L’orribile calunnia. Una minuziosa ricerca sull’accusa del sangue

di Daniela Cohen

“Macchina del fango”: un’operazione mediatica ben conosciuta oggi, che esiste però, in diverse forme, fin dal medioevo. E ha colpito anche gli ebrei, portando il pregiudizio e l’odio alle estreme conseguenze, fino alla Shoah.

Nessun ebreo potrebbe mai bere sangue, né consumare alcun tipo di carne se non ben dissanguata, proprio perché il sangue è vietato dalla Torà. Eppure, per lunghi secoli, furono lanciate accuse infamanti sul “rituale del sangue”, gli infanticidi finalizzati ad impastare con sangue dei bambini cristiani le azzime di Pesach; accuse folli divenute perfino capi d’accusa in molteplici processi, in diversi luoghi e tempi. Valerio Marchi, docente e scrittore, iniziò a Udine, nel 2006, la sua minuziosa ricerca sulla stampa di provincia a proposito della questione ebraica. Il risultato, dopo sei anni di intenso lavoro, è un volume edito da Kappavu, L’orribile calunnia, Polemiche goriziane sull’omicidio rituale (1896, 1913). Marchi decide di concentrare la sua ricerca nella zona specifica di Gorizia e lì trova documentazioni precisissime. E così il libro, di capitolo in capitolo, si trasforma in lettura intrigante. È assai interessante scoprire, attraverso la lettura di brani di periodici, illustrazioni, titolazioni ad effetto, – qui riproposti per intero in modo da rendere impossibile contestarne l’autenticità – come il pregiudizio e l’odio antiebraico siano stati instillati nei lettori dell’epoca. Ecco i cattolici dell’Ottocento e del Novecento, colti a infamare gli ebrei e a sostenere chi li sbeffeggiava; ma si dimostra anche come, ad ogni periodo in cui cadono i regimi e la popolazione riacquista la libertà -e la conseguente, lenta riappropriazione dei diritti umani-, segua sempre una reazione a frenare tale movimento.

I cattolici sembrano fremere per la perdita del loro punto di forza, il potere papale. E anche quando diversi Papi e alti ecclesiastici si pronunciano a difesa degli ebrei respingendo come “false” le accuse confezionate contro di loro, ad alcuni giornali cattolici piace fomentare sentimenti di disprezzo senza timore di esprimersi in modo sovversivo. Valerio Marchi riconduce la “questione ebraica” al tema dei rapporti tra comunità nazionali e comunità israelitiche, dopo il loro riconoscimento ufficiale avvenuto in modi diversi e in tempi diversi nei vari Paesi europei, a seguito della Rivoluzione francese.

Con l’uguaglianza dei diritti civili e l’abolizione delle norme di isolamento, ghettizzazione ed emarginazione, divenne d’uso comune applicare tali novità nel resto d’Europa, specialmente da quando Giuseppe II d’Austria emise nel 1781 l’Editto di tolleranza, che inaugurò il programma di riforme volto al riconoscimento dei diritti. Si diffuse così l’Illuminismo, ma una rivista di nome Rinnovamento scrive ancora alla fine del 1892 che “La questione ebrea è divenuta acuta, bruciante… poiché per tutto sono gli ebrei che rovinano il mondo”. In breve, l’emancipazione degli ebrei divenne il bersaglio dei nuovi partiti e movimenti cattolici, con cui attaccare il sistema politico dello Stato liberale. A quei tempi, lo stesso papa Pio IX aveva definito l’intera classe dirigente italiana una “perfida lega” e il Risorgimento non altro che un “delitto, opera del diavolo”; i governanti italiani erano addirittura i “ministri del demonio”.

L’età liberale conduce alla parità dei diritti, all’integrazione fino all’assimilazione, ma produce anche i germogli dell’antisemitismo, la versione moderna del tradizionale antigiudaismo cattolico. Nell’epoca dei ghetti gli ebrei erano odiati in quanto “popolo deicida”: l’uccisione di Dio è uno dei temi teologici antigiudaici più antichi. Marchi dimostra che, dopo ogni processo di modernizzazione, rinascesse più virulento l’odio antiebraico, come reazione all’affievolirsi dell’importanza della religione nel nuovo ordinamento. La società secolarizzata dall’Illuminismo viene messa a confronto dai suoi detrattori con quella “morale e ricca di valori” formata dalla Chiesa. La “modernità” viene accusata di essere senza radici, tanto da essere pericolosa per la società cristiana. All’interno di tali idee, l’antigiudaismo di matrice religiosa apre la strada all’antisemitismo economico, sociale, politico e infine razziale, che si sviluppa nell’età contemporanea.

I cristiani pretendono di doversi difendere “contro coloro che sono per loro stessa natura gli aggressori… capaci di estendere tra i cristiani il pervertimento… poiché nessuno più dell’ebreo lavora a pervertire con maggior tenacità”, scriveva Rinnovamento. La ricerca ha portato alla luce centinaia di fonti sull’orribile calunnia del “rito del sangue”, in particolare nel capitolo “L’arte di sgozzare i cristiani”. Valerio Marchi identifica i momenti più difficili, per il popolo ebraico, vissuti nella zona di Gorizia. Resta il pensiero che se tale lavoro fosse esteso all’intera Italia, e all’Europa, si potrebbe ben comprendere come sia stato possibile arrivare alla “soluzione finale”.