Israele e la nuova America Latina. Intervista a Loris Zanatta

Mondo

di Nathan Greppi

Gli sviluppi internazionali degli ultimi mesi hanno creato delle opportunità importanti per Israele anche in contesti che si trovano a chilometri di distanza, come l’America Latina: dopo la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela da parte degli americani, Cuba ha perso il suo principale fornitore di petrolio, portando l’isola caraibica a dover affrontare una grave crisi.

È legittimo chiedersi se questa situazione metterà fine a due regimi storicamente ostili nei confronti dello Stato Ebraico, o se la situazione rimarrà la stessa. Ne abbiamo parlato con Loris Zanatta, docente di Storia e Istituzioni dell’America Latina all’Università di Bologna. Autore di numerosi libri sulla storia latinoamericana, è stato editorialista di importanti testate italiane (La Lettura del Corriere della SeraIl FoglioIl MessaggeroIl Mattino) e argentine (La NaciónClarín).

 

Cosa ha comportato per Cuba la caduta di Maduro?

Per Cuba è come se si fosse sgonfiato il salvagente al quale era aggrappata. Non l’unico, dal momento che il regime cubano è sempre stato capace sin dalla rivoluzione di trovare regimi e potenze in grado di mantenerlo, ma sicuramente il Venezuela era il suo cordone ombelicale, soprattutto in termini economici.

Dopo che nei primi giorni ha tuonato contro gli USA e Israele, tanto da affermare che la cattura di Maduro aveva un “carattere sionista”, la nuova presidente venezuelana Delcy Rodríguez si è aperta agli Stati Uniti, soprattutto sul petrolio. Ritiene che prima o poi ci saranno maggiori aperture anche verso Israele?

La domanda che inevitabilmente uno si fa è se Delcy Rodríguez (nella foto in alto) e la classe dirigente che la sta seguendo stiano davvero cambiando politica, in modo così radicale da abbandonare un’alleanza con l’islamismo radicale che il governo di Chavez ha coltivato fin dalle origini, trasformandolo addirittura in un avvicinamento a Israele. Tutto è possibile nel mondo di oggi, ma ho il sospetto che il presidente Trump esageri la sua capacità di pilotare la storia nella direzione che lui vorrebbe.

Loris Zanatta

Quindi, cosa pensa che intenda fare la Rodríguez?

Credo che in realtà la sua strategia sia quella di guadagnare tempo e fare alcune concessioni, necessarie per riattivare un’economia devastata. Ma la finalità di queste concessioni è mantenere l’ossatura del regime e fare in modo che prima o poi, quando il Venezuela andrà a libere elezioni, il regime chavista troverà il modo di perpetuarsi al potere.

Lo ritiene possibile?

Tutti abbiamo guardato l’operazione con cui è stato prelevato Maduro. Ma c’è stato anche un altro intervento statunitense, che tutti abbiamo celebrato, per estrarre una persona dal Venezuela: María Corina Machado, la leader indiscussa dell’opposizione, che vincerebbe a mani basse le elezioni qualora si tenessero regolarmente oggi. A mesi di distanza, oggi notiamo che anche se gli Stati Uniti hanno tolto Maduro, il regime ha ancora le leve in mano. In compenso, hanno tolto di mezzo la principale leader dell’opposizione, che oggi non si trova nel paese ed è sparita dalla mappa politica. Non c’è dubbio che nell’ottica dell’Amministrazione Trump, la Machado rappresenti un disturbo, che minaccia la transizione ordinata che gli Stati Uniti hanno in mente.

Quindi ritiene che finora non si sono verificati grossi cambiamenti in Venezuela?

Non da quel che vedo, salvo la liberalizzazione della politica petrolifera e la liberazione solo di alcuni prigionieri politici che usa come scudi umani. Ho dei carissimi amici venezuelani, che non si azzardano ad esprimere opinioni politiche né per email né su Whatsapp, perché sanno benissimo che il regime ha ancora il controllo.

Passando a Cuba, il regime castrista ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 1973, e dopo la rivoluzione islamica del 1979 ha stretto forti legami con l’Iran. A cosa è dovuta questa scelta di campo?

Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che la rivoluzione cubana è del 1959, e la sua epoca di maggiore influenza e fulgore ha coinciso con la decolonizzazione e la creazione del Movimento dei paesi non allineati. In quell’ambito, la politica di Fidel Castro fu sempre non solo di “allineamento con i non allineati”, del cui movimento divenne segretario nel 1979, ma in più all’interno del movimento dei paesi non allineati coltivò sempre i regimi più radicali, antioccidentali e antisraeliani. All’epoca i regimi amici erano quelli più vicini all’Unione Sovietica, come la Siria, l’Iraq e la Libia di Gheddafi. E anche i palestinesi dell’OLP venivano addestrati militarmente da Cuba.

Però questo da solo non basta a spiegare perché dei comunisti, che dovrebbero essere atei per definizione, si siano alleati con un regime teocratico come quello iraniano.

La spiegazione più banale che la maggior parte delle persone tenderebbe a dare è che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Per cui, essendo gli Stati Uniti nemici della rivoluzione cubana, tutti i regimi che combattevano l’imperialismo statunitense diventavano amici. Ma in realtà, Fidel Castro celebrò già nel 1979 l’avvento del regime islamico a Teheran. Lungo tutta la storia dei rapporti tra Cuba e l’Iran, Castro non ammirò solamente l’odio per gli Stati Uniti, ma anche il regime islamico come tale.

Perché?

Castro era un vecchio cristiano ispanico. Il cristianesimo ispanico è sempre stato storicamente imbevuto di odio non tanto verso gli Stati Uniti, quanto per ciò che essi rappresentano: civiltà liberale, democrazia, individualismo, separazione dei poteri, laicità. Questi sono i valori che Castro ha sempre combattuto: quando prese il potere, la prima cosa che disse fu che a Cuba non sarebbe mai entrata la divisione dei poteri di Montesquieu, e creò un regime di tipo confessionale, dove la nuova confessione di Stato si chiamava comunismo. Pertanto, nella sua ottica e dopo anche in quella di Chavez, l’Iran degli Ayatollah non era solo un regime nemico degli Stati Uniti, ma si basava su valori antitetici a quelli della modernità liberale e capitalista.

Attualmente, in America Latina vi è una situazione eterogenea, con governi filoisraeliani (Argentina, El Salvador, Honduras) e filopalestinesi (Colombia, Messico). Ritiene che ci sia un trend generale in una direzione o nell’altra, oppure varia a seconda dei casi?

Nella storia latinoamericana, spesso si corre il rischio di individuare dei cicli che portano la regione da una parte o dall’altra. Non è che i cicli non esistano; nei primi vent’anni di questo secolo, l’America Latina ha vissuto un ciclo che non chiamerei di destra o di sinistra, ma con una grande prevalenza della tradizione nazionalpopolare. Mi riferisco alla tradizione antiliberale e antilluminista, quindi all’idea che la collettività prevale sull’individuo, e l’unità del potere sulla divisione dei poteri. Ma da diversi anni, il ciclo è cambiato, con il declino del Venezuela, il cambiamento radicale avvenuto in Argentina e i fallimenti dei nazionalpopolari in Cile.

Questo cosa comporta?

Tutti questi governi tendono a guardare i conflitti esterni, come in Iran e in Palestina, attraverso il filtro interno, come facciamo anche noi qui in Italia. Governi come quelli di Bukele a El Salvador, Milei in Argentina e Kast in Cile tendono ad adottare una politica filoisraeliana e antipalestinese perché questo è funzionale a creare un’alleanza con gli Stati Uniti e l’Occidente contro i movimenti nazionalpopolari. Viceversa, rimangono governi riconducibili alla tradizione nazionalpopolare, e che quindi combattono Israele perché si contrappongono agli Stati Uniti, in pochi ma grandi paesi, come Brasile, Messico e Colombia. Parliamo di più di metà del PIL della regione. Tuttavia, quando si vanno a vedere da vicino questi paesi, non tutti si comportano allo stesso modo.

Può farci un esempio?

Il governo di Milei si è legato non tanto agli Stati Uniti e a Israele, quanto a Trump e a Netanyahu. Non è necessariamente la stessa cosa, perché un conto è legarsi alle cause dei due paesi, altra cosa è legarsi ai loro governi. I paesi rimangono, i governi cambiano. Milei ha scommesso tutto sui loro governi attuali, mentre altri che pure sostengono Israele e gli Stati Uniti sono più prudenti. Pertanto, c’è un trend generale, ma non tutti i paesi si muovono all’unisono.

Un riferimento alle divisioni emerse con la guerra in Iran?

Come in Europa, anche in America Latina iniziano ad essere sempre di più coloro che pensano che Trump sia il “beso de la muerte”, il bacio della morte, ossia un leader troppo irresponsabile che minaccia di portare chi gli sta vicino nell’abisso.