Qabbalessico

di Fiona Diwan

Le parole della modernità passano per antichi sentieri. E svelano itinerari sorprendenti se fatte rotolare giù dagli impervi pendii del pensiero mistico ebraico, quello della Qabbalà. Parole come pietre rotolanti appunto, rolling stones per costruire un diverso edificio semantico; parole tratte dalla vita di ogni giorno, fonemi che appartengono alla nostra quotidianità come Suv, alcol, muri, finanza etica, gossip, single, vegetariano, periferia, linguaggio, democrazia…, ma rilette alla luce del racconto biblico e dell’immenso patrimonio interpretativo ebraico.

Un corto circuito semantico che sprigiona scintille di sorriso e humour. L’ala di un turbine intelligente contro la deriva di una Qabbalà impolverata di New Age, un libretto di 75 pagine in polemica con la vulgata modaiola di un esoterismo da supermercato. Questo è Qabbalessico, ultimo libro del matematico e studioso di Torà, Haim Baharier (Giuntina, 8,50 euro), un divertissement molto serio che elude le scorciatoie del pensiero (scegliendo ovviamente le allungatoie, termine che Baharier predilige), ma che fa proprio il fascino della sintesi, mettendo in guardia dalle magie della Rete e dai pensierini religiosi della buona notte.

Scegliere le allungatoie vuol dire darsi il tempo della conoscenza, suggerisce il maestro: il popolo d’Israel ci mette 40 anni per attraversare un deserto che la più sgarrupata delle carovane percorre in due settimane. E tutto ciò per uscire davvero dall’Egitto, per recuparare un rapporto autentico con il trascendente e disinnescare i ripensamenti: 40 anni per rinascere e diventare liberi, per affrancarsi dalla nostalgia dell’Egitto nel tempo di una generazione. Questo libretto agile e divertito ha un grande vantaggio: demistifica e fa scendere dal piedistallo l’ostica materia biblico-qabbalistica ma senza banalizzarla o annacquarla. Rende leggera la pesantezza e pesante ciò che in apparenza è frivolo o volatile, cerca “scintille da braccare per metterle in sorriso”. E tutto questo passando per Stefan Zweig e per De Saussure, per Rabbi Soloveitchik, per il Maharal di Praga e per Joseph Roth, ma senza metterla giù dura, anzi con ironia e un bonario sorriso mefistofelico, lontano da tutti i radicalismi. Perché se è vero che le parole creano il mondo, dice Baharier, tuffarsi sotto la loro superficie significa scoprire i colori cangianti di mille universi differenti, in un’ebrezza di profondità che si salva con la boccata d’aria finale di quando si sale in superficie. In fondo, ci dice Baharier, la tradizione qabbalistica corteggia la precarietà e frequenta le stradine della periferia, snobbando i boulevard del centro storico.

L’invito è quindi quello di prendere familiarità con i dislivelli e con gli sterrati, lasciando ad altri le strade maestre. Provocatoriamente, il libro ridimensiona, ad esempio, la figura di Giobbe, il giusto per eccellenza, equo, irreprensibile. “Giobbe vuole controllare tutto, non ha fiducia in ciò che ha insegnato ai propri figli. Eleva sacrifici a Dio nel timore che i figli abbiano peccato, anche inconsapevolmente. Il suo male è non credere nel futuro, non coltivare la fiducia:  volendo controllare ossessivamente il presente non si affida ma trattiene”, osserva Baharier.

Da sempre nemico di ogni forma di universalismo, Baharier combatte l’appiattimento dei percorsi identitari, oggi troppo omologati. E per farlo usa tutto, psicanalisi e Torà, letteratura e midrashim, Lacan, Derrida, Foucault, Deleuze e soprattutto Leon Ashkenazi detto Manitù, colui che fu il maestro giovanile di Baharier, leggendario pensatore e ermeneuta nella Francia degli anni Sessanta. Alcune pagine di Qabbalessico sono luminose e ispirate: “scorazziamo nella vita spronati dai sogni, -scrive Baharier-, carburante efficace e grandioso, ma non esente da frustrazioni”. Ma attenzione: se le frustrazioni non vanno occultate non vanno nemmeno risolte, dice a sorpresa il maestro. Perché ci ricordano il nostro essere interiormente carenti, diminuiti, fragili, mai onnipotenti. Solo così riusciremo a cambiare davvero, dice, solo risalendo il nocciolo oscuro della nostra interiorità e entrando in dialogo con le nostre frustrazioni diventeremo, come ricordano i qabbalisti, nefesh chayà, persona vivente, e non più solo essere vivente. “Qui sta la chiave dell’accoglienza: quando scopro che l’altro non è solo un essere vivente ma una persona, quando conosco i sogni che lo fanno vivere, solo in quel momento lo accolgo”. E gli riconosco, come accadde per Adamo, l’immenso coraggio di aver voluto diventare uomo.