La tortuosa identità ebraica del medico e pensatore ebreo viennese Sigmund Freud è talmente complessa e lacerata che potrebbe essere oggetto di una delle sue celebri sedute psicanalitiche. Nonostante conoscesse la Torah e l’ebraico, egli si definiva un “ebreo senza Dio” fieramente attaccato alla propria ebraicità famigliare e culturale ma estremamente critico, se non sprezzante, verso l’osservanza religiosa e la fede.
Rivoluzionario irrazionalista nelle sue audaci teorie psicanalitiche che mettevano al centro della sua analisi, le pulsioni sessuali, gli istinti primordiali e l’inconscio dell’essere umano, fascinoso interprete di sogni e fragilità dell’uomo contemporaneo, a cavallo fra la fine dell’Impero Austro Ungarico e l’avvento del nazismo, la vita di Freud è stata scandita dal dubbio e dal senso di sradicamento fin dalla nascita.
Come Theodor Herzl, che nacque a Budapest e Gustav Mahler, originario della Boemia, anche Freud, nato il 6 maggio 1856 in Moravia, regione orientale della Repubblica Ceca, a Pribor l’antica Freiberg, divenne viennese d’adozione eleggendo la capitale austriaca come sua nuova patria. Una vita lunga ed estremamente intensa conclusasi a ottantatre anni, per un tumore alla gola, due settimane dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il 23 settembre 1939.
Ma che ebreo è stato e quale il rapporto ha avuto con la sua famiglia? Come specifica un interessante articolo pubblicato sul sito anumuseum.org, egli visse profondamente l’antisemitismo della sua epoca fin da quando aveva solo sei anni. Infatti un sabato pomeriggio suo padre, molto dibattuta è la religiosità dei suoi genitori, mentre si recava in sinagoga, per la preghiera, venne improvvisamente spintonato da un ragazzo, non ebreo, che alla vista del suo cappello gli disse “Ehi ebreo scendi dal marciapiede”. Nell’urto il copricapo finì nel fango costringendo il malcapitato a raccoglierlo mentre l’aggressore fuggiva divertito. Al ritorno a casa del padre che riferì in famiglia sull’accaduto, il piccolo Freud indignato gli chiese, sperando in una sua reazione decisa in risposta all’oltraggio subito, “E tu come hai risposto a quell’ individuo?” e si infuriò contro di lui dopo che il padre disse “Ho raccolto il cappello e ho continuato a camminare”. Ne derivò un litigio in famiglia in cui il padre si scagliò contro la moglie dicendole “con questo carattere, nostro figlio non combinerà niente”.
Personalità decisa, già in tenera età, avido lettore e bambino prodigio fin dall’infanzia, ebbe modo di contraddire abbondantemente quanto affermato dal padre diventando studente modello ma sviluppando un carattere tormentato, esternamente distaccato e austero ma a quanto pare, secondo varie biografie, generoso e leale una volta superata la diffidenza. Appassionato sostenitore delle sue teorie, oppositore inarrestabile di suoi illustri colleghi come il correligionario Adler e l’antagonista di una vita, lo studioso, svizzero tedesco, Carl Gustav Jung mostrò lo stesso spirito ribelle e polemico verso la religione evidenziando che era sempre stato distaccato riguardo alla sua fede come verso tutte le altre.
Con l’avvento del nazismo queste contraddizioni si inasprirono, la sua identità di apolide sradicato si rafforzò ulteriormente arrivando ad affermare “mi sono sempre sentito tedesco, a livello culturale, anche se non ho mai perso il senso di appartenenza verso le mie radici. Notando la crescita esponenziale del pregiudizio antiebraico, in Germania e in Austria, quando mi chiedono di dove sono preferisco definirmi semplicemente come un ebreo”.
Ne emerge un quadro estremamente complesso quello della sua ebraicità, che, stando a quanto notava lo storico Yosef Haim Yerusalmi, era un elemento che lo affascinava e lo tormentava.
A questo proposito nonostante il suo ateismo, egli credeva profondamente nelle qualità spirituali e caratteriali del popolo ebraico che lo rendevano capace di resistere alle avversità della sua storia. Con la sua forte personalità egli tentò di ribellarsi all’antisemitismo del suo ambiente di lavoro, a quei colleghi che etichettavano con disprezzo la psicologia come “scienza ebraica” e affrontò apertamente la propria ebraicità soprattutto negli ultimi anni della sua vita.
Uno dei suoi saggi più esplicitamente ebraici, anche se estremamente critico, fu il suo ultimo scritto, prima della sua scomparsa, Mosè e il monoteismo in cui descrive Mosè come “un principe egiziano così ardentemente monoteista che cercò di portare la sua visione del mondo ad un popolo oppresso e insignificante come gli ebrei del suo tempo”.
Dolente e passionale, coraggioso e lucido, Freud lo fu fino all’ultimo e questo saggio, come altre sue dichiarazioni, suscitò un coro di polemiche soprattutto quando elogiava l’ebraismo definendolo “più spirituale e intellettuale” della maggioranza delle altre dottrine.
Ma cosa ne pensava Freud del sionismo? Fin dal 1929, secondo quanto riporta il sito blog.nli.org.il, egli non era certo un fan del sionismo ed espose le sue perplessità in una lettera al Keren Hayesod di Vienna. Contrariamente alla speranze dell’epoca, egli, sebbene si identificasse nel sogno sionista di “dare una casa a tutti gli ebrei del mondo”, non credeva che la Palestina mandataria di allora sarebbe mai diventata l’attuale Stato di Israele e si mostrò molto critico verso gli entusiasmi e le speranze di questo ideale.
Una personalità molto particolare e preda di polemiche e tortuosità, ammiratore della cultura tedesca e di grandi autori come Goethe e Schiller, che lo deluse e lo amareggiò all’avvento del nazismo e, a modo suo, profondamente ebreo, nonostante tutte le contraddizioni. Per il suo trentacinquesimo compleanno, secondo il sito jewishpress.com, suo padre gli regalò un libro di Torah con una toccante dedica “A te Shlomo (questo il suo nome ebraico), figlio mio che, in questo libro, hai visto la visione dell’Onnipotente e cerchi di volare sulle ali della Sua santità”.



