Le mille luci di Mile End

Libri

di Esterina Dana

Romanzo di esordio originale, ambientato in una Montreal dove riecheggiano l’ironia di Mordechai Richler e le note
di Leonard Cohen. Una famiglia, tra hipster e chassidim

Scalare l’Albero della Vita per raggiungere l’Illuminazione; è questo l’obiettivo che si propongono i tre protagonisti de I mistici di Mile End, alla ricerca ossessiva del senso dell’esistere; questo è il tema di fondo dell’originale romanzo d’esordio della scrittrice canadese Sigal Samuel, affrontato con quell’humor intriso di pathos che evoca i romanzi di Mordechai Richler e l’humus delle canzoni e delle poesie di Leonard Cohen.
Lo sfondo è il quartiere di Mile End, a Montreal, noto per la sua vivacità culturale e sociale. Residenza di artisti, musicisti, scrittori, cineasti, traboccante di botteghe di stilisti, di boutiques e caffè. Ondate di immigrati italiani, greci e portoghesi ne hanno mutato nel tempo la composizione etnica. Il suo borghese sobborgo sud-occidentale è diventato la principale area ebraica di Montreal, dove la comunità chassidica mantiene una radicata presenza. La famiglia Meyer di Sigal Samuel vive a Mile End, appunto, in quel quartiere dalla duplice identità derivata dalla convivenza di hipster ed ebrei-chassidici, di cui essa stessa è il dubitoso riflesso. Attraverso una narrazione che esplora le molte possibilità del suo codice espressivo, Samuel passa dallo sgrammaticato uso del congiuntivo al colto costrutto sintattico, al progressivo ridursi fino all’estenuazione del lessico e della sintassi, definendo così subito i protagonisti nel loro agire e nello sviluppo del loro insight; per il lettore è “un viaggio attraverso l’innocenza, il cinismo, la lussuria, l’illusione e la follia”.

I primi tre capitoli del romanzo rappresentano ognuno una prospettiva diversa della storia nel suo dipanarsi: quella del padre (David) e quella dei figli (Lev e Samara), tutti vittime della traumatica perdita di Miriam, madre e moglie devota morta in un incidente stradale, evento che ha devastato la loro vita e i loro rapporti interpersonali. Il narrato a prospettive multiple è magistralmente funzionale ad evidenziare come questi tre personaggi affrontano la disperazione e lo smarrimento. Ciascuno, alla sua maniera, cerca una ragione per vivere, ma approda drammaticamente al silenzio, per una sorta di fraintendimento o un “necessario” inganno della mente che giustifichi il senso di solitudine che lo isola dagli altri. A Mile End, infatti, Samara e Lev hanno trascorso la loro non facile infanzia, anche a causa dall’assenza di un padre, professore di misticismo ebraico, perennemente distratto e assorbito dal lavoro.

Ad aprire la narrazione è Lev: 10 anni pieni di interrogativi sul senso della vita e della morte, sull’amore e il dolore e sulla relazione tra tutto ciò e Dio. Nel tentativo di colmare con le possibili risposte il vuoto lasciato dalla morte della madre, scrive liste di cose da fare durante la sua esistenza: liste con i possibili frutti alla portata dei progenitori nell’Eden, liste di quello che si può mangiare, liste dedicate al silenzio e a dove esso può essere trovato. Lev è il portavoce della necessità di comunicazione. Intuisce i segni e i messaggi del mondo sia avvicinandosi alla cultura ebraica, sia dalla scoperta di un codice binario delle stelle e dei pianeti che gli rivela la comunicazione perenne fra gli elementi, sia dagli appunti sparsi del padre ateo, ma cultore di cabalistica, sia dalle parole mistiche e misteriose dei vicini di casa.
Dopo un’ellissi temporale di 10 anni, nel secondo capitolo la parola passa all’io narrante David, padre e fascinoso vedovo in cerca di consolazione nello sport e nell’amore delle sue allieve. Dopo un infarto, gli viene diagnosticato un soffio al cuore che lui interpreta come il sussurro dei segreti divini della cabala e si illude che, aumentando al massimo il ritmo della corsa (e del suo cuore), possa addirittura ascoltare la voce di Dio. I suoi appunti e i suoi testi relativi all’Albero della Vita finiscono (non) casualmente nelle mani di Samara. La dedica “A mia figlia” la convince a finire ciò che era stato cominciato dal padre. Anche David s’interroga quindi sulla comunicazione: quella mancata con Samara, lontana da casa, quella con Lev, che ha abbracciato l’ortodossia, e quella fra il suo cuore e il ritmo del mondo.

Il terzo capitolo è dedicato a Samara e al suo comunicare. Eccola quindi che lascia l’università; poi il lavoro; la compagna e, pian piano, tutto. Il suo delirante cupio dissolvi distrugge tutto quello che la circonda. Gli studi del padre sull’Albero della Vita la spingono a scalarne tutti i gradini; antitesi e paradossi la prosciugano nel corpo e azzerano la sua mente; si annulla la sua volontà di comunicare. Resta aperto solo il canale con Alex in quanto capace di leggere ciò che anche una stella può comunicare all’uomo. Nel quarto e ultimo capitolo la prospettiva diventa oggettiva, il discorso più corale. Ricompaiono gli strani personaggi che hanno fatto da dinamico contraltare ai protagonisti: il signor Katz, intento a ricreare nel suo giardino l’Albero della conoscenza con foglie, rotoli di carta igienica e filo interdentale, il religiosissimo signor Chaim Glassman, scampato alla Shoah; Alex, il giovane inascoltato astronomo sognatore. La storia giunge al suo happy end quando Glassman riesce a “risvegliare” Samara dalla sua follia convenendo che sì, “il mondo non è bello, ma gli esseri umani hanno bisogno di provare a renderlo bello. Non fuggendo in un mondo superiore, ma cercandolo sulla Terra, nelle persone che ci circondano”.

 

Sigal Samuel, I mistici di Mile End, traduzione dall’inglese di Elvira Grassi, editore Keller, pp. 360,  euro 18,00

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