di Ugo Volli
[Scintille. Letture e riletture]
Ragionando col senno di poi, com’è purtroppo facile fare, oggi a noi pare incredibile che ai tempi della fondazione del movimento sionista ci fosse una forte componente dell’ebraismo organizzato (oltre ai movimenti chassidici, i socialisti del Bund e perfino i “sionisti culturali”) contrari a cercare di fondare uno Stato e alcuni, compreso lo stesso Herzl in una certa fase, disposto a farlo in un luogo diverso dalla patria storica del popolo ebraico, per esempio in Kenya (non in Uganda come si dice spesso secondo la classificazione geografica di allora): una destinazione che fu proposta dal governo britannico e rifiutata dopo una dura battaglia nel VII congresso Sionista del 1905. L’idea di accettarla era dettata dall’urgenza di trovare un rifugio per gli ebrei perseguitati dai pogrom nell’impero zarista, senza badar troppo al senso della destinazione.
Si tratta di un episodio molto noto. Meno noto è il fatto che nel XX secolo vi è stata un’altra repubblica ebraica oltre allo Stato di Israele, anzi, precedente ad esso, l’“oblast’ autonoma ebraica” del Birobidžan, creata nel 1928 ma istituita ufficialmente nel 1934 come “patria ebraica sovietica” nell’estremo oriente siberiano al confine con la Cina. Fu un’idea di Stalin che voleva ottenere diversi risultati allo stesso tempo: creare un’alternativa al movimento sionista, o piuttosto alla simpatia per il suo ideale, dato che il movimento era proibito in Urss; liberare terre e posti di lavoro nella zona occidentale dell’Urss, in particolare nella fertile Ucraina che stava collettivizzando e russificando a tappe forzate, a costo dello sterminio per fame della popolazione ucraina; sostenere in Occidente l’idea propagandistica che l’Urss era generosa e accogliente per le varie nazionalità di cui era composto, anche di quel popolo disperso e privo di un territorio proprio che erano gli ebrei.
La scelta del luogo mostra che tutte queste motivazioni non comportavano alcun interesse per il benessere della popolazione o per il suo sviluppo economico: a oltre 7000 chilometri dalla zona ebraica dell’Ucraina e della Bielorussia, in un arido pianoro siberiano privo di risorse e dal clima impossibile, senza collegamenti col resto del mondo. Il fallimento fu immediato e clamoroso: delle circa 22 mila persone arrivate tra il 1928 e il 1933, circa il 60% tornò indietro quasi subito.
Nel 1959, anche dopo l’immigrazione forzata dovuta alla fuga dagli eserciti nazisti, vi vivevano solo 14 mila ebrei, i quali andarono via in massa agli inizi degli anni Settanta. Alla fine del secolo ne erano rimasti circa 2000, di cui oggi restano pochissimi. Ovviamente uno Stato ateista come l’Urss non poteva tollerare una base religiosa e l’idea di una nazionalità ebraica, già sospetta per Stalin alla fine degli anni Trenta, venne vietata dopo la fondazione dello Stato di Israele. È una curiosa parentesi fra le tante della storia ebraica, ma proprio questo fa il suo interesse.
Vale la pena di leggerne la ricostruzione, fra inchiesta giornalistica e memoria di famiglia che ne fa la scrittrice russo-americana Masha Gessen in un libro pubblicato da Giuntina cinque anni fa, ma ancora pienamente attuale e leggibilissimo: Dove gli ebrei non ci sono. Non solo per conoscere questa strana vicenda, ma anche per ripensare al legame fra popolo ebraico e terra di Israele.



