La sterile battaglia dei toponimi per decidere se c’era prima la Giudea o la Palestina

di Claudio Vercelli

 

Sansone

“E poi c’era lo Stato di Palestina e sono quindi arrivati i sionisti ad impossessarsi ingiustamente dei suoi territori”. A credere in questo falso storico sono ancora in tanti. In fondo, a conti fatti, si rivelano essere i più sprovveduti. Lo Stato non c’era. Punto e a capo. Semmai, una volta costretti a rettificare l’“errore”, il fuoco della polemica si sposta dall’inesistente sovranità statale palestinese ai territori in quanto tali e, in immediata successione, al nome che essi storicamente portano con sé. Nella convinzione che la denominazione di una porzione di terra istituisca una legittimità politica che, con l’arrivo di “stranieri”, ossia di estranei a quei luoghi, sarebbe stata in qualche modo conculcata.

Se parliamo della mutevole geografia di un’ampia area che comprende, ai giorni nostri, sia lo Stato d’Israele sia le terre che si trovano ad occidente del fiume Giordano, non costituendo queste ultime parte d’esso bensì territorio conteso in un regime di temporanea amministrazione mista, allora i nomi che quei luoghi, e quelli ad essi attigui, hanno assunto nel corso del tempo, sono cambiati ripetutamente. Poiché denominare uno spazio di territorio è un atto politico dal momento in cui su di esso si istituisce una sovranità o la si rivendica (o la si immagina come esistente). Sulla parola “Palestina”, sulla sua radice storica, si sta svolgendo da decenni un conflitto parallelo a quello delle armi. Per retrodatarla, nella convinzione che ciò rafforzi le pretese di una parte a scapito dell’altra. Brevemente, al netto dei rimandi biblici (Eretz Israel, Pheleshet, Canaan), va ricordato che il primo richiamo secolare al suo nome, riferendosi all’intera area tra la Fenicia e l’Egitto, risale al quinto secolo ante era volgare, quando Erodoto nelle «Storie» chiamò la parte meridionale dell’area siriaca come «Palaistine». L’autore afferma che i suoi abitanti erano circoncisi, riferendosi in tutta plausibilità agli israeliti. Il termine fu invece usato in chiave politica, ossia per indicare una provincia ufficiale, solo nel 135, quando le autorità romane, dopo aver represso la rivolta di Bar Kokhba, cambiarono il nome della provincia di Giudea in «Syria Palaestina».

L’imposizione del nome Palestina da parte dell’Imperatore Adriano era la sanzione definitiva della sconfitta ebraica sul piano militare e non il riconoscimento di una preesistente comunità politica non ebraica. Doveva quindi servire a occultare il carattere prevalentemente giudaico del territorio. Il termine arabizzato «Filastin» venne invece assunto dopo la conquista dell’VII secolo, anche se la segmentazione amministrativa e politica dei territori fece sì che non indicasse un’unità politica omogenea, semmai ripetutamente definita come Siria o Grande Siria. È con l’inizio del Ventesimo secolo che la parola iniziò ad assumere la fisionomia di endonimo (il modo in cui una collettività definisce il proprio territorio), tra gli arabi cristiani e con lo strategico avallo dei britannici. La «Palestina», da questo punto di vista, è una creazione della potenza mandataria. Detto questo, vogliamo fare un passo oltre o continuiamo con la sterile battaglia dei toponimi?