Da Haifa uno studio per invertire l’invecchiamento di pelle e organi studiando i fattori di crescita

Salute

di Michael Soncin
Scoperto un meccanismo per far tornare giovani gli organi del corpo: l’esperimento con alle spalle uno studio di 20 anni è stato dimostrato utilizzando come modello animale, i topi, affetti da immunodeficienza combinata grave (SCID).

La ricerca è stata condotta in Israele ad Haifa, dagli scienziati del Rambam Health Care Campus e del Technion, assieme ai colleghi dell’Università di Manchester e del Monasterium Laboratory in Germania.

L’articolo dal titolo “Human organ rejuvenation by VEGF-A: Lessons from the skin” (Il ringiovanimento degli organi umani con VEGF-A: lezioni dalla pelle) è stato pubblicato sull’autorevole rivista Science Advances.

Trapiantando sui topi giovani una porzione di pelle umana invecchiata è stato possibile ringiovanire morfologicamente, la pelle e gli altri organi. I biologi hanno osservato un cambiamento nella struttura molecolare, che ha interessato tutti gli strati cutanei.

Tutto questo è stato accompagnato dalla crescita di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi), dalla ripigmentazione dell’epidermide (lo strato esterno della pelle), oltre a sostanziali miglioramenti nei principali biomarcatori connessi all’invecchiamento.

“I meccanismi molecolari che stanno alla base dell’invecchiamento della pelle negli animali da laboratorio stanno diventando sempre più comprensibili oltreché fattibili”, riporta il Jerusalem Post.

I ricercatori quando inizialmente avevano effettuato lo xenotrapianto, non pensavano che il ringiovanimento oltre che a coinvolgere la pelle, si estendesse anche al di sotto dell’epidermide. “Per determinarlo, hanno utilizzato il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF-A), per promuovere il ringiovanimento degli organi umani negli animali da laboratorio”.

“Quando la pelle umana invecchiata è stata trapiantata sui giovani topi con SCID è stato possibile constatare la fattibilità che tutti gli strati della pelle umana potrebbero tornare giovani. Inoltre, è aumentato anche il numero di nuovi vasi sanguigni nella pelle”.

Fermare il tempo? Controversie di natura bioetica

Una scoperta che potrebbe rivelarsi utile nei trattamenti anti-età. È logico pensare che se l’invecchiamento in futuro si potrà tecnicamente invertire fino all’inverosimile, ci saranno poi senza ombra di dubbio delle necessarie questioni di natura bioetica, di cui già oggi si discute.

Ciò che non si dovrebbe fare invece è mettere a priori dei paletti alla conoscenza, alla ricerca pura; perché una scoperta, può nell’imprevedibile portare, anche se non nell’immediato a nuove scoperte, utili al benessere e alla salute dell’essere umano.

Da Napoleone Ferrara, arrivando a Rita Levi-Montalcini

Si è parlato del VEGF-A. Ma che cos’è? Il VEGF è il Fattore di Crescita Vascolare Endoteliale (dall’acronimo in lingua inglese Vascular Endothelial Growth Factor), una proteina deputata alla crescita dei vasi sanguigni sia in condizioni normali che patologiche. Questo fattore viene rilasciato dalle cellule endoteliali, che costituiscono la parete interna dei vasi sanguigni.

Ne esistono di varie sottoclassi, ed il VEGF di tipo A è la tipologia adoperata nella ricerca sul ringiovanimento cutaneo.

Ad individuare questa molecola è stato Napoleone Ferrara (video), uno scienziato italiano, nativo di Catania, di cittadinanza statunitense, la cui scoperta gli ha fatto vincere nel 2010 il Premio Albert-Lasker, considerato l’anticamera del Premio Nobel.

C’è chi si potrebbe chiedere ora: “Ma che cos’è un fattore di crescita?”. Come si legge dal sito della Treccani, da un punto di vista generale è una classe di proteine che regolano funzioni cellulari essenziali quali la proliferazione, la crescita, la sopravvivenza, la migrazione, lo sviluppo e il differenziamento delle cellule.

Mentre il primo fattore di crescita della storia è stato scoperto dalla scienziata italiana Rita Levi-Montalcini (1909-2012). Il suo nome è NGF (Nerve Growth Factor, ‘Fattore di Crescita Nervoso’), e per questo la Montalcini vinse nel 1986 il Premio Nobel per la Medicina.

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