di Michael Soncin
Uno studio del Weizmann Institute of Science dimostra che alcune cellule B del sistema immunitario possono ricordare e attaccare direttamente il tumore. La ricerca potrebbe portare allo sviluppo di un vaccino contro le recidive. Il laboratorio dove si è svolta l’importantissima scoperta era stato distrutto dai missili balistici provenienti dall’Iran. (Sezione istologica con presenza di cellule di tumore ovarico (immagine tratta da Wikipedia)
Una scoperta che potrebbe cambiare il modo in cui viene affrontato il cancro dell’ovaio arriva da Israele. Un gruppo di ricercatori del Weizmann Institute of Science ha identificato un meccanismo immunitario finora poco considerato nella lotta contro i tumori, aprendo nuove prospettive per la realizzazione di un vaccino destinato alle donne già curate dalla malattia, prevenendone le recidive.
Le cellule B oltre il loro ruolo tradizionale
Negli ultimi anni la ricerca oncologica si è concentrata principalmente sui linfociti T (noti anche come cellule killer), considerati i principali protagonisti delle immunoterapie contro il cancro. Le cellule B (chiamate anche linfociti B), invece, erano conosciute in origine soprattutto per il loro ruolo nell’individuare e nell’attaccare nemici esterni come virus e batteri.
Il gruppo di ricerca guidato dal professor Ziv Shulman ha però osservato un comportamento inatteso: secondo i risultati ottenuti, pubblicati sulla rivista scientifica Immunity, le cellule B sono anche in grado di produrre anticorpi capaci di riconoscere e colpire selettivamente agenti interni come le cellule tumorali. Ancora più importante, le cellule B sembrano conservare un “ricordo” del tumore, caratteristica che consentirebbe una risposta rapida nel caso in cui la malattia dovesse ripresentarsi.
Lo studio sui linfonodi delle pazienti
La ricerca è stata condotta analizzando i linfonodi di undici donne affette dalla forma più comune di cancro ovarico. Gli scienziati si aspettavano di individuare cellule immunitarie già impegnate nell’attacco al tumore, ma hanno trovato invece cellule B apparentemente inattive.
Queste cellule possiedono già le informazioni genetiche necessarie per produrre anticorpi contro il cancro ovarico (infatti vengono dette “cellule della memoria”). In altre parole, sarebbero pronte ad agire ma necessitano di uno stimolo adeguato per attivarsi. Secondo i ricercatori, proprio questo potrebbe essere il ruolo di un futuro vaccino terapeutico: risvegliare queste difese naturali e indirizzarle contro eventuali cellule tumorali residue.
Verso un vaccino contro le recidive
Uno degli aspetti più promettenti dello studio riguarda la prevenzione delle recidive. Il cancro ovarico presenta infatti un elevato rischio di ritorno della malattia anche dopo intervento chirurgico e chemioterapia.
I ricercatori hanno già sviluppato anticorpi monoclonali, ottenuti in laboratorio a partire dalle cellule B identificate durante lo studio, la cui caratteristica nota è quella di legarsi e riconoscere in modo specifico un unico e determinato bersaglio.
Questi anticorpi sono infatti in grado di attaccare direttamente le cellule tumorali e potrebbero rappresentare il primo passo verso nuove terapie mirate.
L’obiettivo successivo è però ancora più ambizioso: sviluppare un vaccino capace di insegnare al sistema immunitario a produrre autonomamente questi anticorpi nel lungo periodo, garantendo una protezione duratura contro il ritorno del tumore. La scoperta suggerisce inoltre una possibile revisione di alcune pratiche cliniche consolidate tumore.
Il laboratorio distrutto dai missili dell’Iran e la ricerca mai interrotta
Il risultato assume un valore ancora più significativo considerando le difficoltà affrontate dal gruppo di ricerca. Nel giugno 2025 il laboratorio del professor Shulman è stato infatti tra quelli gravemente danneggiati durante un attacco missilistico che colpì il Weizmann Institute.

L’esplosione distrusse strutture dedicate alle scienze biologiche, attrezzature specializzate, campioni biologici e dati raccolti nel corso di anni di lavoro. Nonostante queste perdite, il gruppo è riuscito a portare avanti il progetto e a completare uno studio che potrebbe avere importanti ricadute cliniche.
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Una scoperta che potrebbe cambiare la lotta al cancro
La vera novità emersa dalla ricerca è la dimostrazione che la memoria immunitaria può essere efficace anche contro un tumore. Finora questo meccanismo era stato associato soprattutto alla protezione contro agenti infettivi come virus e batteri.
Se confermati da ulteriori studi e sperimentazioni cliniche, i risultati ottenuti potrebbero offrire una nuova strategia terapeutica: sfruttare le cellule B della memoria già presenti nell’organismo invece di cercare di addestrare da zero il sistema immunitario.
Per le pazienti colpite dal cancro ovarico, una delle forme tumorali con il più alto tasso di recidiva, questa scoperta potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova generazione di trattamenti capaci di ridurre il rischio di ritorno della malattia e migliorare le prospettive di sopravvivenza a lungo termine.



