Giuseppe Levi con la miogòlie Lidia Tanzi sulla spiaggia di Forte dei Marmi qqualche anno prima della sua espòluslione dall'Università di Torino

Giuseppe Levi: il burbero famigliare

di Michael Soncin

Giuseppe Levi, scienziato di carattere e padre severo di Natalia Ginzburg; il più autorevole biologo italiano tra le due guerre è ricordato anche per essere stato maestro dei tre premi Nobel, Rita Levi-Montalcini, Renato Dulbecco e Salvador Luria. Una storia di scienza e coraggio. Convinto antifascista, nella Torino del Ventennio conobbe il carcere e le umiliazioni razziste. Ma anche il riscatto e gli onori

“Non fate sbrodeghezzi! Non fate malagrazie!”. Erano le tipiche frasi che era solito dire, con la sua voce tonante, se qualcuno dei figli inzuppava il pane nella salsa. “Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni che non poteva soffrire”, come racconta la figlia Natalia Ginzburg nel suo libro Lessico famigliare, dipingendo uno stupendo ritratto privato del padre in cui affiora il lato umano. Aveva un carattere dal forte temperamento, ben conosciuto per i suoi repentini attacchi di collera. L’uomo scienziato e le innovazioni che apportò sono invece menzionate nel saggio Il maestro dei Nobel di Domenico Ribatti. “…Levi – scrive Ribatti – introdusse e praticò la coltivazione in vitro dei tessuti (il primo in Italia ad applicarla), utilizzando la tecnica della sospensione in goccia. Inoltre, alla tecnica delle colture in vitro applicò la microcinematografia, che consentiva di documentare le diverse fasi di accrescimento delle cellule in coltura”. I suoi studi ruotarono attorno alla struttura e al comportamento del tessuto nervoso. Dall’osservazione comparativa delle cellule formulò la ben nota Legge di Levi: “I neuroni omologhi – si legge dalla Treccani – sono di dimensioni maggiori negli animali appartenenti a specie di mole somatica maggiore e, in generale, la loro grandezza è proporzionale all’ampiezza del territorio periferico che innervano”. Affrontò lo studio della crescita e dell’invecchiamento dei tessuti, da un punto di vista fisiologico e non patologico come venne in precedenza prevalentemente fatto. Egli dette inoltre all’istologia uno status autonomo, togliendola dal ruolo di ancella dell’anatomia.

Giuseppe Levi era nato il 14 ottobre del 1872 a Trieste. Oltre a Giuseppe, dal padre Michele, erede di una dinastia di banchieri, e dalla madre Emma, originaria di Pisa, nacque Cesare, che divenne un critico teatrale. Nessuno dei due figli seguì le orme paterne e dei propri antenati. Per ironia della sorte, Giuseppe non aveva buone capacità di gestione del denaro. Dopo la morte del padre, quando aveva solo 14 anni, si era trasferito con la madre e il fratello a Firenze, città nella quale incontrò la futura moglie Lidia e dove si laureò a pieni voti in Medicina nel 1895. La madre Emma non era favorevole alla decisione del figlio di sposare una non ebrea, ma lui non cedette. Ebbero cinque figli. Il primogenito Gino, l’unico a condividere con il padre la passione per la montagna, era amico di Adriano Olivetti che poi conobbe e sposò la sorella Paola, divenuta in seguito, dopo il divorzio da Olivetti, compagna di Carlo Levi. Il terzogenito Alberto aderì al movimento Giustizia e Libertà assieme a Leone Ginzburg, Vittorio Foa e al fratello Mario, marito di Jeanne Modigliani, figlia del famoso pittore livornese. Ed infine l’ultima figlia fu Natalia, moglie di Leone Ginzburg. Un intreccio di vite decisamente unico ed eterogeneo.

L’ARRIVO DI POM A TORINO
Dopo tre anni da assistente presso una clinica psichiatrica, Giuseppe Levi aveva deciso di cambiare rotta e dedicarsi alla ricerca scientifica. Berlino, Napoli, Sassari e Palermo sono alcune delle tappe dove il tanto amato lavoro lo portò, prima di approdare nel 1919 a Torino sua città adottiva, insegnando anatomia umana presso l’università.
“Un Maestro e tre premi Nobel, un fatto del genere non è mai successo nella storia”. Così disse durante una conferenza la Senatrice a vita Elena Cattaneo, riferendosi alla figura di Giuseppe Levi, unico ed irripetibile poiché ben tre dei suoi studenti ottennero il premio Nobel: Salvador Luria nel 1969 per gli studi sui batteri; Renato Dulbecco nel 1975 per la scoperta delle relazioni tra i virus tumorali e il materiale genetico della cellula; Rita Levi Montalcini nel 1986, grazie all’individuazione del fattore di crescita nervoso.
La Montalcini, nel libro Elogio dell’imperfezione, scrive che dagli amici era affettuosamente chiamato LeviPom (Pom diminutivo di pomodoro), un nomignolo datogli per i folti capelli rossi. “Le sue lezioni erano le più frequentate della facoltà, non perché vi si imparasse molto -, racconta Dulbecco nell’autobiografia Scienza, vita e avventura, – visto che l’anatomia si impara studiando sui libri, o facendo le dissezioni…”. Dulbecco è conosciuto anche per aver isolato nel 1955 il primo mutante del virus della poliomielite che fu utilizzato da Sabin per produrre il vaccino.

Il professor Levi era amato e rispettato da tutti i suoi studenti, perché ne apprezzavano il lato etico e morale. Chi aveva la fortuna di entrare come suo interno nell’Istituto di Anatomia, aveva la possibilità di starne a stretto contatto, facendo sino dal primo anno ricerche di citologia e istologia; quest’ultima, disciplina nella quale era ben conosciuto. Sotto la sua direzione, l’Istituto di Anatomia raggiunse un prestigio di livello mondiale.

Salvador Luria

“Un’altra lezione che ho appreso da lui, applicandola poi durante tutta la mia vita accademica, è quella di non mettere mai il mio nome sulle pubblicazioni dei miei allievi, a meno di aver contribuito direttamente e sostanzialmente al loro lavoro”, affermò Salvador Luria nel libro autobiografico Storia di geni e di me. Luria fu il professore del genetista James Watson, insignito del premio Nobel nel 1962 assieme a Crick per la scoperta della struttura della molecola del Dna.

Tuttavia, l’allievo prediletto di Giuseppe Levi fu Rodolfo Amprino, all’epoca scienziato di spicco nel campo dell’embriologia sperimentale e dei tessuti calcificati. Non vinse il Nobel, ma era come dice la Montalcini “il miglior allievo interno…”.

IL CARCERE E LE LEGGI RAZZIALI
Se i primi anni a Torino, poco dopo la fine della prima guerra mondiale, nell’umida e fredda casa di via Pastrengo furono difficili, quelli a venire, a causa dell’avvento del fascismo al quale lui si oppose fin da subito, non furono da meno.
Pur essendo stato nel 1925 tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, aveva deciso, dopo una lunga e combattuta riflessione, di giurare fedeltà al fascismo. “Per Levi, come per molti altri, si trattò di un giuramento che seguiva la logica del male minore, un’opportunità per continuare a esercitare il proprio antifascismo…”; questa fu la vera decisione, come hanno ricordato i suoi biografi Grignolio e De Sio, anche se Levi temeva così facendo di compromettere la sua posizione morale, sempre esplicitamente espressa.

Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini

“Noi eravamo felici, perché non eravamo stati abbandonati; conoscevamo benissimo il suo vigore antifascista e a quello applaudivamo”, commentò Dulbecco.

Un vigore che non nascondeva, esprimendo le sue idee a voce alta anche quando incontrava un conoscente sul tram (che imbarazzato scendeva alla fermata successiva…) manifestando apertamente il suo disprezzo per Mussolini e le stupidaggini complottiste e ridicole che riempivano i quotidiani di quel tempo

Nel 1934, sospettato di aver contribuito all’attività antifascista del figlio Mario (Anna Foa, disse di aver sentito parlare più volte dell’arresto di Mario, dal padre Vittorio) e dell’allievo Sion Segre, finì in carcere per una ventina di giorni. La notizia fece il giro del mondo, finendo sul Times e vedendo la mobilitazione del premio Nobel Ramón y Cajal, un fatto che dimostra il grande prestigio internazionale di cui godeva Levi.

Essendo ebreo, le leggi razziali del 1938 lo costrinsero ad abbandonare l’università. Nel 1939 fuggì in Belgio, per poi ritornare in Italia nell’estate del 1941. Riuscì a scappare ai rastrellamenti, riprendendo la docenza subito dopo la guerra. Va ricordato, che i due anni in Belgio, furono tutt’altro che facili. Nel primo periodo ebbe modo di proseguire le ricerche all’Università di Liegi, ma poi in seguito all’invasione tedesca del Belgio nel 1940, visse un anno in clandestinità, vagando in povertà tra le periferie e sempre col rischio di essere catturato dai nazisti.

Una vita tutta dedicata alla scienza, la sua: i risultati dei suoi studi sono pubblicati in oltre 200 lavori scientifici, apparsi sulle più autorevoli riviste del settore. Morì di cancro allo stomaco il 3 febbraio del 1965 all’età di 92 anni, fino all’ultimo presente a se stesso. Da un articolo di Marco Piccolino su La Stampa, apprendiamo che Giuseppe Levi durante gli anni ‘30, amareggiato dalle leggi razziali, aveva manifestato la volontà, anche se poi non messa in pratica, di lasciare l’Italia e trascorrere il resto della sua vita e dei suoi studi all’Università di Gerusalemme.

 

Foto in alto: Giuseppe Levi con la moglie Lidia Tanzi sulla spiaggia di Forte dei Marmi qualche anno prima della sua espulsione dall’Università di Torino. Credit La Stampa.

 

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