Antisemitismo e assimilazione: una via d’uscita

Opinioni

Il barbarico omicidio di Ilan Halimi compiuto da estremisti islamici ha portato alla ribalta la comunità ebraica europea.
Nonostante la chiara matrice antisemita dell’omicidio, la reazione da parte delle istituzioni ebraiche è avvenuta con estremo ritardo e si sono dovuti attendere diversi giorni prima che una risposta organizzata prendesse corpo con le manifestazioni di protesta in Francia. L’iniziale reazione sottotono è senza dubbio segno della complessa relazione che gli ebrei francesi, ma lo stesso vale per gli altri ebrei europei, hanno con il paese in cui vivono.

Nelle democrazie liberali di cui facciamo parte, l’uguaglianza dei cittadini è un valore fondamentale che viene tutelato dalla legge e dalle istituzioni. Ma nella pratica non si può dire che le cose siano esattamente così. In Francia, Belgio, Olanda ed in altri paesi dell’Europa Occidentale, gli ebrei vivono oggigiorno in un continuo stato di tensione e preoccupazione. Non sono amati dai propri connazionali, europei come loro da molte generazioni, e vengono disprezzati dai nuovi vicini di casa, i sempre più numerosi e belligeranti arabi.

In un tale contesto gli ebrei sono soggetti a continue aggressioni verbali e anche a violenza fisica. Ma la linea di condotta è quella di ignorare le aggressioni verbali e continuare le proprie vite con la magra consolazione che le cose potrebbero anche andare peggio. Ed è solo nel caso in cui l’antisemitismo prenda forma di vandalismo o abuso fisico che diventa notizia. Ma anche in questi casi la reazione ebraica è spesso tenue e non desta comunque molta attenzione.

Nell’ultimo anno sono stati dissacrati in Francia cimiteri, sinagoghe e proprietà ebraiche, ma fino alla morte di Halimi, non si sono udite molte proteste al di fuori della comunità ebraica locale. È invece chiaro che in molte città europee gli ebrei sono preoccupati del proprio futuro e contemplano seriamente di lasciare il proprio paese per andare a vivere in Israele, ma anche Stati Uniti, Inghilterra, Canada o Australia.
I dati dell’alyà degli ultimi due anni dimostrano che gli ebrei hanno risposto in modo concreto a questa continua preoccupazione dovuta al sempre crescente antisemitismo orchestrato dagli estremisti islamici. Il numero di coloro che lasciano l’Europa è aumentato drasticamente, ma è comunque, in termini assoluti, ancora molto limitato. Ed è senz’altro questa una delle ragioni per la marcata diminuzione del numero degli ebrei europei.

Ma c’è un altro aspetto che è ancor più preoccupante. Ed è la scomparsa di interi settori dell’ebraismo europeo che vengono assimilati attraverso la contrazione di matrimoni misti. I matrimoni misti in Olanda, Danimarca e Svezia coinvolgono oltre il 90 per cento degli ebrei. In Francia, Belgio, Germania e Italia, il dato non è molto inferiore.

È difficile credere che la leadership di questi paesi non sia a conoscenza di questo dato, ma sembra essere per lo meno indifferente. Un caso esemplare è quello avvenuto recentemente in Olanda. Durante la commemorazione dell’Olocausto tenutasi nella principale Sinagoga Ashkenazita di Amsterdam, l’ospite d’onore era il Primo Ministro Balkenende, che ha fatto un discorso encomiabile: ha condannato senza mezzi termini l’antisemitismo, spiegando che è tutt’ora presente tra noi, come dimostrano le recenti farneticazioni del presidente dell’Iran.

Ma è stato il discorso di Rav Arieh Ralbag, Capo del Tribunale Rabbinico di Amsterdam, che ha destato maggiore attenzione. Egli ha sottolineato quanto sia importante garantire il futuro dell’ebraismo. “Non dimenticheremo mai che gran parte del mondo è rimasta in silenzio mentre milioni dei nostri fratelli e sorelle venivano crudelmente ammazzati. Ma se la nostra identità ebraica si fondasse esclusivamente su questo ricordo si tratterebbe, come spiega il Talmud, di un ‘cesto vuoto’. Commettiamo un atto di suicidio spirituale se non insegnamo ai nostri figli le tradizioni ebraiche e se lasciamo che si sposino con non ebrei. Ciò che caratterizza il nostro ebraismo deve essere invece lo Shabbat, la cultura e lo stile di vita ebraici”.
Due semplici dichiarazioni: la prima, che non è possibile adempiere al proprio compito di ebreo semplicemente ricordando l’Olocausto, ma che bisogna piuttosto vivere una vita basata sulla Torà cui, prima della Guerra, gran parte degli ebrei europei erano attaccati e la seconda, che sposandosi con non ebrei si rescinde il proprio legame con il popolo ebraico.
Due semplici dichiarazioni che hanno scatenato una tempesta di polemiche. Ebrei si sono levati accusando Rav Ralbag si insultare i propri connazionali non ebrei, ed editorialisti di grido hanno usato tutto il loro talento per deridere la nozione che i matrimoni misti siano una cosa negativa.

Tutti gli ebrei europei e la maggior parte dei connazionali non ebrei sono senz’altro a conoscenza dei pericoli dell’antisemitismo, ma non si può dire altrettanto sull’impegno a combattere i pericoli dell’assimilazione.
Solo riconoscendo l’assimilazione come un problema si può sperare di trovare una soluzione. Altrimenti la prognosi è alquanto deprimente.
I nostri Saggi insegnano che l’antisemitismo è una costante nella storia, che ci ha accompagnati addirittura prima della nostra nascita come popolo. Il racconto vero e proprio dell’Aggadà di Pesach inizia infatti con il resoconto delle angherie compiute da Labano l’arameo a Giacobbe, ben prima del Faraone e ben prima che Giacobbe mettesse al mondo le dodici tribù d’Israele. E fino ai tempi messianici, ci dicono i Maestri, è un’illusione credere di poterlo sconfiggere. Ma nonostante la natura “inevitabile” dell’antisemitismo che sembrerebbe prescindere da ogni nostro comportamento, i Saggi lasciano intendere che esistono invece incredibili possibilità di rimedio.

Il Libro dell’Esodo si apre raccontandoci che una volta morti Giuseppe e i suoi fratelli, il popolo d’Israele crebbe a tal punto che riempì l’intero Egitto. “Allora si elevò sull’Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe” il quale, preoccupato della forza d’Israele, decise che la miglior soluzione per il “problema ebraico” era la schiavitù.
Nella Ghemarà (Sotà 11a) vi è una disputa irrisolta: si tratta di un nuovo re che non conosceva Giuseppe o è forse il vecchio re che si è “dimenticato” del monumentale contributo di Giuseppe per l’Egitto? Ma perché tanta attenzione per un dettaglio che sembra irrilevante? E poi, che differenza fa ai fini pratici se era un nuovo re o il vecchio re?
Rav Naftali Tzvi Yehudah Berlin (noto anche col suo acronimo Netziv, 1817- 1893), il leggendario Rosh Yeshiva dell’altrettanto leggendaria Yeshiva di Volozhin, risponde a questa domanda con un’affascinante spiegazione. Il Midrash racconta che quando Abramo scese in Egitto, il Faraone, attratto dalla bellezza di Sara, le diede in dono la terra di Goshen. La Torà spiega poi che Giacobbe, anch’egli costretto dalla carestia a scendere in Egitto su invito del figlio Giuseppe allora vicerè, decise di stabilirsi proprio nella terra di Goshen ereditata da Sara. Sappiamo che la schiavitù d’Egitto era stata preannunciata da Dio ad Abramo: “Sappi che i tuoi discendenti dimoreranno, stranieri, in un paese non loro e saranno asserviti ed oppressi per quattrocento anni” (Bereshit 15-13). E come abbiamo descritto sopra è solo dopo la morte di tutta la generazione dei figli di Giacobbe che la Torà ci racconta che il popolo d’Israele lasciò la terra di Goshen e “riempì l’Egitto” andando a vivere “in un paese non loro”. E nel verso successivo inizia la narrazione della schiavitù.
Il Netziv fa notare che è pertanto solo al momento dell’abbandono della terra di Goshen, la quale secondo il Midrash ci appartiene, che la schiavitù prese corpo così com’era stata preannunciata. Solo in questo momento il vecchio re, nonostante il debito di gratitudine per Giuseppe, cambiò idea sugli ebrei e incominciò la schiavitù. Il vecchio re, quindi! Ma cosa vuole dire? Spiega ancora il Netziv che lasciando Goshen, Israele ha iniziato ad abbandonare le vie dei propri padri. E andando a vivere assieme agli egiziani ne ha cominciato a copiare lo stile di vita e la cultura. Quindi l’assimilazione. Ed è questo “andare nel paese non loro” che ha portato a far cambiare l’atteggiamento del vecchio Faraone nei confronti degli ebrei.

Di punto in bianco tutto il passato è stato dimenticato ed ecco che il preannunciato esilio, che fino a quel momento era quasi dorato, si tramuta repentinamente in un’amara schiavitù. Ovvero, lascia intendere il Netziv, se fossimo rimasti nel “territorio” che ci compete, la schiavitù non sarebbe stata così terribile. Ma c’è dell’altro. Rambam (Maimonide) scrive che anche l’ebreo più lontano, se riuscisse a scoprire la parte più profonda ed autentica di sé, sarebbe felice di essere osservante e vicino alle vie della Torà. E sulla base dell’interpretazione del Netziv si potrebbe estendere il concetto espresso da Rambam e dire persino che, contrariamente a quanto affermino in molti, nel loro profondo anche i non ebrei sarebbero più felici se gli ebrei rimanessero autentici ebrei.

L’analisi del Netziv si è rivelata, piaccia o meno, estremamente accurata. Un gigante della Torà come lui era infatti riuscito, a differenza degli intellettuali di grido dell’epoca, a comprendere il legame tra assimilazione ed antisemitismo e a scorgere all’orizzonte le nubi del nazismo che sarebbe sorto alcuni decenni dopo.
Oggi più che mai la Torà e le parole del Netziv ci vogliono dare delle indicazioni su come dobbiamo comportarci sia nei confronti dell’antisemitismo sia nei confronti dell’assimilazione.
È inutile che ci affidiamo solo ai potenti della terra di oggigiorno, i Bush, le Nazioni Unite, o ai Peres, gli Olmert, gli Sharon o all’esercito israeliano affinchè ci proteggano dai vari antisemiti, arabi o non arabi. E né sperare di educare le prossime generazioni, ebraiche e non ebraiche, solo con i musei di Yad Vashem e le giornate della Memoria. E nemmeno, incerti sulla nostra identità, fare esclusivamente affidamento su dialoghi interreligiosi o su leggi emanate dai paesi in cui viviamo, come fonte di mutuo rispetto. O, peggio, ridefinendo cosa sia l’ebraismo per includere anche chi non ha interesse a farne parte. No! Dovremmo piuttosto e in primo luogo uscire, ognuno di noi, dal proprio esilio personale e preoccuparci di ritornare nella nostra “terra”, ovvero alle vie dei nostri padri per riscoprire la nostra identità e unicità all’interno del popolo ebraico.
Forse non saremo mai amati dalle genti, ma almeno eviteremo il rischio che il vecchio re, com’è purtroppo già successo varie volte nella storia, cambi idea.

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