di Anna Balestrieri
Scomparsa il 24 giugno 2026, all’età di 85 anni, ha lasciato più di quaranta volumi tradotti e un’impronta profonda nella diffusione internazionale della letteratura ebraica moderna. Francese, tedesco, ebraico e yiddish costituivano il suo territorio di lavoro. Non semplicemente un repertorio di competenze linguistiche, ma un crocevia di storie europee, memorie diasporiche, trasformazioni politiche e rinascite nazionali. (Nella foto con il marito Benyiamin. Fonte: The Forward)
Ci sono traduttori che accompagnano un libro da una lingua all’altra e traduttori che, nel compiere quel passaggio, finiscono per ridisegnare un’intera geografia culturale. Barbara Harshav apparteneva senza dubbio alla seconda categoria. Scomparsa il 24 giugno 2026, all’età di 85 anni, ha lasciato più di quaranta volumi tradotti e un’impronta profonda nella diffusione internazionale della letteratura ebraica moderna.
Francese, tedesco, ebraico e yiddish costituivano il suo territorio di lavoro. Non semplicemente un repertorio di competenze linguistiche, ma un crocevia di storie europee, memorie diasporiche, trasformazioni politiche e rinascite nazionali.
Harshav non si limitava a trasferire parole: ricostruiva, nella lingua d’arrivo, l’universo morale e intellettuale che le aveva generate.
Nel corso della sua lunga carriera prestò la propria voce inglese ad alcuni dei maggiori autori israeliani e yiddish del Novecento: Shmuel Yosef Agnon, Yehuda Amichai, Abraham Sutzkever, Meir Shalev, Leah Goldberg, Hanoch Levin, Yoram Kaniuk, Yehudit Hendel e molti altri. Una costellazione letteraria estremamente varia, tenuta insieme dalla capacità della traduttrice di riconoscere, in ogni autore, un ritmo e una necessità differenti.
Il coraggio di affrontare l’intraducibile
Nel lavoro di Harshav ricorre una forma particolare di audacia: la disponibilità ad accettare testi che altri avrebbero giudicato troppo complessi, stratificati o culturalmente distanti.
Il caso più emblematico è quello di Tmol Shilshom, il grande romanzo di Agnon noto in inglese come Only Yesterday. La prosa del premio Nobel israeliano è costruita su una fitta rete di richiami biblici, talmudici e rabbinici, allusioni che per il lettore ebraico risuonano anche quando non vengono riconosciute consapevolmente. Tradurre Agnon significa quindi misurarsi non soltanto con ciò che il testo afferma, ma con ciò che evoca.
La difficoltà non consiste nel trovare equivalenti parola per parola. Consiste nel restituire una voce capace di essere insieme arcaica e moderna, solenne e ironica, popolare e colta.
Harshav comprese che l’ironia di Agnon non era un ornamento stilistico, ma una delle strutture portanti della sua visione del mondo.
La sua traduzione dimostrò che persino un’opera considerata quasi refrattaria all’inglese poteva trovare una nuova vita, a condizione che il traduttore accettasse il limite senza trasformarlo in una resa. Nella nota al volume, Harshav arrivò a immaginare un aldilà nel quale poter discutere con Agnon le proprie inevitabili deviazioni dall’originale. Era una battuta, ma anche una dichiarazione di poetica: tradurre significa assumersi la responsabilità di ogni scelta davanti all’autore, al testo e al lettore.
Una biblioteca senza frontiere
La varietà degli autori affrontati da Harshav rivela una curiosità insofferente alle classificazioni. Poteva passare dalla poesia di Sutzkever, segnata dalla distruzione dell’ebraismo europeo, ai versi colloquiali e metafisici di Amichai; dalle opere teatrali corrosive di Hanoch Levin alla narrativa di Meir Shalev; dagli scrittori israeliani di lingua ebraica alla poesia yiddish composta negli Stati Uniti.
Con il marito Benjamin Harshav, poeta, studioso e teorico della letteratura, lavorò anche a importanti progetti comuni, tra i quali un’ampia antologia dedicata a un secolo di poesia yiddish americana. Il loro lavoro contribuì a sottrarre quella produzione alla condizione marginale nella quale viene spesso confinata dalle gerarchie del mercato editoriale mondiale.
L’interesse di Barbara Harshav non si arrestava, inoltre, ai confini della letteratura israeliana o ebraica. Tradusse narrativa, poesia e teatro, ma anche opere di filosofia, storia, economia e sociologia.
Per lei le lingue non erano compartimenti separati: erano porte d’accesso a forme differenti dell’esperienza umana.
Questa libertà intellettuale emerge anche nella scelta di confrontarsi con testi politicamente e storicamente scomodi. Nel suo catalogo trovavano posto, accanto ai grandi poeti ebrei, anche pagine dello scrittore palestinese Emile Habibi. La traduzione diventava così un esercizio di ascolto capace di attraversare conflitti, identità e memorie contrapposte senza cancellarne la complessità.
Innamorarsi di un alfabeto a trentaquattro anni
La biografia linguistica di Harshav smentisce l’idea che una lingua letteraria debba necessariamente essere acquisita durante l’infanzia. Si avvicinò all’ebraico relativamente tardi, intorno ai trentaquattro anni, quando i suoi studi sulla storia ebraica le fecero percepire come una mancanza decisiva il fatto di non conoscere neppure l’alfabeto.
Quell’assenza si trasformò presto in innamoramento. Imparare nuovi caratteri da adulta le restituì, secondo il suo stesso racconto, qualcosa dello stupore infantile della lettura: il momento in cui i segni cessano di essere figure mute e cominciano improvvisamente a significare.
Lo yiddish arrivò ancora dopo. Il francese e il tedesco erano stati conquistati attraverso uno studio metodico, fondato sulla grammatica, sui giornali e sui romanzi. Era un apprendistato maturato prima delle applicazioni, dei traduttori automatici e dei sistemi di intelligenza artificiale: un’epoca in cui appropriarsi di una lingua significava trascorrere anni in compagnia delle sue strutture, dei suoi suoni e delle sue eccezioni.
Lo stile come responsabilità
Harshav aveva un’idea esigente della scrittura. In una formula divenuta celebre fra i traduttori, associava lo stile alla moralità della mente e considerava l’oscurità intenzionale una colpa.
Dietro l’aforisma si intravede un principio rigoroso: scrivere con chiarezza non significa semplificare ciò che è complesso, ma evitare di nascondere l’imprecisione dietro una lingua inutilmente opaca. Anche la traduzione, in questa prospettiva, è un’attività etica. Il traduttore deve rendere conto delle proprie scelte, sapere perché una parola è stata preferita a un’altra e riconoscere il punto in cui la fedeltà letterale tradirebbe il funzionamento profondo dell’opera.
Chi la ascoltava parlare del proprio mestiere ricordava la fermezza con cui difendeva ogni decisione. Non era arroganza: era la conseguenza di una lettura minuziosa e di un’assunzione di responsabilità.
La fedeltà, per Harshav, non coincideva con l’obbedienza meccanica alla frase originale, ma con la capacità di conservarne l’energia.
Nelle sue traduzioni si avvertiva una voce riconoscibile, senza che questa soffocasse quella dell’autore. È uno dei paradossi più fecondi dell’arte traduttiva: per diventare quasi invisibile, il traduttore deve possedere una personalità linguistica salda. Soltanto chi ha una voce propria può rinunciare a imporla.
La casa aperta dei traduttori
La reputazione di Harshav non dipendeva unicamente dai libri. Nel mondo della traduzione letteraria era conosciuta come una presenza generosa, capace di incoraggiare studiosi e colleghi più giovani, invitarli a partecipare a convegni e persino ospitarli gratuitamente durante il lavoro.
Questa dimensione privata completa il ritratto intellettuale. La traduzione, mestiere spesso solitario, diventava per lei una comunità di pratica. Il sapere non era un patrimonio da proteggere attraverso l’esclusione, ma qualcosa da trasmettere.
Numerosi traduttori ricordano di essere stati accolti quando erano ancora agli inizi, prima di avere un nome o una posizione riconosciuta. Harshav sapeva individuare una vocazione e darle spazio. Nel farlo, esercitava una forma di magistero non istituzionale, costruito attraverso la conversazione, la lettura condivisa e la fiducia.
La sua eredità non è contenuta soltanto nei volumi pubblicati, ma nelle carriere che contribuì silenziosamente a rendere possibili.
Fu presidente dell’American Literary Translators Association e ricevette il PEN/Manheim Medal for Translation, uno dei maggiori riconoscimenti statunitensi alla carriera nel campo della traduzione letteraria. Il premio assumeva, nel suo caso, un valore ulteriore: portava al centro dell’attenzione due lingue, l’ebraico e lo yiddish, frequentemente collocate ai margini della cosiddetta letteratura mondiale.
Leggere sempre, prendersi poco sul serio
Harshav attribuiva una parte essenziale del proprio lavoro a un’abitudine apparentemente semplice: leggere in continuazione. Portava libri con sé ovunque, scherzando sulla possibilità che un ascensore si bloccasse e le offrisse un’occasione imprevista per continuare una lettura.
Nella sua concezione del mestiere convivevano tre elementi: il gioco, l’umiltà e il rispetto quasi sacrale per il testo. La serietà era riservata al lavoro, non alla propria persona. È forse questa combinazione ad averle permesso di affrontare opere monumentali senza irrigidirle e di abitare lingue tanto differenti senza trasformare l’erudizione in esibizione.
Il gioco preservava la libertà dell’invenzione; l’umiltà impediva al traduttore di considerarsi padrone del testo; il rigore proteggeva l’opera dalla superficialità.
Prendere sul serio la traduzione senza prendere troppo sul serio sé stessi fu, probabilmente, la forma più autentica della sua eleganza intellettuale.
Ciò che resta dopo il passaggio
Ogni traduzione nasce sotto il segno della perdita. Qualcosa dell’originale inevitabilmente si attenua, si sposta o scompare. Ma la traduzione produce anche ciò che prima non esisteva: nuovi lettori, nuove interpretazioni, nuove relazioni fra tradizioni culturali.
Barbara Harshav ha dedicato la vita a questo spazio intermedio. Ha permesso alla letteratura ebraica e yiddish di circolare oltre i propri confini linguistici, rendendo accessibili testi che senza il suo lavoro sarebbero rimasti muti per gran parte del pubblico internazionale.
La sua opera invita inoltre a guardare diversamente la figura del traduttore. Non un esecutore subordinato, né un semplice tecnico del linguaggio, ma un lettore radicale: qualcuno che deve comprendere un testo abbastanza profondamente da ricrearne gli effetti in un altro sistema di suoni, memorie e riferimenti.
Un grande traduttore non cancella la distanza fra le lingue: insegna al lettore ad attraversarla.
È in questo attraversamento che Barbara Harshav continuerà a essere presente. Nelle pagine di Agnon e Amichai, di Sutzkever e Shalev; nelle scelte lessicali che altri traduttori discuteranno; nei giovani studiosi che hanno ricevuto da lei un incoraggiamento; e in quella fiducia, oggi più preziosa che mai, secondo cui imparare una nuova lingua significa aprire ancora una volta il mondo.



