Ascolta, ti racconto una bella storia…

di Ester Moscati

Laura Orvieto con i figli Leonfrancesco a Annalia

Era, soprattutto, «desiderosa di trovarsi un ruolo nel mondo». Così Laura Cantoni Orvieto descrive se stessa bambina, nell’autobiografia Storia di Angiolo e Laura. E un posto lo ha trovato: le sue storie sono, da decenni, ristampate e tradotte, segno di una modernità di stile, ricchezza di immaginazione e pensiero, che ancora oggi stuzzicano gli editori e appagano il suo pubblico privilegiato, i bambini. Però, se tutti conoscono Collodi e Vamba, e i loro “figli” Pinocchio e Gianburrasca, Laura Orvieto è stata per troppo tempo lasciata in ombra, e non solo perché negli anni del fascismo le sue opere furono fatte sparire dalla circolazione. Misoginia? Forse. I suoi racconti di impronta mitologica, storica, e anche di gioco intelligente sulle parole e i linguaggi, sono così vicini alla contemporaneità da far dimenticare che l’autrice è una signora vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento. E così, ancora, si pubblicano, ormai un “classico” del libro per l’infanzia. Non a caso, oggi, esce per Mondadori una nuova edizione di Storie di bambini molto antichi (pp. 231, euro 17,00, illustrato da Rita Petruccioli).

Ma chi era Laura Cantoni Orvieto, una specie di Beatrix Potter italiana, la cui longevità letteraria sfida i secoli e arriva fino a noi mantenendo intatta la sua magia? Ribelle, intelligente, incontenibile, dalla precoce sensibilità sociale, Laura Cantoni era una bambina della buona borghesia ebraica milanese, nata nel 1876, appassionata lettrice fin da piccola, grazie alla sua governante scozzese Lily Marshall, che la introdusse a lingua e letteratura anglosassone.

E non si fa fatica ad immaginarla mentre, sdraiata su un folto tappeto nella sua bella camera, legge libri di autori inglesi – Dickens era il suo preferito- , e vola a Londra, con il pensiero, per salvare i poveri bambini derelitti degli slums descritte dall’autore di David Copperfield. Quei bambini poveri che, più tardi, da ragazza, cercò di frequentare ed educare, collaborando con la sua insegnante delle Scuole Normali di Milano, Rosa Errera, che gestiva i primi doposcuola milanesi, le istituzioni Casa e famiglia. Lì cominciò a stare con i bambini, a raccontare loro quelle “favole” che, scrive ancora – in terza persona – nella sua autobiografia, “deliziavano anche lei quando le inventava lì per lì: e credeva di inventare intrecci e fantasie nuove mentre probabilmente erano messe insieme con gli elementi di quelle innumerevoli leggende e storie di fate e maghi che lei tanto amava, che le vecchie donne le avevano raccontato quando era bambina, e che ancora volentieri leggeva”.

L’impegno civile di Laura si realizzerà anche più tardi, negli anni della Grande Guerra, nel corpo di infermiere delle ‘Samaritane’: un’esperienza che le ispirò la biografia di Florence Nightingale. Ma la sua curiosità la portò anche ad interessarsi al pensiero sionista, partecipando a diverse riunioni a Firenze dove incontrò Chaim Weizmann.

Ormai adulta, colta, brillante, ebbe modo di appagare la sua sete di comunicare, discutere, scrivere, con frequentazioni interessanti e variegate, da D’Annunzio ed Eleonora Duse ad Amelia Pincherle Rosselli (madre di Carlo e Nello), da Sibilla Aleramo a Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello, Luigi Capuana.

Sono gli anni in cui, andata in sposa a Firenze ad un lontano cugino, il poeta e giornalista Angiolo Orvieto, fondatore, con il fratello Adolfo, del periodico Il Marzocco, Laura frequenta gli intellettuali che ruotano intorno alla rivista. Sulla quale lei stessa tiene, a partire dal 1904, una rubrica letteraria, “Marginalia”, frutto della sua conoscenza dell’inglese e delle letterature straniere. Scrive infatti notizie culturali e riassunti in italiano di articoli pubblicati all’estero e, più tardi, partecipa – sulla stessa rivista – a dibattiti intorno alla condizione femminile. Firma la sua rubrica con lo pseudonimo “Mrs El”, e con questa stessa sigla compare come autrice del suo primo libro per l’infanzia, la sua più forte passione: Leo e Lia. Storia di due bambini italiani con una governante inglese, pubblicato dall’editore Bemporad nel 1909. Notevoli le illustrazioni Liberty di quella prima edizione, firmate da Ugo Finozzi. Ma è il testo che ancora oggi colpisce, di nuovo, per la sensibilità e l’attenzione verso l’infanzia e il suo mondo magico. I bambini non sono “adulti in miniatura, solo più fastidiosi”, come in molti pensavano all’epoca, ma hanno un modo di ragionare specifico, una capacità di stupirsi, di fare domande, che divertono e appassionano Laura, tanto più che Leo e Lia sono proprio i suoi bambini, Leonfrancesco e Annalia. Con loro parla, racconta, discute, insegna, ride, gioca – mentre, molto spesso, gli infanti dell’epoca erano affidati alla servitù e vedevano i genitori solo al momento della buonanotte, già ripuliti e sazi nei loro pigiamini alla marinara.

Tutto questo costituisce l’impianto del libro in cui, con scrittura vivace, lieve e sincera, Laura Orvieto affronta anche temi delicatissimi, come pure altri più divertenti: la parità dei sessi, l’inferno e il paradiso, come si nasce e come si muore, cos’è la neve, i giochi di parole, il senso del dovere. Domanda il piccolo Leo: “Il re è ebreo?”, e la scrittrice risponde “Dio è lo stesso per tutti gli uomini, anche se gli uomini pensano a lui in maniere differenti”.

Al libro d’esordio, seguiranno le Storie della storia del mondo. Greche e barbare (1911), la sua opera di maggior successo. Poi Principesse, bambini e bestie (1914), Storie della storia del mondo. Il natale di Roma (1928); Storie della storia del mondo. La forza di Roma (1933); Storie di bambini molto antichi (1937).

In queste opere, Laura Orvieto riflette un’attenzione per il mondo della classicità greca e romana, tipica di quegli anni in Italia, cui fu particolarmente sensibile l’ambiente degli ebrei laici e integrati, quasi a voler rivendicare la propria “italianità”. Era normale e diffuso, nei primi anni del Novecento, dare ai propri figli, prima del nome ebraico, un appellativo romano: Claudio, Manlio, Fabio, Lidia… Un desiderio di omologazione e appartenenza, sull’onda dell’ancora recente “Emancipazione”, che subì poco dopo, negli anni del Fascismo, un duro contraccolpo, prima con le discriminazioni e la “lotta razziale” e poi con le persecuzioni nazi-fasciste, le retate e le deportazioni. Le opere di Laura Orvieto, in parte censurate alla fine degli anni Venti, per i contenuti che rivelavano una libertà di pensiero non certo allineata al regime, dopo il 1938 furono escluse dalle biblioteche, come accadde per i libri di tutti gli scrittori ebrei. Nei mesi più pericolosi e bui della guerra e delle persecuzioni, fra il novembre 1943 e l’ottobre 1944, Laura rimase nascosta, con il marito Angiolo, nella Casa di riposo del Convento dei Padri Cappuccini di San Carlo, a Borgo San Lorenzo. Ma dopo la guerra si occupò ancora di letteratura per l’infanzia dirigendo, dal 1945 al 1947, La settimana dei ragazzi. Muore a Firenze il 9 maggio 1953. Usciranno, postumi, il Viaggio meraviglioso di Gianni nel paese delle parole (pubblicato solo nel 2007) e l’autobiografia Storia di Angiolo e Laura (la cui stesura si conclude nel 1939 ma che sarà pubblicata nel 2001), dove quasi con un sentimento di rivalsa per la legislazione razziale, traccia un quadro delle proprie ascendenze e del valore dell’opera culturale perseguita con il marito. In suo nome, è stato istituito nel 1953 un Premio dedicato alla letteratura per l’infanzia, l’amore di tutta la sua vita.

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