di Anna Balestrieri
Nelle guerre dei grandi, il gioco dei bambini diventa una necessità vitale. È questa la convinzione che anima It Is Safe Here (“Qui è sicuro”), il nuovo libro dell’educatrice israeliana Yulie Khromchenco, specializzata nel sostegno ai minori che vivono in contesti di conflitto, disastri naturali e sfollamento. L’opera nasce dall’esperienza maturata sul campo in Israele, Ucraina e presso comunità di rifugiati in diversi Paesi e propone una riflessione semplice ma spesso trascurata: anche nelle emergenze più gravi, i bambini hanno bisogno di continuare a essere bambini.
L’infanzia in tempo di guerra
Nel volume, Khromchenco sottolinea come nelle situazioni di crisi l’attenzione degli adulti si concentri inevitabilmente sulla sopravvivenza: trovare un riparo, procurarsi cibo, affrontare la perdita della propria casa o l’incertezza del futuro. In questo scenario, le esigenze emotive dei più piccoli rischiano di passare in secondo piano.
“Il bisogno di giocare non è mai considerato una priorità”, osserva l’autrice, evidenziando come proprio nei momenti più drammatici i bambini finiscano spesso per essere privati del sostegno e della guida di cui avrebbero maggiore necessità.
Secondo Khromchenco, il problema non riguarda soltanto le zone di guerra. Ogni situazione di trauma collettivo — dai conflitti armati alle catastrofi naturali — può avere effetti profondi sullo sviluppo infantile se non vengono create condizioni adeguate di protezione e continuità.
Dall’Ucraina a Israele
Nata a Mosca e trasferitasi in Israele da bambina, Khromchenco ha iniziato la propria carriera come giornalista prima di dedicarsi all’educazione. La svolta è arrivata con l’invasione russa dell’Ucraina.
Rispondendo a un appello per volontari russofoni, si è recata al confine tra Ucraina e Moldova, dove ha lavorato con bambini e famiglie in fuga dalla guerra. In quelle settimane ha contribuito alla creazione di spazi sicuri destinati ai minori, luoghi in cui poter giocare, socializzare e ritrovare un minimo di normalità nonostante il caos circostante.
L’esperienza sul terreno le ha mostrato che la protezione psicologica dei bambini non può essere considerata un lusso da affrontare dopo l’emergenza, ma deve essere parte integrante della risposta umanitaria.
Che cos’è uno “spazio sicuro”
Uno dei concetti centrali del libro è quello di “safe space”, uno spazio sicuro dedicato all’infanzia.
Non si tratta di una scuola tradizionale né di un centro terapeutico. L’obiettivo principale è offrire ai bambini relazioni stabili, supporto emotivo e opportunità di gioco. Attraverso attività ludiche e la presenza di adulti affidabili, i minori possono sviluppare resilienza e ridurre il rischio di conseguenze traumatiche a lungo termine.
Khromchenco ha applicato questo modello in numerosi contesti: ai confini dell’Ucraina, nei centri per rifugiati a New York e successivamente in Israele dopo il 7 ottobre 2023.
Il ritorno in Israele dopo il 7 ottobre
L’attacco di Hamas e la guerra che ne è seguita hanno riportato il lavoro dell’organizzazione Early Starters International nel cuore della società israeliana.
Inizialmente l’associazione non aveva previsto di operare nel Paese, ma l’emergenza ha cambiato i piani. Sono stati creati diciassette centri all’interno degli hotel che ospitavano gli sfollati provenienti dalle comunità del sud e del nord di Israele.
In un Paese che vive ormai da anni in una condizione di emergenza quasi permanente, garantire ai bambini routine, stabilità e relazioni di fiducia è diventato un compito sempre più urgente.
Non servono genitori perfetti
Uno dei messaggi più significativi del libro riguarda il ruolo degli adulti.
Khromchenco mette in guardia dall’eccesso di consigli, istruzioni e manuali che spesso invadono i genitori durante le crisi. Di fronte all’emergenza, spiega, molte persone finiscono per sentirsi sopraffatte dall’idea di dover fare tutto correttamente.
La realtà è molto più semplice.
“Non serve essere lo psicologo di proprio figlio”, sostiene l’educatrice. Ciò di cui i bambini hanno maggiormente bisogno è la presenza di un adulto che li ascolti, giochi con loro e faccia sentire che non saranno lasciati soli.
Può trattarsi di un abbraccio, di una smorfia divertente, di una canzone o di un momento condiviso. Piccoli gesti che, in condizioni normali, sembrano banali ma che durante una guerra assumono un valore enorme.
La forza delle routine
Secondo Khromchenco, il primo passo per aiutare un bambino ad affrontare un trauma consiste nel preservare un senso di continuità.
Mantenere orari prevedibili, conservare alcune abitudini familiari e garantire la presenza di figure di riferimento contribuisce a creare sicurezza psicologica. Quando un genitore è assente, ad esempio perché richiamato come riservista, è importante che altri adulti significativi — nonni, parenti, amici — contribuiscano a mantenere stabile l’ambiente del bambino.
La continuità non elimina il trauma, ma offre ai più piccoli una struttura entro cui elaborare ciò che stanno vivendo.
Bambini uguali ovunque
Un altro aspetto interessante della riflessione proposta nel libro è la sua dimensione universale.
Che si tratti di un bambino israeliano costretto a lasciare casa dopo il lancio di missili, di un minore ucraino fuggito dalla guerra o di una famiglia colpita da un uragano nei Caraibi, i bisogni fondamentali restano sorprendentemente simili.
Gioco, relazioni affettive, senso di appartenenza, possibilità di esprimere emozioni e presenza di adulti affidabili rappresentano gli elementi essenziali per costruire resilienza.
“I bambini sono bambini ovunque”, afferma Khromchenco, sostenendo che le differenze culturali contano meno di quanto si pensi quando si tratta di proteggere l’infanzia nei momenti di crisi.
Il cerchio degli elefanti
Per spiegare la propria visione, l’educatrice ricorre a un’immagine presa dal mondo animale. Le femmine degli elefanti, quando avvertono un pericolo, formano un cerchio attorno ai piccoli per proteggerli.
È una metafora che Khromchenco propone anche alle società umane.
La tutela dell’infanzia, sostiene, non può essere delegata esclusivamente ai genitori. Deve diventare una responsabilità collettiva che coinvolga scuole, istituzioni, amministrazioni locali e l’intera comunità.
In un mondo segnato da guerre, migrazioni forzate e crisi sempre più frequenti, il messaggio del libro appare tanto semplice quanto attuale: proteggere i bambini significa anzitutto garantire loro uno spazio in cui sentirsi al sicuro, continuare a giocare e conservare la speranza.



