Rita Levi Montalcini: la scienza, il Nobel, la Torà e quel giorno che Re Gustavo…

di Michael Soncin

110 ANNI FA NASCEVA RITA LEVI MONTALCINI Piera Levi Montalcini e sua figlia Claudia Geromel, nipoti della scienziata nata il 22 aprile 1909, raccontano alcuni aspetti della sua personalità. Devota solo alla scienza, laica convinta, aveva però un legame con Israele e con l’ebraismo

Rita Levi Montalcini, nominata senatrice a vita nel 2001, scomparsa a Roma nel 2012 all’età di 103 anni, è ricordata soprattutto per il premio Nobel per la Medicina, vinto nel 1986 grazie alla scoperta del fattore di crescita NGF (nerve growth factor), una sostanza proteica in grado di promuovere la crescita dei neuroni. Si tratta di una molecola essenziale per la vita. Ma al di là dei suoi meriti scientifici, qual era la sua personalità e quale legame aveva con la propria origine ebraica? Ne parliamo con le nipoti Piera, figlia di Gino Levi Montalcini, fratello di Rita, e sua figlia Claudia Geromel.

Come viveva la propria identità ebraica?
Claudia: Teneva alcuni libri di preghiera in libreria, ma ha sempre affermato di essere profondamente laica; sicuramente aveva un particolare attaccamento verso il mondo ebraico, pur rispettando tutte le religioni. Il suo era un amore universale verso il prossimo.
Piera: Fu molto contenta quando nel 2007 la Comunità Ebraica di Roma le conferì l’iscrizione onoraria.. Va inoltre ricordato che parte del ricavato del premio Nobel decise di donarlo per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma.

Quando parlava dei tempi difficili durante le persecuzioni, a causa delle leggi razziali, su quale aspetto poneva maggiormente l’accento?
Claudia: Per lei la cosa principale era riuscire a continuare le sue ricerche sul sistema nervoso. Nonostante i tempi difficili, voleva studiare, senza fermarsi mai. Era solita dire: “Paradossalmente dovrei dire grazie a Hitler e Mussolini che, dichiarandomi di razza inferiore, mi preclusero le distrazioni, la vita universitaria, e mi condannarono a chiudermi in una stanzetta dove non potevo fare altro che studiare”. Ovviamente il problema fondamentale era quello di riuscire a non essere catturati. In questo mia nonna ha dato un fondamentale aiuto: è stata lei ad andare a ritirare a Ivrea le carte d’identità false per tutta la famiglia.

L’istituto Weizmann di Rehovot fu tra i primi ad assegnarle la laurea ad Honorem. Che tipo di legame aveva con Israele?
Piera: C’era un legame particolare, quando andava in Israele, si sentiva a casa. Era un legame di appartenenza a un gruppo, di condivisione di un’educazione e un modo di vedere il mondo. Eravamo in Israele durante il festeggiamento degli ottant’anni di Shimon Peres, tra i due c’era una grande amicizia. In Israele è andata più volte per diverse conferenze. Inoltre, il governo di Israele ha istituito un premio internazionale dedicato a zia Rita: il “Premio Rita Levi Montalcini per la Medicina” che viene assegnato ogni anno a uno studioso israeliano di alto profilo “nell’ambito delle attività istituzionali finalizzate alla cooperazione scientifica e tecnologica tra Italia e Israele”.

Nell’ambito pubblico, esprimeva tutta se stessa? Su cosa pensa possa essere stata fraintesa?
Claudia: Forse nell’essere giudicata come una donna vanitosa. Non era una questione di vanità, presentarsi in modo impeccabile era una forma di rispetto verso se stessa e verso gli altri. Indossava i vestiti di Roberto Cappucci, ma era stato lo stesso stilista a chiederle di vestirla per la cerimonia del Nobel e lei accettò. Non a caso a una trasmissione disse: “Non è che io sia vanitosa, non potendo cambiare me stessa, cambio il vestito”. È sempre stata elegante, era il suo modo di essere, insito in lei, poi ovviamente il vestito di Cappucci la rappresentava alla perfezione. Era sempre lo stesso tipo di persona sia nell’ambito pubblico sia privato.

Durante gli ultimi anni, come trascorreva le giornate?
Piera: Da quando aveva perso la vista, metteva il libro sotto un ingranditore, leggeva dal video andando avanti a tre parole per volta, con una costanza incredibile continuava a leggere, senza mai demoralizzarsi. Quando cercava un oggetto in borsa, si sedeva e cominciava a toccare tutto quello che aveva nella borsa senza mai spazientirsi, quando la vedevo, la lasciavo fare per un po’ prima di chiederle se avesse bisogno di aiuto; non voleva essere aiutata. Aveva una grande costanza e perseveranza in ogni cosa che faceva. Fino agli ultimi anni lavorava senza sosta, soltanto durante gli ultimi mesi aveva rallentato il ritmo. Si alzava sempre presto, solo nell’ultimo periodo erano i suoi collaboratori ad andare ogni mattina dal laboratorio a casa sua, per discutere delle ultime ricerche.

Ci sono dei libri inediti che saranno in futuro pubblicati? Progetti futuri?
Piera: Al momento non abbiamo trovato manoscritti. Stiamo cercando di trovare i soldi per archiviare tutto, perché bisogna dividere i documenti per argomento: la zia si è impegnata in moltissimi campi. Abbiamo già fatto l’archivio scientifico, ma ci serve uno spazio dove esporre le cose e archivisti professionisti con i quali collaborare.

Oltre ad essere una grande scienziata, ha fatto anche vita politica e ha lavorato nel sociale dando più di dodicimila borse di studio alle donne africane, con “ Fondazione Onlus Rita Levi Montalcini” da lei istituita. Come la vedevano le persone attorno a lei?
Piera: Aveva un fascino innato che piaceva a tutti, sinistra, destra, centro. Anche l’attacco da parte di Storace penso che non sia stato dettato da disistima, ma che fosse un deplorevole e offensivo attacco politico. Riusciva a farsi stimare da tutti ed era portata a parlare con tutti senza fare dei distinguo su chi le stesse davanti; il messaggio che ha lasciato zia Rita è un messaggio di coerenza e di buon senso.

Rita Levi Montalcini riceve il Nobel dal re Carlo Gustavo di Svezia a Stoccolma

 

Qual è il primo ricordo che ha di sua zia?
Claudia: Zia Rita viveva con la sorella gemella, zia Paola. Nella mia mente ho questa immagine di loro due sedute sul divano, quando da bambina andavo a trovarle a Roma nella loro casa.

C’è un ricordo particolare che la fa sorridere?
Claudia: A Stoccolma nel 1986, le stavano per dare il premio Nobel per la medicina; io ero piccola, avevo otto anni e durante la cerimonia di consegna, mentre stava scendendo dalla scalinata, era inciampata nel vestito e stava quasi rischiando di far cadere anche il re di Svezia, che si trovava proprio accanto a lei. Un brivido! Fu un momento indimenticabile.

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