Chalutzim, Ebrei Piemontesi Pionieri in Eretz Israel

Personaggi e Storie

Chalutzim, Ebrei Piemontesi Pionieri in Eretz Israel: un libro, un documentario, una mostra, di Marco Cavallarin e Marco Mensa.

Chalutzim ( = Pionieri) è il titolo del nostro nuovo lavoro sul mondo della cultura e dell’esperienza ebraica. Dopo la performance della mostra Ebrei in Eritrea che, col documentario Shalom Asmara ha toccato Francia, Israele, Polonia, Stati Uniti, Canada, Italia, Eritrea e Olanda, fino ai prossimi “New York Sephardic Film Festival” e “Miami Jewish Film Festival”, adottando lo stesso format (mostra fotografica, libro e documentario) ci siamo cimentati in questa nuova storia.

Abbiamo voluto raccontare le alyoth degli anni Trenta, avvenute e in tanti casi prima delle leggi razziali, di alcuni ebrei piemontesi. Essi erano spinti da una vocazione “utopistica” per la costruzione di una società ideale fondata sui valori del sionismo, della fratellanza, dell’egualitarismo sociale e della proletarizzazione personale. Hanno abbandonato le spesso comode vite di assimilati scegliendo di divenire chaverim: si sono addestrati nelle aksharot novaresi e vercellesi, hanno imparato ad imbracciare gli strumenti dell’agricoltura e del lavoro manuale, facendosi i calli nelle mani per andare in Eretz Israel, dove era deserto e disagio. Partivano per partecipare alla creazione di quelle comunità paritarie e democratiche che ebbero attuazione nei kibbutzim e nelle loro attività agricole e operaie.
Quanti invece decisero il gran passo verso la Palestina solo dopo la pubblicazione delle leggi razziali avevano già maturato tale scelta già prima dell’esplicitazione legislativa del profondo razzismo che pervadeva il fascismo.

Il sionismo era stato il loro nutrimento morale e culturale negli anni in cui l’oppressione fascista rendeva impossibile la vita a menti liberali e democratiche. Nell’ambiente ebraico piemontese il sionismo aveva conosciuto momenti di alta rielaborazione teorica, come l’Idea della Sintesi con cui Leo Levi, filosofo, matematico ed etnomusicologo, intendeva coniugare insieme i valori politici dell’antifascismo e i fondamenti religiosi dell’ebraismo. Ma prima che lui, e in maniera altrettanto entusiasta e profonda, quegli stessi valori avevano percorso le aule del Collegio Rabbinico di Vercelli, o le vie dell’ex ghetto di Casale Monferrato, dove si erano tenute, a partire dal 1910, le prime riunioni sioniste, o la Torino ebraica, dove nel 1912 aveva avuto luogo il secondo Convegno Sionista Italiano.

Il sionismo nell’ambiente ebraico piemontese non ebbe però vita facile: dalle pagine del Vessillo Israelitico il rabbino di Casale Monferrato Flaminio Servi nel 1897, all’indomani cioè del Congresso Sionista di Basilea, riconosceva al sionismo una funzione importante per gli ebrei dell’Europa orientale che erano vittime di continui pogrom. Servi sosteneva che tutto il sionismo possibile per gli ebrei italiani assimilati fosse quello di sostenere filantropicamente e con aiuti economici le alyoth di quegli olim lontani e sfortunati. Né certamente furono favorevoli al sionismo quegli ebrei che avevano aderito al fascismo, e che a Torino diedero vita all’infelice esperienza de La Nostra Bandiera, il cui fondatore, Ettore Ovazza, fu trucidato con la famiglia dai nazi-fascisti ad Intra mentre cercava di mettersi in salvo verso la Svizzera. Né il dibattito durante gli Onegh Shabbat torinesi andava oltre il chiacchiericcio, stando alle parole di Leo Levi, di Silvia Malvano, di Beppe Artom, di Ito Artom, di Alfonso Pacifici, di Mario Levi, di Sion Segre Amar, di Vittorio Foa, … che a quegli incontri avevano usato partecipare.

Ma in Piemonte la partecipazione degli ebrei alla vita politica della nazione, dal Risorgimento in avanti, era stata attivissima, e l’amore per il re Carlo Alberto, che aveva concesso agli ebrei, come ai valdesi, l’emancipazione nel 1848, aveva raggiunto addirittura la dimensione della devozione. Dall’adesione al Risorgimento, all’impegno per la costruzione dell’Unità d’Italia, alla partecipazione alla prima guerra mondiale, discesero le scelte degli ebrei che, rimasti nella diaspora piemontese, divennero anima della Resistenza armata e intellettuale contro il fascismo e il nazismo, soprattutto nelle file di “Giustizia e Libertà”. D’altronde la vocazione antifascista e democratica degli ebrei è ampiamente certificata dall’operato in Italia, durante la seconda guerra mondiale, del “Palestine Regiment” prima, e della “Jewish Brigade” dopo, o dal ritorno da Eretz Israel, dove nel 1928 aveva fondato il kibbutz di “Ghivat Brenner”, di Enzo Sereni, che trovò la morte a Dachau.

Una volta in Eretz Israel i nostri Chalutzim hanno fondato le basi umane e sociali su cui si è costruito lo Stato di Israele. E hanno anche trovato l’acqua, realizzato l’agricoltura, recuperato le zone agricole desertificate, fondato allevamenti, realizzato fabbriche, costruito kibbutzim ancora oggi fortemente attivi, favorito le nuove immigrazioni contro il volere dei britannici mandatari, costruito con l’Hagana il fondamento di quello che sarebbe divenuto l’esercito nazionale, accolto e protetto gli ebrei che scampavano alla persecuzione, stabilito relazioni di scambio con le popolazioni arabe (lì, a quel tempo, erano gli ebrei ad essere detti “Palestinesi”), hanno studiato, hanno modernizzato il territorio, hanno costruito città e architetture preziose divenute patrimonio dell’umanità, … Ma oggi nelle parole di quegli olim vi è anche amarezza perché il risultato non è quel mondo di pace e di armonia socialista, che rifiutavano di considerare “Utopia”, per cui essi avevano lavorato. Essi fanno fatica a riconoscere l’odierno Israele come la realizzazione del loro progetto originario: “Nei kibbutzim avanza la privatizzazione”, “Lo sviluppo del paese è ormai sicuramente orientato verso il capitalismo”, ci hanno detto.

La documentazione di tanta vicenda è tutta negli archivi, nelle biblioteche, nei musei. I ricordi e i racconti sono però nella memoria di quanti, ancora in vita, in Piemonte e in Israele, ce li hanno consegnati, concedendoci anche l’accesso agli archivi privati e agli album di famiglia. Li abbiamo ascoltati, registrati, raccolti, fotografati i documenti, ritratti e filmati i protagonisti, contestualizzati nella storia dell’ebraismo piemontese, e pubblicati. E’ stato un lavoro lungo, laborioso, paziente, certosino, ma abbiamo ritenuto doveroso preservare dalla dispersione una memoria che andava tutelata. Alcuni di quei chalutzim vivono ancora, ma la loro è una vicenda poco nota al mondo dei goyim “perché chi allora scelse di agire usò le parole per cambiare il mondo, e non per raccontare di sé”.
Ne abbiamo fatto, in collaborazione con la Fondazione Arte, Storia e Cultura Ebraica – Onlus di Casale Monferrato una mostra, e un documentario, che hanno avuto il patrocinio della Regione Piemonte e il sostegno della Compagnia di San Paolo e della Fondazione CRT. E abbiamo prodotto un libro che è stato magistralmente edito dall’editore piemontese Priuli&Verlucca.

La mostra Chalutzim ha iniziato il suo percorso lo scorso 3 settembre, Giornata Europea della Cultura Ebraica, aprendo i battenti a Casale Monferrato, dove è rimasta per tre settimane. È poi andata alla Scarampi Foundation di San Giorgio Scarampi (AT) per altre tre settimane. Almeno un migliaio di visitatori l’ha già vista, insieme al documentario. Chalutzim andrà adesso all’Istituto Storico “Parri” a Bologna, a fine febbraio, per poi continuare il viaggio verso nuove mete, israeliane, statunitensi e, ci auguriamo, anche italiane.

Il nostro progetto sui Chalutzim continua: abbiamo individuato alcune storie personali di incredibile fascino e di enorme importanza storica e sociale. Vogliamo ancora raccontarle: vite straordinarie di persone che, con modestia, hanno donato la vita ad un sogno.

La mostra fotografica e documentaria Chalutzim è composta di 48 pannelli di forex di cm. 50×70, e di altri 45 pannelli di cm. 20×50. I pannelli di dimensione maggiore consistono delle fotografie originali di Marco Mensa, riprese in Israele e in Piemonte. Tre di tali pannelli contengono titoli, colophon, credits e i testi introduttivi di G. Marco Cavallarin. I pannelli più piccoli contengono le foto di repertorio provenienti da archivi privati e pubblici, selezionate da G. Marco Cavallarin, e i testi e le didascalie dello stesso autore. L’impostazione grafica della mostra è stata curata da Roberta Contarini. La stampa della mostra è stata curata dallo Studio Fotografico Lombardi di Bologna.
La mostra ha il patrocinio della Regione Piemonte. È stata realizzata con il contributo della Compagnia di San Paolo e della Fondazione CRT. Ha collaborato alla sua realizzazione la Fondazione Arte Storia e Cultura Ebraica– Onlus di Casale Monferrato.

Il documentario Chalutzim, DVD, durata 30 minuti, regia di Marco Cavallarin e Marco Mensa, accompagna la mostra, pur avendo, come il libro, una sua autonomia.

Il volume di Marco Cavallarin, Marco Mensa, Chalutzim. Pionieri in Eretz Israel, Ebrei Piemontesi, Il contributo alla realizzazione dell’Utopia sionista. 1897-1948, Quaderni di Civiltà e Cultura Piemontese, Priuli &Verlucca editori, 2006, pp. 232, è anche catalogo della mostra.

Hanno detto di Chalutzim.

“Chalutzim, il libro e il documentario sui pionieri ebrei piemontesi in Eretz Israel che Marco Cavallarin e Marco Mensa hanno prodotto, contiene la sua chiave di lettura, oltre che nelle splendide fotografie, in tre parole del sottotitolo: contributo, realizzazione e utopia. Ciascun termine solleva molte domande, soprattutto a qualcuno come me che questa epopea l’ha vissuta per così dire dall’interno della balena. … Questo libro ribadisce la verità spesso ignorata che non c’è avvenire senza coscienza del passato, non c’è vera ricchezza senza varietà, non c’è costruzione senza sogno.” (Vittorio Dan Segre, dalla presentazione di Casale Monferrato)

“Nella brillante collaborazione creativa tra Marco Cavallarin, autore dei testi, e Marco Mensa, autore della fotografia, come raramente accade, la ricerca storica si fonde armoniosamente, quasi inestricabilmente, con lo sguardo fotografico. Voci, suoni, racconti, ricordi trovano nell’immagine fotografica la loro perfetta corrispondenza, quasi che i due piani della narrazione non potessero combinarsi che secondo queste linee. Se nella parte testuale le storie si intrecciano, si rincorrono, fino a cristallizzarsi in un vivido affresco, anche sul piano fotografico colore e bianco e nero sembrano incalzarsi, in una continua tensione tra un passato quasi mitico e un presente troppo profano, irrimediabilmente lontano da quel secolo, da quei momenti.
Ed ecco quindi la suggestione visiva di una storia frammentata, che a tratti si configura come un mito di fondazione, in tutti i suoi caratteri di scoperta, di entusiasmo per la creazione di un nuovo universo di riferimento, ma che improvvisamente ci proietta verso le architetture sfavillanti dell’Israele moderno, nelle sue contraddizioni e nei suoi contrasti. Un presente che stride fortemente con gli ideali del passato. Non poteva che essere così. Il passato non ritorna.
Ma anche se i personaggi di questa storia sono ormai tutti anziani, e molte delle persone nominate in queste pagine non ci sono più, negli sguardi di Sara, di Yoel e dei loro eredi si leggono ancora lo slancio dell’Ideale, il significato di aver dedicato (e a volte anche rischiato) la vita per un sogno. Nei loro occhi si scorge l’antica terra di Israele, luogo di approdo, dove mettere nuove e profonde radici. Un percorso esistenziale che si rivela nei dettagli, in quella vecchia valigia ormai vuota, che non si è trasformata in un cimelio, ma conserva l’aura di un oggetto che potrebbe essere riutilizzato già domani, pronto per una nuova partenza. O il racconto delle origini, nelle atmosfere nebbiose delle colline piemontesi, da dove era iniziato il viaggio…. O le confezioni colorate dei prodotti del Kibbutz, le vecchie scatole di conserva, che sembrano contenere, invece che pomodori pelati, una divertente sequenza di aneddoti familiari. Infine, le luci del deserto, stupefacenti, abbaglianti. Per i nostri protagonisti non un territorio ostile, ma solo l’inizio di un lungo cammino, una immensa landa pietrosa ancora tutta da umanizzare, da rendere vivibile.” (Elisa Mereghetti, dalle pagine di Chalutzim)

“«L’anno prossimo a Gerusalemme» è l’espressione che da sempre accompagna la diaspora degli ebrei. Per dare concretezza a quella speranza, alla fine dell’Ottocento nasceva il sionismo, utopia di una nuova società egualitaria e cosmopolita in cui gli ebrei potessero riconoscersi. Molti ebrei piemontesi decisero di intraprendere la nuova strada perché l’anno dell’andata a Gerusalemme non fosse più il prossimo ma quello attuale.” (Gianni Martini, La Stampa)

“Gli autori della mostra e del documentario hanno voluto far conoscere un quadro storico complesso, segnato in alcuni casi da fraintendimenti sul presente di Israele e dal persistere di atteggiamenti antisemiti.” (Carlo Francesco Conti, La Stampa)

“La ricerca di Marco Cavallarin e le foto di Marco Mensa, insieme a quelle degli archivi privati, e il loro film documentario, danno luce a questa affascinante storia, alla realtà dei kibbutz delle origini, alle trasformazioni avvenute in essi e nello sviluppo di Israele, e al ricordo che dei Chalutzim piemontesi si conserva nella loro regione.
Grandi immagini alle pareti per la mostra. Gli insediamenti. L’uomo. È come una calamita. Difficile staccarsi dall’esposizione. Molte immagini sono di ieri: navi che partono, tende nel deserto, la terra, arida, dissodata a fatica, le scuole fatte con niente. Quella gente sembra felice. Vive un sogno. Un’utopia che diviene reale. Ma che non nasconde zone d’ombra, come quando gli inglesi, per non dispiacere agli arabi, introducono il numero chiuso per gli ingressi (e dire che sanno ciò che fa Hitler in Germania e nel resto del suo impero).” (Giulio Sardi, L’Ancora)

“È stata la storia dei Chalutzim piemontesi, i pionieri della alyah, la risalita in Eretz Israel, ad essere protagonista a San Giorgio Scarampi . Sono stati la mostra, il libro e il film a condurre e raccontare la suggestiva storia di un mito di lotta, di Resistenza e di creazione. E allora, se per un attimo si chiudevano gli occhi e si guardava con il cuore, dalla torre di San Giorgio Scarampi si vedeva Gerusalemme.” (Pier Mario Vaccaneo, La Nuova Provincia)

“Consiglio la lettura di Chalutzim di Marco Cavallarin e Marco Mensa. Si tratta di un testo storico ben documentato che racconta la vicenda di ebrei piemontesi che furono attratti già da fine ‘800 dall’idea del sionismo. Gli autori del libro hanno intervistato i sopravvissuti e hanno redatto un ottimo reportage fotografico.” (Guido Michelone, La Sesia)

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