Musica: Bob Dylan in versione jazz? Ebbene sì, e canta Frank Sinatra

Taccuino

di Roberto Zadik

Negli anni ’70, il grande cantautore ebreo americano, Robert David Zimmerman questo il suo vero nome, in ebraico è Zushe Ben Avraham, misterioso e al tempo stesso vulcanico, che ora ha 73 anni, cantava “Forever young”. Non solo per modo di dire, ma Dylan, come lo si conosce tutti, dal lontanissimo 1961 quando a 19 anni ha cominciato la sua secolare carriera, si mantiene un “evergreen” sempre giovane continuando a reinventarsi e purtroppo anche a riciclarsi, come tante icone dello spettacolo che continuano a stare sulla scena.

E quindi? Questo eccentrico  personaggio contraddittorio e super affascinante, brizzolato e con la voce rauca e il volto solcato dalle rughe e i suoi ironici occhi dallo sguardo impenetrabile, torna a stupirci con “Shadows of the night” un album in uscita il prossimo 3 febbraio.

Dal folk, al rock ora si cambia genere per il vecchio Bob che adesso ci ipnotizza  a suon di jazz senza neppure una canzone sua, stranamente, ma con un prodotto composto da cover di un altro grande come Frank Sinatra; fra le tracce anche “Autumn leaves” che veniva suonata al sax nientemeno che da Miles Davis.

Cosa hanno in comune il cantautore ebreo americano e il crooner newyorchese che con voce felpata cantava in smoking “Strangers in the night” e “New York New York”? Sinceramente direi nulla, a parte che fanno lo stesso mestiere e sono connazionali, ma staremo a vedere cosa ci riserverà questa volta il sornione Dylan,  “il menestrello di Duluth” come lo chiamavano negli anni ’70.

Imprevedibile, mutevole, ribelle nella musica come nella vita questo personaggio, perfetto il titolo di un suo brano del 1983 “Jokerman” per definirlo, è sempre stato molto stimolante, colto, ironico ma anche schivo, capriccioso e sfuggente. Amante dell’arte e della pittura, dipinge anche discreti quadri,  della poesia come il suo amico Allen Ginsberg, anche lui ebreo americano askenazita e icona della beat generation e di Dylan Thomas, dei misteri e delle donne, Dylan si conferma come un personaggio versatile e irrequieto.

Il vecchio Bob è in continuo movimento, sia  musicalmente che nella vita privata. Fra band musicali, cambi di religione, dall’ebraismo laico della sua famiglia, al cristianesimo e alla conversione della fine degli anni ’70 fino al ritorno alle radici ebraiche negli anni 80’, e di donne Dylan non si ferma mai. Infatti anche se non è mai stato un sex symbol come Mick Jagger dei Rolling Stones, Elvis Presley o Jim Morrison dei Doors, Robert Zimmermann ne ha cambiate tante. Dai flirt con Joan Baez a varie concubine per poi tornare alla moglie sposata, dal 1965 al 1977, madre dei suoi cinque figli e poi lasciata e nuovamente risposata, la sua segretaria, Shirley Nozninsky, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Sarah Lowndes, a lei ha dedicato varie canzoni struggenti, come la splendida “Sad eyed lady of the lowlands” del 1966.

Poeta e rockstar, capriccioso, vizioso ma non troppo, in una delle sue surreali interviste, disse “le droghe non hanno mai avuto successo con me”, sfuggente e geniale, Robert David Zimmerman ha cominciato a 19 anni nel lontanissimo 1961 con classici come “The times are a Changin”. Poi non si è più fermato e questo schivo camaleonte ha continuato, alla maniera di David Bowie ma in maniera del tutto diversa a trasformarsi. Canzoni impegnate e politiche come la celeberrima “Blowin in the wind” e “Masters of war” contro la guerra poi nel 1966 ha cambiato totalmente genere e dal folk ha cominciato la sua bellissima fase rock hippie con due perle come “Blonde on Blonde” del 1966  che conteneva brani memorabili come “Just like a woman” e “Absolutely sweet Marie” per poi registrare il suo album più famoso “Highway 61 revisited”.

Con un titolo enigmatico come lui, il nome della strada che portava dal Minnesota, dove nacque il 24 maggio 1941 (Gemelli ascendente Sagittario) a New York, questo favoloso album era tutto una meraviglia, dalla sua canzone più famosa “Like a rolling stone” rifatta da tutti i cantanti del mondo, anche dai Rolling Stones nel 1994 alla poetica e autobiografica “Ballad of the thin man”. Poi arrivarono gli anni ’70, altalenanti fra cinema con i film “Renato e Clara” e “Pat Garrett and Billy The Kid” del 1973 dalla cui colonna sonora emerge la splendida e mistica “Knockin on the Heaven’s door” e musica con album strani e incerti. Poi gli anni ’80 e ’90 senza grandi clamori anzi piuttosto mediocri e ora questi anni duemila dove fra mostre di pittura e concerti, Dylan continua a essere “like a rolling stone” come una pietra che rotola, in cerca di una risposta, come in “Blowin in the wind” e di nuovi orizzonti. Come questa nuova frontiera del jazz che è pronto a varcare con la sua solita aria timida e dimessa e il suo fascino intramontabile anche a 73 anni.

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