di Marina Gersony
La storia di Erno “Zvi” Spiegel è quella di uno degli eroi meno conosciuti dell’Olocausto, che ad Auschwitz si assume il rischio impossibile di proteggere decine di bambini destinati agli esperimenti del dottor Josef Mengele. In quel mondo capovolto, dove ogni gesto può significare morte, Spiegel agisce con una lucidità e una compassione ostinata. Ogni giorno, tra paura e inganno, riesce a strappare quei bambini alla sofferenza estrema e a un destino già scritto, trasformando un incarico imposto in una forma silenziosa ma continua di resistenza. La sua vicenda è raccontata nel documentario The Last Twins.
C’è un silenzio particolare che accompagna alcune storie. Non è solo il silenzio della memoria, ma quello di chi ha scelto di non raccontare. Per anni, la vita di Erno Spiegel – per molti semplicemente “Zvi” – è rimasta sospesa in quella zona grigia tra il ricordo e il non detto. Un uomo qualunque, almeno all’apparenza. Un padre, un marito, un sopravvissuto. Ma anche qualcosa di più: un custode e un salvatore di vite nel luogo dove la vita valeva meno di nulla.
Questa è la sua storia. E, in parte, è anche la storia di chi l’ha scoperta molto tardi.
Il segreto di una figlia

Tutti inizia con Judith Richter, la figlia di Zvi. Judith cresce in Israele con una regola non scritta: della Shoah si parla poco, o non si parla affatto. Sua madre racconta, ogni tanto. Suo padre no. Mai. Eppure quel silenzio, negli anni, comincia a pesare più delle parole.
La verità arriva quasi per caso. Un giorno, suo marito trova una rivista al supermercato: un vecchio numero di LIFE con un articolo dedicato a Josef Mengele, il medico delle SS passato alla storia per i suoi esperimenti disumani, e spesso mortali, sui prigionieri di Auschwitz. Sfogliandolo, Judith si imbatte in un nome. Il nome di suo padre.
È lì, in quel momento, che tutto cambia. Non perché la donna scopre solo un fatto, ma perché comprende di non aver mai davvero conosciuto quell’uomo con cui è cresciuta condividendo un’importante parte della sua vita.
Auschwitz, il luogo dei gemelli

Chi è dunque davvero suo padre? Nato nel 1915 a Budapest, cresciuto a Munkacs (allora Cecoslovacchia) in una comunità ebraica, Erno Spiegel ha 29 anni quando viene deportato ad Auschwitz dalla sua Ungheria natale nel 1944. Con lui c’è anche la sorella gemella, Magda. Essere gemelli, lì, non è una coincidenza: è una condanna.
Arrivati al campo, Magda e il figlio di sette anni vengono mandati a sinistra, verso le camere a gas. Ma quando Mengele scopre che Magda ha un gemello, Zvi, si affretta a strapparla dalla fila che conduce alla morte. Potrebbe essergli utile per le sue ricerche.
Ossessionato dalla genetica, il famigerato medico, soprannominato “Angelo della Morte”, vede infatti nei gemelli un laboratorio vivente. Li usa per esperimenti crudeli: iniezioni di malattie, manipolazioni del corpo, osservazioni prive di ogni etica. Se uno muore, l’altro viene ucciso per essere studiato. Nessuna via di fuga. Eppure proprio dentro questo meccanismo disumano, si apre una crepa.
“Zio Spiegel”
Mengele assegna a Erno un compito: occuparsi dei bambini. Gli affibbia il nome di “Zwillingvater” (padre dei gemelli), conferendogli un incarico subdolo e ambiguo, sospeso tra controllo e cura. Lo mette a capo di circa 80 gemellini, avvertendolo che, se qualcosa fosse andato storto, sarebbe stato ucciso sul posto. Ma Spiegel trasforma tutto questo in qualcosa di completamente diverso.
I bambini e i ragazzini più grandi – per lo più tra i nove e i quindici anni – iniziano a chiamarlo “Spiegel Bácsi”, “zio Spiegel”. Non è solo un soprannome. È una scelta, quasi un atto di fiducia. In un luogo dove ogni adulto rappresenta una minaccia, lui diventa un’eccezione.
Secondo il documentario The Last Twins della PBS, il suo eroismo non è fatto di gesti spettacolari. È fatto di continuità. Di presenza. Di decisioni prese ogni giorno, spesso in pochi secondi.
Quando viene ordinato lo sterminio dei gemelli, Spiegel interviene. Avverte Mengele, guadagna tempo. In altri momenti mente: cambia date di nascita, confonde registri, trasforma fratelli qualsiasi in “gemelli” per salvarli, o fa il contrario quando serve. Sa fin troppo bene che, se Mengele lo scoprisse, i ragazzi verrebbero mandati immediatamente alle camere a gas. Così rischia la propria vita e annota date di nascita false sui documenti.
Ogni menzogna è un rischio mortale. Ma è anche una possibilità di vita.
Come quando, un giorno, un nuovo medico delle SS, Thilo, entra nella baracca e seleziona tutti i gemelli destinandoli alle camere a gas. Subito dopo ordina che l’edificio venga sigillato, senza possibilità di uscita per nessuno. In qualche modo, Zvi riesce a sottrarsi al controllo, scappa e si precipita al posto di guardia, dove pretende di parlare con Mengele. Lo mette al corrente dell’ordine di sterminio. Il medico reagisce infuriato e interviene immediatamente, annullando la decisione.
Lezioni nell’ombra
Tra i ricordi più sorprendenti dei sopravvissuti che hanno conosciuto Zvi, ce n’è uno che ritorna spesso: le lezioni.
Spiegel insegna matematica, geografia, perfino parole di altre lingue. Lo fa senza libri, senza strumenti, senza alcuna sicurezza. Solo con la voce e la memoria.
«Mio padre mi ha insegnato che la conoscenza è l’unica cosa che non ti può essere tolta», dirà Judith.
In quel contesto, insegnare non è solo trasmettere nozioni. È resistere. È ricordare ai bambini che sono ancora persone, non numeri.
C’era anche un piccolo rituale: li invitava a chiamarsi per nome. In un sistema costruito per cancellare identità, pronunciare il proprio nome diventava un atto di sopravvivenza. Una forma di dignità.
Il ritorno e il silenzio
Dopo la liberazione, Spiegel non si ferma. Guida i bambini attraverso un’Europa devastata, cercando di riportarli a casa. Ma spesso “casa” non esiste più.
È un viaggio difficile, incerto. Eppure necessario. Non è un’impresa facile: nel caos del dopoguerra, viaggiando a piedi, su camion e in treno per sei settimane, tutti tranne uno riuscirono a tornare a casa. Il loro percorso attraversa migliaia di chilometri tra Polonia, Slovacchia, Ungheria, Rutenia carpatica e Romania.
Zvi incontra sua moglie pochi mesi dopo la liberazione e la sposa nel gennaio del 1946. Come raccontato nel libro Children of the Flames di Lucette Matalon Lagnado e Sheila Cohn Dekel e nelle ricerche del Royal Holloway, i due provano a ricostruirsi una vita, ma l’Europa orientale resta per entrambi un luogo in cui è impossibile mettere radici. Decidono così di partire per la Palestina sotto mandato britannico, dove Zvi trova presto lavoro come contabile e riesce a costruirsi una nuova stabilità. Si sforza di lasciarsi alle spalle l’orrore vissuto, aggrappandosi all’idea di essere sopravvissuto. Con la moglie ha due figli, ma ogni tanto arrivano lettere o telefonate anche dai suoi “altri figli”, i gemelli. In quei momenti torna a essere lo “Zwillingvater”: ascolta, consola, resta per loro un punto di riferimento.
Anche la sorella Magda, dopo la guerra, ritrova il marito Nahman, sopravvissuto ai campi di lavoro in Russia. Insieme si trasferiscono in Palestina e costruiscono una nuova famiglia. Ma il ricordo del figlio perduto nelle camere a gas non la abbandona mai, accompagnato da un senso di colpa che resiste nel tempo.
Per anni Zvi non racconta nulla alla sua famiglia. Come se quella parte della sua vita fosse troppo pesante per essere condivisa, o forse troppo fragile. Muore nel 1993, all’età di 78 anni. E insieme a lui, la sua straordinaria storia.
Solo nel 1981, con un’intervista a LIFE, emergono i primi dettagli. Un sopravvissuto, Peter Somogyi, legge quell’articolo e lo contatta. Si incontrano dopo quasi quarant’anni. È un momento che sfida il tempo: due vite che si ritrovano, legate da qualcosa che non si è mai spezzato.
Una memoria che resiste
Negli anni successivi, grazie al lavoro di Judith Richter, altri gemelli sopravvissuti vengono rintracciati. Le loro testimonianze restituiscono un’immagine coerente: quella di un uomo che ha scelto di agire quando tutto spingeva a non farlo.
Nel 2017, a Gerusalemme, viene dedicata una targa a Spiegel e ai bambini che ha salvato. Non è solo un omaggio. È una restituzione.
Erno Spiegel non è stato un eroe nel senso tradizionale. Non ha cambiato il corso della storia. Ma ha cambiato il destino di decine di vite.
E forse è proprio questo il punto.
Come ricordano i registi del documentario, «combatteva insegnando ai bambini a chiamarsi per nome. Combatteva insegnando loro la geografia. Combatteva infondendo umanità nell’oscurità».
In un tempo in cui tutto sembrava perduto, ha trovato uno spazio – minuscolo, fragile – in cui scegliere il bene. E lo ha fatto, ogni giorno.
Un documentario con le testimonianze dei sopravvissuti
Il documentario The Last Twins è ora disponibile in streaming sul Public Broadcasting Service (PBS) e andrà in onda, secondo quanto annunciato, in prima visione lunedì 15 giugno alle 22:00 (ora della costa orientale degli Stati Uniti).
Attraverso testimonianze dirette e materiale d’archivio esclusivo, The Last Twins dà vita alle voci di coloro che sono sopravvissuti grazie alla sfida di Spiegel. È una testimonianza di resilienza, sacrificio e del potere che una singola persona può avere nel fare la differenza, anche nel momento più buio dell’umanità. Il documentario è diretto e prodotto dai registi premiati con l’Emmy Perri Peltz e Matthew O’Neill, ed è narrato dall’attore premio Tony Liev Schreiber.
Nel video qui sopra il regista vincitore di un Emmy Matthew O’Neill e la filantropa Dott.ssa Judith Richter si uniscono a The Jan Price Show All About Movies per parlare del loro potente nuovo documentario, “The Last Twins”, narrato da Liev Schreiber.



