David the King, quando la vita diventa spettacolo

di Ilaria Myr

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David Zard

Mick Jagger l’aveva soprannominato “lo Steve Jobs della musica”, mentre Vogue France lo ha definito il “Napoleone del rock”. E questi soprannomi David Zard se li merita in toto: manager visionario e impresario musicale con quarant’anni di successi alle spalle, ha fatto conoscere all’Italia musicisti come Cat Stevens, Elton John, Tina Turner, Lou Reed, Frank Zappa e gli Stones e, poi, Madonna, Michael Jackson, Bob Dylan, i Genesis, i Pink Floyd,… Una pagina aurea della storia dello spettacolo italiano, una carriera straordinaria che non tramonta, vedi il concerto dei Tokio Hotel del 2015. Non solo: è l’impresario che ha rilanciato in Europa un genere dato per morto, il musical, nel 2002 con Riccardo Cocciante per NotreDame de Paris, e nel 2013 con Romeo e Giulietta, sempre musical. Una storia di talent-scout geniale ma anche di passione autentica, e di incredibili successi: quelli di icone della musica rock e pop, da lui scoperte e lanciate in 40 anni di lavoro.

Ma quella di Sua Maestà David Zard è anche la storia di un ragazzo ebreo nato a Tripoli nel 1943, che vive la sua giovinezza in una Libia in cui l’eco delle Leggi razziali è ancora presente nelle menti della Comunità italiana. «Gli italiani erano arrivati in Libia con il fascismo e avevano ancora le Leggi razziali nel Dna – spiega al Magazine Bollettino -. Noi ebrei eravamo amici con gli italiani, andavamo nelle stesse scuole, ma non c’era una comunicazione “vera”. Se uscivo con una ragazza italiana dovevo stare attento alle reazioni dei suoi famigliari. E poi noi ebrei non venivamo mai invitati alle feste». Il giovane David decide allora di organizzarsele da solo, dando vita a eventi aperti a tutte le genti ed etnie. Grazie ai militari in forze nella base americana di Tripoli, comincia a conoscere la musica in voga negli Usa in quel periodo, e si fa inviare i dischi dall’Italia. Dalle feste a casa passa alle feste della scuola. «Un giorno mi venne in mente di organizzare una Piccola Sanremo – racconta divertito -: registrai con il mio recorder Geloso le canzoni del Festival alla radio e le feci cantare nei locali di Tripoli a giovani italiani, maltesi, greci, ebrei. Ebbe un successo strepitoso». Da lì, David non si ferma più: grazie ad alcuni amici fra i militari, riesce a farsi presentare i cantanti che andavano a esibirsi nelle basi, come Fats Domino e The Platters, e li porta a cantare a Tripoli.

Tripoli, una città molto ebraica
Tutto ciò accadeva in un contesto in cui gli ebrei, nonostante qualche discriminazione, vivevano ancora in pace in Libia. «Tripoli era una città in cui le feste ebraiche erano molto sentite, tanto che nelle strade principali i negozi rimanevano chiusi e le automobili circolavano poco – ricorda -. Lo Shabbat, poi, era una giornata santa: si sentiva nell’aria l’ebraicità. Per questo, quando sono arrivato in Italia, vedere di sabato tanto traffico di macchine mi colpì così tanto». Con gli anni, però, la situazione per gli ebrei comincia a incupirsi, e prima della Guerra dei Sei Giorni ciò diventa chiaro anche per il giovane David: una “testa calda”, come si autodefinisce, che per uno scontro verbale con un concittadino musulmano si trova a dovere abbandonare il Paese. «Abitavamo in una via dove sostavano le carrozze dei cocchieri e io giocavo spesso a dama nel bar sottostante con i vetturini arabi, con cui avevo un ottimo rapporto – racconta -. Un giorno, però, uno di questi mi disse “adesso arriva Nasser e quelli (gli israeliani, ndr), li sbatte tutti quanti a’ mare”. La rabbia mi accecò. E così, feci gesto fatale e molto eloquente con il braccio… Mi presero in antipatia. Qualcuno andò da mio zio e disse che dovevano nascondermi perché il mio nome era nella lista delle persone da uccidere. Mio zio mi fece partire subito: appena due giorni dopo scoppiò la Guerra dei Sei Giorni».

Ricostruirsi un’esistenza
Con sole 20 sterline, David arriva in Italia, a Roma, e subito si ingegna per trovarsi un lavoro. Rintraccia così l’agente di Aretha Franklin che gli propone di organizzarle il tour europeo. «Il primo concerto organizzato nella mia vita fu quello di Aretha all’Olimpia di Parigi – commenta orgoglioso -. Aretha era una dea: cantava con questa incredibile voce da cui sembrava nascessero tutti i cori gospel delle chiese dei neri. Ma fuori dalla scena era una donna molto fragile». Da lì, un successo dopo l’altro. Led Zeppelin, Zappa, The Who, Elton John e molti altri. «Quanto ai Led Zeppelin, molti mi dissero che era impossibile portarli in Italia. E così andai da loro con una valigetta piena di sterline: accettarono subito. Li portai al Vigorelli e il concerto finì tra bombe molotov e lacrimogeni. La cosa più difficile era ottenere gli spazi, la location: nessuno voleva darle a dei rocker capelloni e drogati! Oggi, fortunatamente, gli ex capelloni sono nei punti chiave dei Comuni e del Governo. Ai miei tempi, l’apparato organizzativo era complicatissimo; ma capivo l’importanza di quel che si suol dire “creare un evento”, cosa che era, per me, l’obiettivo di ogni concerto che organizzavo. Ovvero, fare il botto».

Di aneddoti e opinioni sulle grandi star, Zard ne ha milioni, avendole conosciute tutte da vicino. «Bob Dylan? Il più grande songwriter della storia, un uomo di una cultura incredibile, allo stesso tempo tranchant e ironico, timido e svergognato. Michael Jackson? Lo ammiravo moltissimo e gli ero molto vicino. Ho organizzato la sua prima tournée individuale in Europa, il Bad Tour, nel 1987. Non ho mai conosciuto qualcuno che avesse sul palco un ritmo come il suo: perdeva sette chili durante ogni concerto! E poi Carlos Santana, un vero signore e amico». E che dire di Alla fiera dell’Est, canzone ispirata al Chag Gadyà che si canta a Pesach? «La consideravo una bellissima filastrocca – ricorda -. Così la raccontai ad Angelo Branduardi, che subito se ne innamorò. Però, mi sbagliai nel riportarla: anziché di capretto, parlai di topolino…».

Infine, il suo ricordo commosso (postato su Facebook), del “duca bianco”, David Bowie, scomparso di recente. «Ho sempre pensato che Bowie fosse un extraterrestre, un vero marziano, un fuoriclasse. Oggi ho perso un amico. Speravo di ricevere la sua telefonata che, come 30 anni fa, mi chiedesse di organizzare un nuovo tour per il suo bellissimo disco, quello uscito tre giorni fa, con la sua morte».

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