L’università israeliana raccontata da chi la vive: le testimonianze di due ricercatori da Gerusalemme e Tel Aviv

Personaggi e Storie

di Michael Soncin
Per la serie “Voci da Israele”, Francesca Gorgoni e Michael Sierra hanno raccontato la vita nei campus israeliani tra ricerca, boicottaggi e sfide del presente, in dialogo con Maurizio Molinari 

Maurizio Molinari

Cosa significa studiare, insegnare e fare ricerca in Israele oggi? Come sono cambiati la vita universitaria, il rapporto con il mondo accademico internazionale e la percezione del proprio lavoro dopo il 7 ottobre 2023? A queste domande hanno risposto Francesca Gorgoni, ricercatrice italiana presso l’Università Bar-Ilan e Michael Sierra, israeliano di origini italiane, avvocato e Research Fellow presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Entrambi sono stati protagonisti dell’incontro online di mercoledì 24 giugno promosso dall’Associazione Italia-Israele di Milano e dall’Associazione italiana amici dell’Università di Gerusalemme nell’ambito della serie Voci da Israele, moderato da Maurizio Molinari e introdotto da Marco Paganoni. Presente all’incontro anche Monsignor Pier Francesco Fumagalli.

Più che un’analisi politica o geopolitica, l’incontro si è trasformato nel racconto di due esperienze personali e professionali che si intrecciano con la storia recente di Israele. Attraverso le loro testimonianze è emerso il ritratto di un sistema universitario chiamato a confrontarsi contemporaneamente con il trauma del 7 ottobre, con il crescente isolamento di parte del mondo accademico internazionale e con la necessità di continuare a rappresentare uno dei luoghi più aperti e pluralisti della società israeliana.

L’accademia dentro i tempi difficili della guerra con Hamas

Per Francesca Gorgoni, Senior Lecturer di Filosofia ebraica medievale presso l’Università Bar-Ilan, il 7 ottobre è arrivato pochi mesi dopo il trasferimento in Israele e l’inizio della sua nuova esperienza accademica. L’attacco di Hamas e la successiva guerra hanno modificato improvvisamente tempi, priorità e vita quotidiana dell’università.

L’anno accademico è stato posticipato di diverse settimane e le aule si si sono svuotate dai molti studenti che sono stati richiamati al servizio militare. Quando le lezioni sono riprese, il tema del conflitto era ormai entrato nella vita quotidiana dei campus: studenti in uniforme seguivano i corsi tra un periodo di servizio e l’altro, altri si collegavano a distanza dalle basi militari o dalle aree operative, tra cui Gaza, mentre docenti e ricercatori cercavano di mantenere una continuità didattica in una situazione del tutto eccezionale.

Per una generazione europea, come quella di Francesca, cresciuta nella convinzione che la guerra appartenesse ormai alla storia passata, il confronto quotidiano con il conflitto ha rappresentato anche una sfida intellettuale e personale. «Mi sono trovata a ripensare il significato stesso delle discipline umanistiche e del loro rapporto con il presente», ha spiegato Gorgoni, sottolineando come le domande degli studenti e il contesto esterno abbiano inevitabilmente attraversato anche gli spazi tradizionalmente dedicati alla riflessione teorica. L’università israeliana ha così continuato a svolgere la propria funzione educativa e scientifica pur adattandosi a una realtà profondamente mutata, cercando di garantire sostegno agli studenti e continuità alle attività di ricerca.

Il peso del boicottaggio

Accanto alle conseguenze dirette del conflitto, i relatori hanno descritto un altro fenomeno destinato a incidere profondamente sulla vita accademica israeliana: il boicottaggio e il progressivo isolamento internazionale di studiosi e istituzioni.

Michael Sierra ha raccontato un episodio particolarmente significativo. Invitato a partecipare a una conferenza internazionale, si è visto proporre la possibilità di intervenire soltanto come ricercatore indipendente, senza indicare la propria affiliazione a un’università israeliana. Una richiesta che ha scelto di non accettare.

Non si tratta, tuttavia, di episodi isolati. In diversi contesti accademici internazionali, hanno spiegato i relatori, ricercatori israeliani o affiliati a istituzioni israeliane si trovano a confrontarsi con difficoltà crescenti nella partecipazione a conferenze, progetti di ricerca e collaborazioni scientifiche. Talvolta si preferisce utilizzare indirizzi personali anziché istituzionali o ridurre al minimo i riferimenti all’appartenenza accademica per evitare ostacoli e pregiudizi.

Per Sierra il rischio è evidente: colpire l’università significa colpire proprio il luogo che dovrebbe essere per definizione aperto al confronto, alla complessità e alla libertà della ricerca. «L’accademia dovrebbe rappresentare lo spazio nel quale le idee si incontrano e si discutono, non quello in cui vengono escluse in partenza sulla base dell’identità di chi le propone», è stata una delle riflessioni emerse durante il dibattito.

Israele raccontato dall’interno

Un’altro dei temi affrontati nel corso dell’incontro ha riguardato la distanza tra l’immagine di Israele diffusa all’estero e la realtà vissuta quotidianamente all’interno della società israeliana. Secondo Francesca Gorgoni, una delle maggiori problematiche consiste proprio nella difficoltà di raccontare la complessità del Paese. All’esterno prevale spesso la rappresentazione di una società compatta e uniforme, ovvero «monolitica», mentre Israele continua a essere attraversato da profonde differenze culturali, religiose, sociali e politiche.

Le grandi manifestazioni contro la riforma giudiziaria del 2023, le discussioni sul ruolo delle istituzioni, il confronto tra orientamenti politici differenti testimoniano l’esistenza di un dibattito pubblico intenso e articolato, che non si è interrotto neppure dopo il 7 ottobre. «Nessuno conosce davvero la società israeliana», ha osservato la ricercatrice, sottolineando come spesso il dibattito internazionale finisca per ridurre Israele a categorie troppo semplici per descriverne la vera e concreta realtà.

L’università come spazio di convivenza

L’immagine forse più significativa emersa dall’incontro riguarda però il ruolo delle università israeliane come luoghi di convivenza e incontro tra comunità diverse. Sierra ha ricordato il proprio stupore nel vedere, già durante gli esami di ammissione all’università, la presenza di numerosi studenti arabi israeliani.

Anche all’Università Bar-Ilan, ha raccontato Gorgoni, la presenza di studenti e docenti arabi musulmani e cristiani rappresenta un elemento ordinario della vita accademica. In molti dipartimenti, e in particolare nelle facoltà scientifiche e mediche, questa pluralità costituisce una componente essenziale del lavoro quotidiano e dell’identità stessa degli atenei israeliani. Le università rimangono così uno dei pochi luoghi nei quali la complessità della società israeliana si manifesta nella sua forma più concreta e meno ideologica: nelle aule, nei laboratori, nei gruppi di ricerca e nei rapporti personali che si costruiscono ogni giorno tra studenti e docenti.

Nelle conclusioni dell’incontro Maurizio Molinari ha ricordato come il mondo della ricerca e dell’università possa rappresentare, soprattutto nei momenti più difficili, una sorta di ponte capace di mantenere aperto il dialogo tra Israele e il resto del mondo.

«C’è un legame umano fra Italia e Israele, che lega i due paesi a dispetto di questa stagione di nebbia, di guerra, che avvolge tutti noi con un vento di intolleranza molto grave, ma che ci consente di vedere, io credo, una luce in fondo al tunnel, quella della conoscenza, che questi esperti, questi accademici, questi studenti e questi docenti rendono viva, vivace e vibrante», ha concluso Molinari.