Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Nella sua enumerazione dei vari ruoli di leadership all’interno della nazione che avrebbe preso forma dopo la sua morte, Mosè menziona non soltanto il sacerdote/giudice e il re, ma anche il profeta: “Il Signore, il tuo Dio, susciterà per te un altro profeta come me, in mezzo al tuo stesso popolo. Tu dovrai ascoltarlo (Deuteronomio 18:15)
Mosè non sarebbe stato l’ultimo dei profeti. Avrebbe avuto dei successori. Storicamente, fu così. Dai giorni di Samuele fino al periodo del Secondo Tempio, ogni generazione diede origine a uomini e donne che pronunciavano la parola di Dio con immenso coraggio, senza avere paura di censurare i re, criticare i sacerdoti o rimproverare un’intera generazione per la sua mancanza di fede e di integrità morale.
C’era, tuttavia, una domanda evidente: come si distingue un vero profeta da uno falso?
A differenza dei re o dei sacerdoti, i profeti non derivavano la loro autorità da una carica ufficiale. La loro autorità risiedeva nella loro personalità, nella loro capacità di dare voce alla parola di Dio, nella loro ispirazione evidente di per sé. Ma proprio perché un profeta ha un accesso privilegiato alla parola che gli altri non possono udire, alle visioni che gli altri non possono vedere, esisteva la reale possibilità di falsi profeti – come quelli di Baal ai giorni del re Achab. L’autorità carismatica è per sua natura destabilizzante. Che cosa avrebbe impedito a una figura fraudolenta, o persino a una persona sincera ma erroneamente convinta, capace di compiere segni e prodigi e di muovere il popolo attraverso il potere delle sue parole, di condurre la nazione in una direzione sbagliata, ingannando gli altri e forse persino se stessa?
Ci sono diverse dimensioni di questa domanda. Una, in particolare, viene affrontata nella nostra parashà della Torà, vale a dire la capacità del profeta di predire il futuro. Ecco come Mosè la formula: “Potreste dire a voi stessi: “Come possiamo sapere quando un messaggio non è stato pronunciato dal Signore?”. Se ciò che un profeta proclama nel nome del Signore non avviene o non si realizza, quello è un messaggio che il Signore non ha pronunciato. Quel profeta ha parlato con presunzione. Non abbiate paura di lui.” (Deuteronomio 18:21-22)
A prima vista, il criterio è semplice: se ciò che il profeta predice si avvera, egli è un vero profeta; se non si avvera, non lo è. Chiaramente, però, non era così semplice.
Il caso classico è il Libro di Giona. Giona riceve da Dio il comando di avvertire gli abitanti di Ninive che la loro malvagità sta per portare su di loro una catastrofe. Giona cerca di fuggire, ma fallisce – la famosa storia del mare, della tempesta e del «grande pesce». Alla fine va a Ninive e pronuncia le parole che Dio gli ha comandato di dire: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta»; il popolo si pente e la città viene risparmiata. Giona, tuttavia, è molto insoddisfatto: “Ma Giona ne fu profondamente
scontento e si adirò. Pregò il Signore e disse: “Ah, Signore! Non era forse proprio ciò che dicevo quando ero ancora nel mio paese? Per questo mi affrettai a fuggire verso Tarsis. Sapevo infatti che Tu sei un Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e ricco di amore, un Dio che si pente del male. Ora dunque, Signore, togli la mia vita, perché è meglio per me morire che vivere.” (Giona 4:1-3)
La lamentela di Giona può essere compresa in due modi. Primo, era angosciato dal fatto che Dio avesse perdonato il popolo. Dopotutto, erano malvagi. Meritavano di essere puniti. Perché allora un semplice cambiamento di cuore avrebbe dovuto liberarli dalla punizione che spettava loro?
Secondo, era stato fatto apparire come uno sciocco. Aveva detto loro che in quaranta giorni la città sarebbe stata distrutta. Non lo fu. La misericordia di Dio aveva reso priva di senso la sua predizione.
Giona ha torto a essere scontento: questo è chiaro. Dio dice, nella domanda retorica con cui il libro si conclude: «Non dovrei forse preoccuparmi di quella grande città?». Non dovrei essere misericordioso? Non dovrei perdonare? Che cosa ne è allora del criterio stabilito da Mosè per distinguere tra un vero e un falso profeta: «Se ciò che un profeta proclama nel nome del Signore non avviene o non si realizza, quello è un messaggio che il Signore non ha pronunciato»?
Giona aveva proclamato che la città sarebbe stata distrutta entro quaranta giorni. Non lo fu; eppure la proclamazione era vera. Egli aveva realmente pronunciato la parola di Dio. Come può essere così?
La risposta viene data nel Libro di Geremia. Geremia aveva profetizzato una catastrofe nazionale. Il popolo si era allontanato dalla propria vocazione religiosa e il risultato sarebbe stato la sconfitta e l’esilio. Era un messaggio difficile e demoralizzante da ascoltare per il popolo. Sorse un falso profeta, Anania figlio di Azzur, che predicava il contrario. Babilonia, nemica di Israele, sarebbe stata presto sconfitta. Entro due anni la crisi sarebbe finita.
Geremia sapeva che non era così e che Anania stava dicendo al popolo ciò che voleva sentirsi dire, non ciò che aveva bisogno di sentirsi dire. Si rivolse al popolo riunito: «Disse: “Amen! Voglia il Signore fare così! Voglia il Signore adempiere le parole che hai profetizzato, riportando da Babilonia in questo luogo gli arredi della casa del Signore e tutti gli esiliati. Tuttavia, ascolta ciò che ho da dirti alla presenza di tutto il popolo: I profeti che furono prima di me e prima di te, fin dai tempi antichi, profetizzarono contro molti paesi e contro grandi regni guerra, calamità e peste. Ma il profeta che profetizza la pace sarà riconosciuto come veramente mandato dal Signore soltanto quando la sua parola si sarà realizzata”.»
Geremia fa una distinzione fondamentale tra buona notizia e cattiva notizia. È facile profetizzare una catastrofe. Se la profezia si avvera, allora hai detto la verità. Se non si avvera, puoi dire: Dio si è pentito e ha perdonato. Una profezia negativa non può essere confutata – ma una positiva sì. Se il bene previsto si realizza, allora la profezia è vera. Se non si realizza, non puoi dire: «Dio ha cambiato idea», perché Dio non ritira una promessa che ha fatto di bene, di pace o di ritorno.
È dunque soltanto quando il profeta offre una visione positiva che può essere messo alla prova. Ecco perché Giona aveva torto nel credere di aver fallito quando la sua profezia negativa – la distruzione di Ninive – non si realizzò.
Maimonide lo formula così: «Quanto alle calamità predette da un profeta, se, per esempio, egli predice la morte di una determinata persona o dichiara che in un certo anno vi sarà una carestia o una guerra e così via, il mancato compimento della sua previsione non dimostra che egli non sia un profeta. Non dobbiamo dire: “Ecco, egli ha parlato e la sua predizione non si è avverata”. Poiché Dio è paziente e ricco di benevolenza e si pente del male. Può anche darsi che coloro che erano stati minacciati si siano pentiti e siano stati quindi perdonati, come accadde agli uomini di Ninive. È anche possibile che l’esecuzione della sentenza sia stata soltanto rimandata, come nel caso di Ezechia. Ma se il profeta, nel nome di Dio, assicura buona sorte, dichiarando che un determinato evento avverrà, e il beneficio promesso non si è realizzato, egli è senza dubbio un falso profeta, perché nessuna benedizione decretata dall’Onnipotente, anche se promessa a determinate condizioni, viene mai revocata… Da ciò impariamo che il profeta può essere messo alla prova soltanto quando predice buona sorte.» (Yesodei haTorah 10:4)
Da ciò derivano conclusioni fondamentali.
Un profeta non è un oracolo: una profezia non è una predizione. Proprio perché l’ebraismo crede nel libero arbitrio, il futuro umano non può mai essere predetto infallibilmente. Le persone sono capaci di cambiare. Dio perdona.
Come diciamo nelle nostre preghiere durante i Giorni Solenni: «La preghiera (Tefillà), il pentimento (Teshuvà) e la carità (Tzedakà) allontanano il decreto malvagio.»
Non esiste un decreto che non possa essere revocato.
Un profeta non predice il futuro. Avverte.
Un profeta non parla per predire una catastrofe futura, ma piuttosto per impedirla.
Se una predizione si avvera, ha avuto successo.
Se una profezia si avvera, ha fallito.
La seconda conseguenza è altrettanto ampia. Il vero test della profezia non è la cattiva notizia, ma il bene. Calamità, catastrofe e disastro non dimostrano nulla. Chiunque può predire queste cose senza rischiare la propria reputazione o autorità. È soltanto attraverso la realizzazione di una visione positiva che la profezia viene messa alla prova. Così fu per i profeti di Israele.
Erano realisti, non ottimisti. Avvertivano dei pericoli che si trovavano davanti a loro. Ma erano anche, senza eccezione, portatori di speranza. Potevano vedere oltre la catastrofe, fino alla consolazione. Questo è il test di un vero profeta.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl
Shabat Roma 19.55-20.55
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