I sogni, tra Bibbia, psicoanalisi e fantascienza

Salute

di Viviana Kasam
La Torah dedica ampio spazio ai sogni. Dieci solo nella Genesi, tra cui quello celeberrimo delle vacche grasse e delle vacche magre, che valse a Giuseppe la benevolenza dal Faraone, e quello della scala di Giacobbe, attraverso il quale, secondo la tradizione biblica, il patriarca strinse l’alleanza con l’Onnipotente. Nel Talmud e nelle interpretazioni rabbiniche della Torah, un intero capitolo, il 55 del trattato di Berachot, è dedicato ai sogni.

“Per gli antichi, i sogni erano un tramite del rapporto con il divino” spiega lo psicanalista junghiano David Gerbi, studioso di ermeneutica bliblica. “Attraverso il sogno, l’Onnipotente svela il futuro a coloro che sono capaci di interpretare le metafore oniriche”.  E il Talmud invita chiaramente a non lasciare inesplorati i sogni. Un sogno non interpretato è come una lettera non letta sostiene il trattato esegetico.

La psicoanalisi, non a caso elaborata dall’ebreo viennese Sigmund Freud -non era praticante ma profondo conoscitore della tradizione ebraica – riprende il tema dell’importanza dei sogni come finestra dell’inconscio. Ciò che non si è elaborato con la ragione  – ovvero le emozioni che abbiamo rimosso, i sentimenti che non possiamo ammettere – si manifestano sotto forma di simboli nei sogni, e lo psicanalista, grande demiurgo, ha il compito di far riemergere alla coscienza ciò che non vogliamo vedere, perché contrario alle convenzioni sociali, ai nostri rapporti familiari, all’idea di noi stessi così come ce la siamo siamo creata. Interpretare i sogni è insomma una forma di medicina dell’anima. Per Carl Gustav Jung, suo discepolo poi dissidente, i sogni interpretati hanno anche anche un valore evolutivo, perché consentono agli individui di comprendere e raggiungere lo scopo per il quale sono venuti al mondo, e quindi di elevare la società. Una visione, quella di Jung, che causò la ben nota frattura tra maestro e allievo, ancora ricordata come “il tradimento del delfino”. Per Freud la psicanalisi era una terapia strettamente individuale, per Jung assunse invece un valore mistico che lo portò a studiare le religioni e le filosofie dell’Estremo Oriente.

Oggi a studiare i sogni sono intervenute le neuroscienze, che cercano di dare una spiegazione oggettiva e misurabile, razionale, a uno dei fenomeni meno razionali della nostra vita. I neuroscienziati hanno offerto in questi anni numerose interpretazioni della finalità dei sogni nella nostra vita mentale, come spiega il professor Martin Monti, milanese, che insegna e fa ricerca presso la Università della California – Los Angeles, dove ha un laboratorio a suo nome, dedicato a innovative ricerche sulla coscienza. “Una delle domande a cui cerchiamo tutti di rispondere è perché si dorme e perché si sogna” spiega Martin Monti.  Passiamo un terzo della nostra vita, chi più chi meno, tra le braccia di Morfeo, una situazione di oggettiva debolezza, perché quando dormiamo siamo più vulnerabili ed esposti agli attacchi dei nostri nemici. A livello evolutivo non avrebbe senso, se è vero che l’istinto principale è quello della sopravvivenza. Il sonno deve quindi avere un ruolo fondamentale, perché non è solo l’uomo a dormire, ma tutto il mondo animale, anzi alcune specie vanno addirittura in letargo per molti mesi. E dormendo sogniamo, con fasi diverse, REM e non-REM, che corrispondono a differenti ritmi di onde crerebrali, ma anche a diversi tipi di attività oniriche.

A che cosa servono i sogni? Gli studiosi avanzano parecchie ipotesi. C’è chi dice che hanno il compito di aiutarci a consolidare la memoria, chi quello di generalizzare le esperienze e portarle in nuovi contesti, consentendoci di creare nuovi collegamenti. Un’altra ipotesi accreditata è che i sogni servono a prepararsi per eventi che mettono ansia o paura (e questo spiegherebbe la frequenza dei sogni terrificanti, cadere dall’alto di un dirupo, annegare, essere inseguiti), oppure a liberare le emozioni.

Ma una nuova teoria, appena pubblicata sulla prestigiosa rivista Lancet, offre una spiegazione davvero curiosa. Ovvero che i sogni servirebbero a “riscaldare” il cervello, un po’ come si riscaldano i muscoli prima dell’allenamento sportivo. Durante la fase Rem del sonno, la temperatura corporea scende, e quindi anche quella del cervello. I sogni favorirebbero il ritorno verso temperature normali e questo spiegherebbe anche perché quando una persona è vicina alla morte, e la sua temperatura corporea scende vertiginosamente, il ritorno alla vita passa attraverso sogni molto vividi, le cosiddette esperienze premorte, di solito relegate all’ambito del paranormale. “E invece sono fenomeni che potrebbero avere spiegazioni oggettive. Per esempio, il restringimento del campo visivo, presente anche negli ictus, può provocare la  visione di un  tunnel  luminoso, così come alcune disfunzioni a livello di lobo temporale e di lobo frontale possono indurre stati mistici e una sensazione ultraterrena di completo benessere, come quelli sperimentati in alcune crisi epilettiche”spiega il professor Monti, che per studiare questi temi, al confine tra scienza e paranormale, ha appena ricevuto un importante grant.

Insomma, non trascuriamo i nostri sogni. Che siano una manifestazione del soprannaturale, una liberazione del nostro inconscio, una presa di coscienza dei nostri desideri inconfessati o semplicemente un fenomeno termico automatico, vale comunque la pena cercare di ricordali ed esaminarli per capire meglio noi stessi. E oggi c’è anche chi cerca di “fotografare” i sogni. E’ la ricerca avveniristica alla quale si dedica il dottor Yukiyasu Kamitani, ricercatore capo presso gli  Atr Computational Neuroscience Laboratories a Kyoto in Giappone, che, con macchinari di  risonanza magnetica funzionale,  registra i cambiamenti della circolazione del sangue nel cervelli di volontari mentre, da svegli,  guardano diverse immagini. Elaborando al computer i dati delle registrazioni si ottengono gli ”identikit” cerebrali di ogni immagine. Questi identikit possono essere confrontati con quelli ottenuti durante l’attività onirica, consentendo di intuire le immagini che il cervello sviluppa nel sogno. Si tratta di immagini per ora molto vaghe, nebulose, ma che, confrontate con i ricordi del volontario quando si sveglia, appaiono piuttosto verosimili. “Anche agli albori della fotografia le immagini erano vaghe e nebulose” sostiene il dottor Kamitani, e prevede che in un futuro non molto lontano, diventerà possibile leggere i sentimenti e gli stati emotivi e addirittura visualizzare i sogni “prelevandoli” direttamente dal cervello”. Un primo passo verso il vero traguardo: poter leggere i pensieri di una persona con un discreto grado di accuratezza,  accedere alle immagini custodite direttamente all’interno della testa di un artista e aprire una finestra sulle menti dei pazienti affetti da allucinazioni.