Cecità e libertà, falso e vero. Quanto è più comodo credere senza sforzarsi di capire! E così dilaga la barbarie

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] Un fondamentale conflitto nel nostro presente non è solo quello che intercorre tra il vero e il falso, ossia tra quanto risponda ad un qualche principio di verificabilità così come di condivisibilità razionale e quanto – invece – ne sia completamente estraneo. Poiché altrettanto importante è la contrapposizione tra il campo del ragionevole e il campo del fideismo, soprattutto quando il primo non risulti altrettanto consolatorio del secondo. La ragionevolezza è una funzione, e anche una virtù, della coscienza; all’attrazione del fideismo (credere senza volere capire), tanto più nell’ambito della politica, si accompagna invece l’ottundimento della consapevolezza. La seduzione della menzogna, infatti, contrassegna l’imbarbarimento degli individui, così come di quelle collettività, che se ne fanno agenti virali. Tali poiché non solo la introiettano come falsa verità, ripetendola ossequiosamente, ma la riproducono dinanzi agli altri, di fatto diffondendola, così come avviene con i mali contagiosi che si espandono per gemmazione e moltiplicazione. Ciò che risponde al principio di verità, nella vita di ogni giorno, non è mai un mero atto di cieca fede; si tratta semmai dello sforzo di approssimarsi alla comprensione di quanto ci accompagna e di ciò che ci circonda nell’esistenza quotidiana. È autentico e quindi vero, infatti, quanto risponda anche ad un criterio etico e morale, dove all’onestà della conoscenza si coniuga la disponibilità all’analisi e alla comprensione della complessità di ciò che chiamiamo con il nome di “realtà”. Realtà delle cose, delle persone, delle relazioni. La banalità del male, non a caso, si annida sempre nelle semplificazioni gratuite, laddove l’ignoranza è essenzialmente intolleranza verso ogni sforzo di approfondimento. La banalità è quel meccanismo di stolta superficialità per cui chi non voglia interrogarsi sul senso di ciò che sta vivendo, o di quanto vede intorno a sé, si rifugia immediatamente nelle comode ripetizioni di facili luoghi comuni. Il pregiudizio, non a caso, si annida in questo meccanismo mentale che porta, quasi da subito, non solo a una valutazione preventiva in assenza di conoscenza diretta ma anche all’azzeramento delle capacità di indagine critica rispetto a se medesimi e alla propria vita.

L’individuo pregiudizioso, in tale modo, non solo mette in discussione la qualità e le ragioni dell’altrui esistenza ma anche, in prospettiva, quelle che chiamano in causa la vita sua propria. Quando ci interroghiamo su cosa ci sia di vero, o quanto meno di plausibile, in un fatto, in un evento, in una notizia, in una comunicazione che giunge a ognuno di noi, non mettiamo in moto solo la nostra conoscenza ma anche la coscienza. Come mentire è una condotta immorale così il comprendere (che è ben altra cosa dal giustificare) ha invece un fondamento etico. In un’economia dell’informazione e del sapere, che sta sempre più spesso integrando quella industriale nella quale siamo cresciuti e vissuti, il problema di non soccombere al richiamo delle facili seduzioni prodotte dalle menzogne è quindi fondamentale. Poiché esse risultano invece tanto amabili soprattutto quando si presentano come scorciatoie davanti ai problemi verso i quali non sappiamo quale tipo di risposta dare.

Il «fake», di cui molto si discute, non è soltanto il prodotto di una volontaria alterazione del principio di realtà, sostituito da una sua deliberata manipolazione, ma anche una risposta menzognera a problemi reali. Il nocciolo della questione è allora domandarsi perché ci siano non poche persone che debbano così spesso fuggire dalla necessità di guardare in volto i problemi che ne attanagliano l’esistenza, cercando semmai capri espiatori e colpevoli fittizi. Poiché la falsità è anche un comodo rifugio, non necessariamente solo per i poveri di spirito. È come una nicchia che ripara temporaneamente, permettendo di posticipare il confronto con lo stato effettivo delle cose. Ciò facendo, tuttavia, deforma e letteralmente distrugge ogni possibilità di trovare delle soluzioni accettabili, invischiando e involvendo coloro che ne fanno ricorso in una sorta di gioco al ribasso, degradandoli infine nei bassifondi della cieca ignoranza. La moltiplicazione delle menzogne rende incomprensibile il mondo della vita: sostituisce al principio di reciprocità, alla responsabilità, al diritto all’emancipazione, quello di una eterna dipendenza. Dalla finzione medesima. Come qualcuno ebbe a dire cent’anni fa, «cosa ho a che fare io con gli schiavi» se essi non sanno uscire dal loro Egitto interiore, dal loro stato di minorità? Essere liberi è sempre un impegno, prima di tutto verso se stessi. Un patto che va riformulato ogni giorno.

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