Due lingue allo specchio: da Averroè al Rambam, passando per Dante

di Vittorio Robiati Bendaud

La Civiltà giudeo-araba / 1

Prima puntata
Lingue della preghiera, della liturgia, della santità: l’ebraico e l’arabo hanno molto in comune e Corano e Hadith sono pieni di materiale biblico, midrashico, talmudico, in un vicendevole gioco di rimandi e scambi reciproci. Da oggi, vi proponiamo una serie di approfondimenti sul tema

 

L’arabo e l’ebraico sono venerati rispettivamente da musulmani ed ebrei come lingue “sante”, in quanto ciascuna è parola della Creazione e, ancor più, della Rivelazione. Ebraico e arabo sono, l’una per l’ebraismo l’altra per l’islàm, le lingue della preghiera e della liturgia. L’ebraico ha costituito e tuttora costituisce un archetipo simbolico, espressivo e culturale fondativo e imprescindibile per il Popolo di Israele, garantendone l’unità nazionale, il legame transgenerazionale, la sopravvivenza stessa. Qualcosa di analogo, pur con delle differenze, sperimentano i musulmani con la lingua araba.
Tutto questo fa sì che la Bibbia e il Corano siano i testi su cui si incarnano e ampiamente si appoggiano due culture, due letterature, due tipi di creatività e di ingegno, come pure numerose zone d’ombra.
Occorre ancora ricordare che molta letteratura filosofica, scientifica, teologica e poetica ebraica sarebbe stata molto diversa, e certamente più povera, se l’ebraico medievale non avesse incontrato l’arabo (ad esempio il Kalam), e se l’ebraismo non avesse trovato espressione per i molti secoli del Medioevo nella lingua sacra dell’altro monoteismo.
Vi sono differenze culturali ed etniche tra ebrei e arabi e, ancor più, tra ebrei e musulmani. E ciascun gruppo è singolarmente attraversato da proprie differenziazioni e contrapposizioni profonde. Tuttavia, le lingue sacre di ebrei e musulmani sono strettamente imparentate tra loro, assieme all’aramaico e all’etiopico.
Nel corso di questa nuova serie di articoli dedicati alla Civiltà giudeo-araba, cercherò di rendere brevemente conto delle influenze vicendevoli che ebrei e musulmani ebbero dalla nascita dell’Islam sino alle persecuzioni antiebraiche perpetrate dagli Almohadi nel XII secolo. Si tratta delle vicende del milieu culturale “arabo-giudaico”, che ovviamente era ipso facto “islamo-ebraico”. Fu in quel contesto particolare e originale, a contatto con la lingua araba, che si ebbe l’effettiva cristallizzazione e formulazione dell’ebraismo per come esso è sopravvissuto sino a oggi: le officiature sinagogali e i testi liturgici presero la basilare forma canonica; la teologia ebraica avviò una sua prima feconda sistematizzazione; la normativa ebraica una codificazione; la lingua ebraica e la sua letteratura, infine, ebbero la loro più grande rinascita prima della contemporaneità.

Linguaggi e parole sacri
dayenuIl concetto di “lingua sacra”, comune a ebrei e musulmani, contribuisce forse a rendere più comprensibili agli uni e agli altri le rispettive identità e problematicità, se onestamente assunte. Entrambi non condividono questo con i cristiani (l’unica eccezione, assolutamente minoritaria, vale per i cristiani assiri, massacrati dall’Isis, parlanti ancora oggi aramaico, che è anche la lingua della loro Chiesa). Il cristianesimo occidentale ha impiegato per secoli la lingua latina come lingua liturgica -e “universale” in quanto sovranazionale-, concetto tuttavia ben diverso da quello di lingua sacra: il latino era, infatti, la lingua dell’Impero Romano pagano, idolatra e persecutore. Non poteva essere ritenuta “santa” in alcun modo.
È pur vero che autorevoli cristiani, in epoca medievale e rinascimentale e in un generale clima di antisemitismo e di dottrine teologiche antiebraiche, riconobbero alla lingua ebraica il ruolo di lingua primigenia e di lingua sacra. Così scrisse Dante in quella straordinaria opera che è il De Vulgari Eloquentia (Libro I, par. VI): “Questa fu la forma del linguaggio parlato da Adamo; questa fu la forma del linguaggio parlato da tutti i suoi discendenti fino all’edificazione della torre di Babele – parola che viene interpretata come ‘torre della confusione’ – questa fu la forma del linguaggio ereditato dai figli di Eber, che da lui furono chiamati Ebrei. Dopo la confusione essa rimase a loro soltanto, perché il nostro Redentore, che secondo la natura umana doveva nascere da loro, si giovasse non della lingua derivata dalla confusione, ma di quella ricevuta come grazia. La lingua che le labbra del primo parlante formarono fu dunque l’ebraico”. Al par. VII Dante definisce poi l’ebraico “lingua sacra”. Tuttavia, eccezion fatta per questi teologi e filosofi, la civiltà cristiana nei secoli non recepì affatto intimamente l’ebraico come “lingua sacra”, ma piuttosto la espunse, come pervicacemente, a più riprese, tentò di espungere ed espellere gli ebrei, fisicamente, e l’ebraismo, simbolicamente. Dall’ingente quantità di materiale biblico, midrashico e talmudico riportato dal Corano e dagli Hadith (i racconti extra-coranici riguardanti Muhammad) è legittimo poter presumere che Torah, Talmùd e Midràsh fossero, agli albori dell’Islam, studiati, conosciuti e abbastanza diffusi nell’Arabia pre-islamica.
Con la celere e dilagante avanzata islamica nel Vicino Medio Oriente, gli ebrei progressivamente abbandonarono il dialetto aramaico, inizialmente nei centri urbani e commerciali più importanti, divenendo la lingua da loro comunemente parlata dalla fine del VIII secolo. Le dirigenze religiose-culturali ebraiche iniziarono così a impiegare l’arabo sia per gli studi secolari sia, in seconda battuta e con minore intensità, per quelli religiosi. Gli studi secolari in arabo che entusiasmarono sin da subito gli ebrei furono in particolare quelli medici, matematici, astronomici e astrologici.
Solo successivamente si iniziarono a maneggiare, non senza tensioni, filosofia e teologia.
(Prima Puntata).

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