Lia Levi,

Libri

scrittrice e giornalista, è reduce dal Festival della Letteratura
di Mantova, dove l’8 settembre ha avuto un incontro con la cittadinanza, dal
titolo “Se la Storia si chiama Teresa” (un suo libro sulla Resistenza a
Roma, il cui personaggio centrale ha appunto nome Teresa). Il 29 settembre
sarà a Trieste per un incontro organizzato dall’Istituto regionale per la
cultura ebraica per una tavola rotonda su “Le autobiografie degli ebrei
italiani”». Nella primavera ha avuto il Premio Andersen per “La portinaia
Apollonia”, edito da Orecchio Acerbo, una fiaba per bambini. Come succede
sempre con i suoi libri per ragazzi, anche questo leggibile in chiave adulta.

Si tratta di una tua caratteristica?

Credo di sì, ma non premeditata. Voglio dire: non mi metto a scrivere con l’intento di fornire una duplice lettura. Mi viene naturale, senza che io ci pensi su troppo. Per La portinaia Apollonia hanno senza dubbio contribuito al suo successo i bellissimi disegni di Emanuela Orciari, che si è calata perfettamente nei personaggi e nella storia, e ha contribuito anche l’editore con la bella grafica.

E’ una storia ebraica, legata al tempo della caccia agli ebrei in Italia dopo l’occupazione tedesca. Sembra che questo filone della tua scrittura, per ragazzi e per adulti, sia per te una necessità assoluta, quasi ossessiva.

Sì, è un periodo che ho vissuto prima da bambina e poi da adolescente. Avevo sei anni nel 1938 quando l’Italia emise le famigerate leggi razziali (o meglio: razziste) e dodici quando Roma venne liberata nel ’44… Comprensibilmente quegli anni mi abbiano segnata profondamente.

E’ da quelle esperienze che è nato quello che credo sia il tuo primo libro, Una bambina e basta, che risale al 1994, come dire cinquant’anni dopo. Come mai hai aspettato tanto?

Per almeno due ragioni. La prima per una specie di senso di vergogna che ho provato nei confronti di quelli che sono morti nei lager. E’ un senso di vergogna credo abbastanza comune agli ebrei della mia generazione e che come me sono riusciti a cavarsela. Perché a loro è capitata quella tragica fine e non noi, in primo luogo. E poi pensavo che le mie vicissitudini tra il ’38 e il ’43 e poi durante i nove mesi dell’occupazione nazista di Roma non erano degne di essere raccontate. Infine perché credo che il ricordo abbia chiesto il tempo necessario per “depositarsi” prima di poter essere messo sulla carta…

Che strano però, Una bambina e basta, che è davvero un libro importante proprio perché ha disegnato un quadro prezioso sugli eventi di quegli anni, ha conosciuto un grande successo tra i ragazzi, nelle scuole.

Sì, e ne sono molto felice. L’essere stata scelta in tantissime scuole di tutta Italia, dal Piemonte alla Puglia, dal Veneto alla Sicilia, mi ha molto emozionata. Centinaia di scuole e migliaia di ragazzi di tutte le età. Mi sono resa conto di avere scritto qualcosa di utile. Il libro è ormai alla sua undicesima edizione. Praticamente sono in viaggio attraverso l’Italia da ottobre a giugno.

Poi hai scritti molti altri libri sull’argomento…

E’ un po’ diverso. Una bambina e basta è la mia storia. Gli altri sono romanzi d’invenzione, salvo parzialmente uno, Una valle piena di stelle edito da Mondadori, che contiene molte vicende realmente accadute. Ma non a me, è ovvio. Poi ci sono due libri per adulti, Tutti i giorni di tua vita, sempre Mondadori (ristampato in economica dall’editrice e/o) una saga famigliare che parte dai primi anni Venti e si conclude quasi ai giorni nostri, e L’albergo della Magnolia (edizioni e/o), storia di un matrimonio misto che si svolge tra il 1934 e il 1939.

Un altro tuo tema è quello legato alla condizione femminile…

Ne tratto anche nei libri a tema ebraico, ma certo ne ho scritto anche a parte. Ne ricordo due: Quasi un’estate (edizioni e/o), storia di una donna nel giorno del suo divorzio e, proprio quest’anno Il mondo è cominciato da un pezzo, ancora e/o editori. E’ un libro che si svolge ai nostri giorni e racconta le vicende di una donna di quarantatre anni che rimane di colpo disoccupata ed è alle prese con una condizione economica difficile anche se si tratta di una famiglia della media borghesia (quella del resto che io meglio conosco) ma soprattutto con un problema di identità smarrita.

Di premi ne hai vinti tanti. Ricordacene qualcuno.

Il premio Elsa Morante opera prima per Una bambina e basta, il premio Moravia per L’albergo della Magnolia, e poi qualche premio per i libri per ragazzi, come il Premio Penne per La lettera B, e altri ancora.

Tu sei stata per trent’anni alla direzione di Shalom, che hai lasciato proprio alla scadenza del trentesimo anno. Non hai qualche rimpianto?

Rimpianti no, trent’anni sono davvero tanti, ma ho ricordi importanti perché ho attraversato guerre, capovolgimenti di ogni genere, le lotte degli ebrei sovietici, e poi le nostre storie di ebrei italiani, con tutti i problemi grandi e piccoli. Momenti tristi, come l’attentato alla sinagoga di Roma del 1982, momenti emozionanti e storici, come la visita di Papa Wojtila nel 1986 alla stessa sinagoga. E poi tanti amici, in redazione e fuori. Sì, sono stati anni importanti.

Vuoi parlare un po’ di te?

Sono piemontese, vivo a Roma dal 1941, sono sposata, ho due figli e tre nipoti, due femmine e un maschio, e continuo a scrivere.

Quanti libri hai scritto finora?

Ventidue. Mi piace ricordare l’ultimo che ho scritto per ragazzi, La ragazza della foto. E’ ambientato a Roma oggi, con lunghi flash-back sul periodo dell’occupazione tedesca e della Resistenza.

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