. È un boom di richieste di visti per l’espatrio dall’Unione Sovietica. Ma la maggior parte viene respinta. È qui e ora che nasce e si costruisce quella che diventerà l’anima del movimento ebraico sovietico, quella dei refusnik (otkaznik, in russo), ossia coloro ai quali è stato negato il visto per poter emigrare in Israele.

Tutti costoro pagarono un prezzo, soffrendo da subito una forte emarginazione sociale, perdendo il lavoro e rischiando di essere arrestate in ogni momento.

L’avventura dei refusnik

Nel 1970 ad attirare l’attenzione di tutto il mondo verso la situazione dei refusnik è stato il tentativo di un gruppo di ebrei di dirottare un aereo per emigrare dall’Urss. Gli ideatori, il pilota Mark Dymshits e l’attivista Eduard Kuznetsov, furono arrestati insieme ad altri e condannati a morte. La pena capitale è stata poi sostituita con 15 anni di gulag grazie all’attenzione mediatica che il caso aveva suscitato.

Nonostante le repressioni, a Mosca negli anni 1969-70 si organizzavano i primi ulpan clandestini, i corsi di ebraico in vista dell’aliyà. «In pochi però conoscevano i testi religiosi ebraici», racconta la giornalista Yevgenia Albats, che nel 1972, quando aveva 14 anni, ha iniziato a frequentare una yeshivah clandestina. L’auto-coscienza dell’ebreo sovietico si formava così intorno al concetto di nazionalità e non con un ritorno alla religione. Anche perché una voce esplicita del passaporto sovietico doveva indicare obbligatoriamente la nazionalità del titolare (laddove per nazionalità si intende religione), e per gli ebrei questo avrebbe pregiudicato l’apertura di molte porte. La stessa Yevgenia Albats si ricorda di essere stata aggredita da piccola, insieme alla sorella, proprio dalle ragazzine con cui giocava: gli avevano strappato le cravatte dei pionieri, urlando loro che avevano “delle facce da zjhid” e che quindi non erano degne di portarle.

La parola zjhid è tuttora considerata un insulto, e nella lingua russa la si usa per gli ebrei, in senso dispregiativo. Ma le ingiurie non erano il peggio: agli ebrei era precluso anche l’accesso all’Università, tranne che per una piccola quota del 3 per cento. «A Mosca, c’erano degli insegnanti che preparavano gli alunni delle famiglie ebraiche agli esami di ammissione senza chiedere neanche un soldo. Gli ebrei dovevano essere molto più preparati rispetto agli altri, se volevano passare», racconta Albats che nel 1975 è riuscita ad entrare alla facoltà di Giornalismo dell’Università Statale di Mosca grazie a questo tipo di preparazione.

Il movimento ebraico però continuava a rafforzarsi e a coinvolgere giovani attivisti. Grande successo ha avuto il Festival della Canzone Ebraica che si organizzava per qualche anno in mezzo al bosco, vicino al paesino Ovrazhki, nei dintorni di Mosca. Quella del 1980 fu l’ultima edizione del Festival, prima dello sgombero definitivo da parte di polizia e autorità: alla Woodstock ebraico-sovietica parteciparono più di 1200 persone.

Perestrojka: si cambia!

La svolta tuttavia avvenne nel 1986-87, con la Perestrojka. In quel periodo vengono scarcerati i cosiddetti prigionieri di Sion, gli attivisti rinchiusi nei gulag, mentre nel 1988 partono per Israele gli ultimi refusnik: sono in 19.251.

A fare da ponte tra gli ambienti dei refusnik e le nuove realtà ebraiche che stanno nascendo a Mosca e altrove, parallelamente alla trasformazione della Russia, c’è Mikhail Chlenov. Etnografo, poliglotta, insegnante clandestino di ebraico, Chlenov ha teorizzato il concetto della Comunità da costruire all’interno della diaspora russa. Pur sostenendo le idee sioniste, era convinto che la vita ebraica nell’Urss non dovesse finire con l’aliyà. Così, mentre continuava l’esodo di massa degli ebrei sovietici in Israele, a dicembre del 1989, Chlenov organizza e convoca, a Mosca, il Vaad dell’Urss, di fatto la prima Convention dei rappresentanti delle organizzazioni ebraiche sul territorio sovietico.

La palla agli oligarchi

Negli anni Novanta la palla è passata agli oligarchi che si sono impegnati nella ricostruzione della vita ebraica a Mosca. Il magnate mediatico Vasilij Gusinskij, in fuga all’estero dal 2000, ha fondato nel 1996 il Congresso ebraico russo (Rek). Nella presidenza del Rek sono entrati sia Mikhail Chlenov, sia Yevgenia Albast, l’unica donna. «Il Rek ha affrancato gli ebrei russi da quell’inferiorità interiorizzata che si era calcificata nei decenni dentro la loro anima; e ha permesso loro di smettere di guardare i propri compatrioti tenendo gli occhi bassi», racconta Albats che seguiva, per il Congresso, la Commissione che lavorava alla traduzione dei testi religiosi e alla ricerca dei vecchi Sefarim spariti dalle sinagoghe dopo la Rivoluzione bolscevica. Il Rek ha anche fatto costruire la Sinagoga a Poklonnaja Gora (una collina a Mosca), dedicata alla memoria della Shoah e ora gestita da una comunità riformata. Sul piano religioso, il Rek è vicino al Congresso delle organizzazioni e delle comunità ebraiche della Russia (Keroor), che nel 1993 ha eletto come Rabbino Capo della Russia Adolf Shaevich, sostenitore della tradizione lituana del giudaismo ortodosso. Alla stessa corrente appartiene anche l’attuale rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt, proveniente dalla Svizzera.

Ci sono anche i sefarditi

Parallelamente a questo polo, se n’è creato un altro con la fondazione della Federazione delle Comunità ebraiche della Russia (Feor), nel 1999 ad opera dei Chabad-Lubavich. Nel 2000, la Feor ha eletto, come Rabbino capo, Rav Berel Lazar originario di Milano, e figlio del nostro Rav Moshe Lazar. La Feor gode del sostegno dell’amministrazione del presidente russo Vladimir Putin ed è sponsorizzato dagli oligarchi vicini al Cremlino, come Roman Abramovich e Levi Levaev, ebreo di Bukhara, una comunità dell’Asia Centrale. Quest’ultima, insieme a quella degli ebrei georgiani e a quelli della montagna, sono le uniche tre comunità presenti a Mosca che non si considerano ashkenazite. Gli ebrei della montagna (Gorskije Yevrei , in russo), sono originari dell’Azerbaidjan, del Daghestan e delle altre regioni del Caucaso del Nord, e nella capitale russa si dedicano principalmente al settore immobiliare investendo in grandi centri commerciali. Uno dei più grandi Shopping-mall di Mosca, Evropejskij, è di proprietà di due ebrei della montagna, Zarakh Iliev e God Nisanov.

«Le grandi strutture influiscono sempre meno sulla vita della Comunità ebraica di Mosca», afferma convinto Motya Chlenov del Rek, che vede il futuro ebraico in quei progetti autonomi capaci di proporre soluzioni interessanti alle nuove generazioni. Per esempio il Limmud, iniziativa di studio della cultura ebraica nata in Gran Bretagna e che a Mosca raccoglie ogni anno mille persone. Alla fine, hanno avuto torto coloro che durante la Grande Aliyà degli anni Novanta, quella post-Perestrojka, propugnavano la scomparsa della Comunità ebraica russa e moscovita. Vitale, composita, ricca, attraversata da molte anime diverse, la Comunità esiste eccome ed è in continua evoluzione.

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