Primo Levi: (non) soffocare il grido dell’uomo

Libri

di Fiona Diwan

Ben lontano dall’essere un testimone pacifico e distaccato, lo scrittore torinese era in verità abitato da un magma interiore represso, pulsante e ribollente. La natura schiva di Levi non avrebbe gradito l’odierna “beatificazione” sacrale della sua figura. Una prosa che è un grido soffocato e silenzioso, sostiene De Angelis, «una scrittura pacata dall’irrequieto cuore di tenebra» che riuscì a raccontare l’indicibile come pochissimi altri

 

Anche il mite Primo Levi ci teneva alla collera. Anche l’apparentemente pacato e sobrio testimone, lo scrittore dalla prosa asciutta e senza isterismi, dalla placida e superiore compostezza, ci teneva al grido di rivolta, alla tentazione di prendere l’orrore e torcergli il collo. Ma con un urlo muto e perciò tanto più forte, un grido soffocato ed estremo. Una parola “annodata” e strappata al silenzio. A chi (come Jean Amery) gli dava del “perdonatore” considerandolo persona dal perdono facile, a chi elogiava la sua chiarezza espositiva e la composta e “educata” capacità di restituire la memoria dell’offesa, Primo Levi rispondeva di non possedere affatto la tendenza a perdonare, «non ho mai perdonato nessuno dei nostri nemici di allora… perché non conosco atti umani che possano cancellare una colpa; chiedo giustizia, ma non sono capace, personalmente, di fare a pugni né di rendere il colpo».

I superstiti non sono sopravvissuti che in apparenza e Levi è lì a ricordarcelo. Primo Levi scrittore disciplinato dell’orrore reso raccontabile perché raffreddato da una prosa asciutta, dalla frase imperturbata e senza sussulti? Sì, certamente, ma non solo. Il doppio fondo psichico va indagato, l’andare al di là di ciò che appare è un dovere etico, non solo esegetico. È quello che sembra suggerire l’ampia e interessante analisi del critico ferrarese Luca De Angelis ne Un grido vero – Riflessioni su Primo Levi (Giuntina, pp. 228, 16,00 euro), un disamina che punta a ridimensionare l’immagine della prosa misurata dello scrittore torinese richiamando l’attenzione sul cuore di tenebra della chiarezza di Primo Levi, una scrittura solo in apparenza tutta ordine, compostezza, ésprit de clartè ma immersa, in verità, in un magma oscuro, in un sostrato di angoscia, nitida e chiara all’aspetto ma illuminata da una luce infera.
È soprattutto il tema del grido trasformato in mormorio quello che emerge dalla monografia: sotto lo stile secco, duro, minerale di Levi si cela la lava incandescente dell’urlo soffocato e proprio per questo più potente. Dopodiché, conviene De Angelis, il mondo ha amato la giudiziosa e rassicurante posatezza di Levi, i suoi libri non toccati da acredine manifesta e da odio. Tuttavia, se Levi si impone di parlare in modo calmo, in verità vorrebbe gemere di dolore. Fremiti di rabbia e indignazione sono avvertibili nell’apparente pacatezza del suo narrare e Levi stesso lo dichiara in Se questo è un uomo, esplicitando la sua volontà di gridare sui tetti ciò che si porta dentro.

Certamente, tutti riconoscono la lucidità riflessiva di Levi ma la sua esemplare serenità e il suo distacco dovrebbero indurre a perplessità e scetticismo. «La scrittura pacata di Levi ha un irrequieto cuore di tenebra, la tenebra di Auschwitz, perché ha concesso a quell’inferno di plasmare la sua interiorità di narratore». Un uomo lacerato da pulsioni di segno opposto, non addomesticabili, il bisogno fisiologico di un oblio curativo e la tensione etica legata alla necessità di trasmettere la memoria. Il suicidio avvenuto l’11 aprile 1987 sigillerà l’abbraccio mortale con la scrittura.
La tesi di De Angelis è che Levi, ben lontano dall’essere un testimone pacifico, distaccato e sereno, sarebbe stato in verità abitato da un magma interiore represso e pulsante, ribollente da dentro. Uno scrivere dell’oscurità e contro di essa. Da qui una poetica del grido soffocato, in linea con una tradizione ebraica secondo cui tre cose deve imparare a fare l’ebreo: inginocchiarsi in piedi, danzare senza muoversi, e per l’appunto, gridare in silenzio. Insomma, urlare con discrezione, come diceva lo scrittore Romain Gary.

Liberare il ricordo  di Levi dalla retorica
Un secondo spunto introdotto dal libro è quello di «salvare Primo Levi dal pericolo dell’imbalsamazione», tributando una lettura più rispettosa dell’indole profondamente schiva di Levi che forse non avrebbe gradito «questa sua odierna canonizzazione al pari di un santo, da idolatrare per la sua infallibilità». In linea con le analisi di Cynthia Ozick, Alberto Cavaglion e numerosi altri studiosi, De Angelis sottolinea come, con il passare dei decenni, accanto a un’accresciuta sensibilità e percezione della Shoah, è mutata anche la considerazione di Levi, oggi circonfuso da un’aura di retorica e di sacralità, unita alla tendenza a monumentalizzare lo scrittore, in linea con la nuova religione civile della Shoah. Dobbiamo stare attenti alla smaniosa corsa al magnificat del sopravvissuto, alla glorificazione come risarcimento morale, ai processi di beatificazione e di “iconizzazione” del sopravvissuto, avvisa lo studioso.
Tra i tanti temi gettati sul tavolo da De Angelis c’è, ancora, quello di «rivedere la visione consolidata e confortevole di un Levi indifferente da ogni provvidenzialismo, laico indefesso», un Levi che più di una volta si è invece dimostrato «non insensibile alla trascendenza, ai problemi della fede e delle Scritture». In linea con Alberto Cavaglion, l’autore pone l’accento sulla necessità di riconsiderare il secolarismo ebraico di Levi alla luce degli scritti degli ultimi anni.

Letteratura e Shoah
Un saggio che sa gettare uno sguardo d’insieme sulla letteratura dell’Olocausto: come scrivere sulla Shoah e della Shoah? Che linguaggio, quale sintassi, quale tono? Per Primo Levi, come per quasi tutti gli “scrittori del lager”, il timore era che «l’artificio della letteratura, in relazione ai fatti disumani che si narravano, potesse precludere la trasmissione dell’esperienza vissuta», spiega De Angelis. Stando così le cose, avrebbe senso aspettarsi “bella letteratura” dai resoconti dei sopravvissuti, si chiede l’autore? Per molti critici e studiosi sì; ma non per i testimoni stessi, né per Primo Levi né, ad esempio, per Imre Kertesz o Elie Wiesel, per i quali i problemi di forma erano considerati del tutto ridicoli, un sacrilegio quello di sfruttare il lager per farne letteratura. Finzione letteraria e lager come incompatibili, su cui è impossibile mischiare fantasia e testimonianza, pena una scrittura ingannevole. Tant’è vero che Levi stroncherà Vercors, con il suo leggendario Les Armes de la nuit, perché “intollerabilmente infetto di estetismo e di libidine letteraria”.

Per i testi letterari che raccontano la Shoah, fa notare De Angelis, «una speciale attenzione andrebbe rivolta al non-detto, ai silenzi», esiste un limite nel linguaggio, nessuna parola è in grado di comunicare l’indicibile e anche Primo Levi sa che less is more, e che quando si vuole mostrare troppo, in verità si nasconde l’essenziale. Una scrittura che va alla ricerca della parola basica e austera, una poetica del silenzio e del non detto che è il carattere fondamentale della narrazione di Levi. Un persistente pudore che sarebbe, ad esempio, uno dei segreti della lingua oscura e cifrata di Se questo è un uomo. I ricordi terrificanti, si sa, facilmente portano al silenzio della memoria, all’afasia, alla rimozione. Silenzio come medicina mentis. Aharon Appelfeld ricorda che «nel ghetto e nel campo di concentramento solo coloro che impazzivano parlavano, spiegavano e cercavano di convincere. Chi era sano di mente non parlava». In questo risiede anche la “cristallina oscurità” della scrittura di Primo Levi, che rivela una chiarezza piena di ombre, una parola post-traumatica tallonata dall’urgenza di dire e nel contempo dal bisogno di silenziare, una parola ambivalente perché, come diceva Elie Wiesel, «tacere è proibito, parlare è impossibile».
O, come ripeteva dolente il Rabbi di Gur, il silenzio a volte è il più potente grido del mondo.

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