Vestivamo alla marinara: am Israel & tricolore

di Roberto Zadik

Marinaretti - Archivio_Moscati-Urbino

Parlare di ebrei italiani, al giorno d’oggi sembra forse qualcosa di un po’ superato, visto il mish-mash di origini, culture e provenienze che caratterizza le attuali comunità (pensiamo ad esempio a Milano o a Roma). Eppure, nel corso dei secoli il concetto di “ebreo italiano” ha dovuto affrontare numerose trasformazioni e traversie, nelle costruzione di un’identità nazionale e religiosa in cui dovevano convivere il legame con l’Italia e l’attaccamento alle tradizioni religiose ebraiche.

Divisa fra rispetto dei precetti religiosi e progressiva secolarizzazione, fra tradizionalisti e modernisti, circondata da pregiudizi esterni e lacerata da conflitti interni, la popolazione ebraica ha affrontato situazioni e momenti storici di grande complessità in cui ha mostrato più volte divisioni profonde. La storia degli ebrei italiani, fra Ottocento e Novecento, sfila tra cambiamenti avvenuti all’interno delle varie comunità, valori ebraici e rapporto fra educazione e ambiente circostante. Inchiodati sul letto di Procuste, sollecitati da opposte spinte, in bilico tra appartenenza religiosa e spirito patriottico, fra modernità e attaccamento alla fede, gli ebrei italiani hanno dovuto disegnare la propria identità in modo duplice e parallelo.

Questo e molto altro è l’argomento centrale del libro di Carlotta Ferrara degli Uberti Fare gli ebrei italiani (Il Mulino editore, 25 euro, pp. 256). Di cosa si tratta? Non di una semplice analisi dell’ebraismo italiano, dall’Unità d’Italia al fascismo, ma di un saggio pieno di spunti e sollecitazioni, che fotografa in un ritratto puntuale la vita ebraica in tutti i suoi aspetti, dalla famiglia, alle circoncisioni, alla sessualità ,trattando tematiche anche delicate, come lo sviluppo dei matrimoni misti e citando varie fonti storiche fra cui testimonianze, racconti e scritti risalenti all’Ottocento così come ai primi del Novecento. Non limitandosi a tracciare la genesi e la storia dell’ebraismo italiano, questo saggio sa scavare nei meandri dell’identità, dispiegandone particolarità uniche e retaggi appartenenti solo alla tradizione italiana. Il tutto corredato da una pluralità di fonti storiche e letterarie.

“Mentre l’Unità d’Italia si stava compiendo”, scrive l’autrice “l’unità degli ebrei italiani era ancora lì da venire da un punto di vista istituzionale e normativo. Persistevano enormi differenze sul piano locale oltre che all’interno delle legislazioni dei singoli Stati pre-unitari, e per lungo tempo non esistette neanche una forma di coordinamento fra le diverse comunità”. Il testo affronta, fra le tante tematiche trattate, il rapporto fra la società ebraica e le correnti di pensiero che si stavano diffondendo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, le connessioni fra l’identità religiosa dei singoli e quanto stava accadendo attorno a loro.

Qual era il rapporto fra appartenenza religiosa e patria? Citando il libro, “La cifra della condizione sociale ed esistenziale dell’ebreo di metà Ottocento è la conciliazione fra la nuova condizione di cittadino e l’appartenenza ebraica”. L’autrice cita vari articoli presi da giornali, riviste e quotidiani dell’epoca, come L’educatore o Il Vessillo. Dopo l’argomento di Patria-italianità e del rapporto fra questa e l’identità religiosa, il volume approfondisce tanti altri temi, fra cui  quello della famiglia. Come ha sottolineato la studiosa, “La famiglia nell’ebraismo svolge un ruolo cruciale. All’interno del nucleo famigliare, infatti, si celebrano le festività più importanti attraverso rituali in cui tutti trovano il proprio spazio e il proprio compito specifico e ogni momento della vita domestica può essere riempito di significato religioso”. Inoltre, “nell’ottica di una storia segnata da rapporti difficili e spesso violenti con la società maggioritaria, la famiglia diventa anche il luogo in cui non si è diversi e non occorre dare spiegazioni”.

La studiosa si addentra in tematiche fondamentali per l’ebraismo, come l’educazione e l’insegnamento, mettendo in risalto problematiche di primaria importanza come il ruolo della donna e in particolare della madre, citando la regola, che ha creato molte discussioni in passato, che sia quest’ultima a trasmettere l’ebraismo al figlio. Oltre a questo principio, l’autrice menziona anche altri valori estremamente importanti come “il rispetto delle norme della kasherut e di quelle che regolano la vita sessuale”. Citando un gran numero di fonti, Carlotta Ferrara degli Uberti affronta materie come i matrimoni misti, il tradimento coniugale e la femminilità, analizzando romanzi e scritti pubblicati nei primi anni del ventesimo secolo come “I Moncalvo”, di Enrico Castelnuovo (1915), che racconta le vicende di una famiglia divisa fra valori ebraici e assimilazione, pervasa dal desiderio di essere accettata dalla società circostante.

Molto interessante è anche un altro libro, Israele, di Ernesto Davide Colonna. Storia di contraddizioni e di sofferenza, che ha per protagonista una ragazza di nome Rachele.  Racconta l’autrice: “Proprio mentre suo marito, Alberto Segre, riscopre le gioie della fede e decide di darsi allo studio della religione avita, la giovane moglie cerca di cancellare i segni dell’ebraicità della famiglia e si mostra addirittura titubante quando si tratta di far circoncidere il loro primo figlio, che vuole chiamare Fulvio per rispettare la moda e per dissimulare l’appartenenza ebraica”. L’autrice cita anche varie fonti dalla Torà a Maimonide, che hanno visto lo scontro ancora una volta acceso fra religiosi e laici, come ben si nota, ad esempio, nell’articolo sul brit milà scritto da Salvatore Momigliano nel 1887, in cui il rabbino di Alessandria lamentava la carenza di consapevolezza e di comprensione del rito religioso, poiché alcuni fanno eseguire l’atto come una semplice operazione chirurgica, pura formalità, “senza circondarlo di quel carattere religioso che deve avere e che innalza la sua importanza”.

Questi e molti altri argomenti sono oggetto di questa opera che, come recita il retro della copertina del testo, costituisce “un contributo originale e innovativo non solo per la storia dell’ebraismo italiano ma anche per quella delle idee di nazione, cittadinanza e appartenenza”.