Il ring? È ebraico

 

Lo sport della boxe professionale è in declino e sempre meno se ne parla sui giornali, grazie anche allo zampino di “Civiltà cattolica”, la rivista dei gesuiti che l’ha bollata come ‘una forma legalizzata di tentato omicidio’ in un articolo intitolato “L’immoralità della boxe professionale”.

Il pugilato è comunque uno sport millenario: nato probabilmente a Creta attorno al 1500 a.C., figurava fra i giochi di Olimpia e fu ripreso a Roma dove gli atleti cominciarono a lottare con i pugni avvolti da strisce di cuoio. Scomparso con la caduta dell’Impero romano e l’affermarsi del cristianesimo, conobbe un revival a Londra, nel 18° secolo. Si combatteva a mani nude, tutti i colpi erano permessi e non esistevano le categorie dei pesi.

Poi, e qui si scomoda addirittura l’’Enciclopedia Britannica, comparve un tale, un certo Daniel Mendoza (1764-1836), un ebreo inglese che avviò la boxe alla forma moderna e fu ‘il primo lottatore scientifico nella storia del pugilato’. Entrò da giovane nel mondo del pugilato, divenne un campione e, orgoglioso delle sue origini, amava presentarsi come ‘Mendoza l’ebreo’ e fu presto conosciuto come la ‘Stella di Israel’. Aprì una scuola di boxe e scrisse persino un libro su quest’arte, soprattutto perché trasformò questo sport da brutale pestaggio in una scienza di gioco di gambe e incontri di allenamento, tanto da guadagnarsi la protezione del principe di Galles e ottenere riconoscimento per gli ebrei inglesi.

Resta una delle grandi figure ebraiche nello sport, tanto che quando negli Usa si inaugurò nel 1965 l’’edificio che raccoglie le memorie della boxe, la Boxing Hall of Fame, Mendoza fu uno dei primi a personaggi a figurarvi.

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