Il grande cinema israeliano torna a Milano

Spettacolo

Da diverso tempo ormai il cinema israeliano è diventato
un appuntamento fisso per i milanesi grazie alla Rassegna Nuovo Cinema Israeliano che ogni anno la Fondazione CDEC propone in collaborazione con la Cineteca di Milano. Anticipata di qualche mese rispetto alle edizioni passate, quest’anno la Rassegna prende il via il 23 febbraio e prosegue fino al 28 con un programma più ricco e accattivante del solito.
Se l’anno scorso a fare la parte del leone furono i film d’animazione, quest’anno le due curatrici, Nanette Hayon e Paola Mortara, insieme ai direttori artistici, Dan Muggia e Ariela Piattelli, hanno puntato sul “grande cinema”. Una scelta dettata sia dai numerosi riconoscimenti ottenuti a livello internazionale dai più recenti film israeliani (ma che raramente riesce a raggiungere le nostre sale); sia, in qualche modo, dalla domanda da parte di un pubblico che è sempre più esigente ed attento a quella produzione. Scopo dell’iniziativa, d’altra parte, è anche quello di soddisfare la richiesta crescente da parte del pubblico, di conoscere una realtà come complessa come quella israeliana, spesso proposta solo attraverso i fatti della politica estera o immagini stereotipate.

A leggere l’elenco e le trame di alcuni dei film in programma, il filo conduttore sembrerebbe quello del “contrasto”, della contrapposizione, talvolta del vero e proprio scontro – fra generazioni, fra uomo e donna, fra ortodossi e non ortodossi, fra passato e presente, fra vita reale e ideale; e del suo opposto, l’ “incontro”.
Il “contrasto” che divide scene, storie,  protagonisti dei film che raccontano l’oggi, e l’incontro invece che unisce sul filo della storia, generazioni diverse di israeliani.   Al fondo di tutto, rimane uno dei temi centrali e dominanti nella  produzione culturale israeliana, quello dell’identità.

Ne La sposa promessa di Rama Burshtein il contrasto è tutto interiore: riguarda e tocca innanzitutto le scelte di una giovane sposa costretta dagli eventi a dover decidere fra le proprie aspirazioni personali e le aspettative della famiglia; in Footnote di Josef Cedar, un padre e un figlio, rabbini entrambi, si scontrano invece a suon di commenti e glosse alla Torah, lasciando via via trasparire, nelle loro diverse interpretazione dei testi sacri, una diversa concezione della vita. Yossi Madmoni con Restoration pone al centro del racconto il lavoro, anzi il diverso modo di intendere il lavoro, da parte di un padre e di un figlio. C’è lo scontro generazionale ma con esso anche la dicotomia fra tradizione e modernità, fra la concezione del lavoro inteso da un lato come valore e dall’altro come mera fonte di guadagno.  In The Exchange di Erin Korilin (già regista de “La banda”), sembra emergere invece la contrapposizione fra società e individuo, o meglio fra le convenzioni della società e il senso di vuoto da cui si può essere invasi come singoli a causa di esse.

Il tema dell’ “incontro” lo si trova nel documentario di David Fischer, Six Million and One, come anche nel film di Tamar Tal, Life in Stills. Nel primo è il regista stesso a raccontare il suo viaggio in Austria per incontrare e conoscere i suoi “fratelli”, vittime della Shoah, in quanto figli di deportati. Nel secondo, invece, oltre al tema dell’ “incontro”, fra nonna e nipote, si coglie anche quello della con-fusione fra storie famigliari e storia di Israele: nel tentativo di salvare l’archivio di una “Photo House” prossima alla demolizione, i due protagonisti scoprono infatti milioni di immagini che prese nel loro insieme raccontano non solo le vite dei soggetti ritratti ma anche dello Stato di Israele.

Il calendario dei film in programma, sul sito della Fondazione CDEC.

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