I bambini di Bullenhauser Damm in una nuova edizione

di Anna Lesnevskaya

Li chiama “i nostri bambini”, Maria Pia Bernicchia, l’autrice del libro Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti… I 20 bambini di Bullenhuser Damm. Una carezza per la memoria (Proedi Editore, 2014), la cui seconda edizione ampliata è stata presentata il 17 aprile all’auditorium del Memoriale della Shoah di Milano. Un giorno il famoso storico della Shoah Marcello Pezzetti aveva detto a Maria Pia che non era in grado di raccontare la tragedia dello sterminio degli ebrei per la sua eccessiva sensibilità. Eppure ci voleva proprio il cuore, più che la testa, per narrare la storia di 20 bambini ebrei usati come cavie per esperimenti e uccisi dai nazisti il 20 aprile del 1945 negli scantinati della scuola di Bullenhuser Damm ad Amburgo.

Nel suo racconto Maria Pia non solo riscatta le piccole vittime dall’anonimato documentando meticolosamente la loro vicenda, li accarezza “per tutte le infanzie rubate” e “per tutto il non amore”.

Come ha ricordato alla presentazione Andrea Jarach, il presidente della Proedi Editore, dalla sua prima pubblicazione nel 2004, ristampata cinque volte fino all’attuale nuova edizione (i proventi dalla sua vendita andranno a finanziare la costruzione della biblioteca del Memoriale della Shoah), il libro è passato da 96 a 250 pagine. Questo perché all’originario nucleo del racconto si è aggiunto un importante apparato scientifico. Ci è voluto un anno alla squadra di quattro donne, tra cui Maria Pia e la curatrice del libro Patrizia Masnini, per cercare negli archivi dei campi di concentramento e della Stasi le testimonianze storiche che nel modo più preciso documentassero ciò che è accaduto nella scuola di Bullenhuser Damm. “Questa storia che appartiene a tutti noi deve essere ancora documentata”, ha notato con amarezza Masnini. Farlo è un sforzo necessario per combattere i due nemici principali della memoria, che per il presidente della Fondazione del Memoriale della Shoah, direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, sono “la banalizzazione e la semplificazione”.

La storia dei 20 bambini – 10 femmine e 10 maschi di un’età compresa tra i cinque e i dodici anni, 14 originari della Polonia, due della Francia, uno dell’Italia, uno della Jugoslavia e due dell’Olanda – accomunati dal fatto di essere nati da una mamma ebrea, “rappresenta tutta l’Europa”, dice Maria Pia. Ne ricorda soprattutto la responsabilità nel non aver impedito che questi bambini fossero portati via dalle loro case e deportati insieme ai genitori nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau in Polonia. Come il piccolo bambino napoletano Sergio De Simone, nato nel 1937, che insieme alla famiglia salì sul convoglio diretto ad Auschwitz il 4 aprile del 1944. È nella baracca 11, la “Baracca dei bambini”, che venne nel novembre dello stesso anno a prelevarlo, insieme ad altri 19 piccoli, il dottor Josef Mengele, il medico di Auschwitz, noto come “l’angelo della morte”.

Le cugine di Sergio, Tatjana e Andra Bucci, che erano con lui nella stessa baracca e sono sopravvissute allo sterminio, rimpiangono di non averlo trattenuto con loro. Una SS le avvisò che non dovevano dare retta all’uomo che sarebbe venuto nella loro baracca. Per selezionare i bambini destinati agli esperimenti, Mengele disse loro: “Chi vuole vedere la mamma, faccia un passo avanti”. Frase questa che ha dato il titolo al libro. Il piccolo Sergio partì sorridente per il campo di lavoro di Neuengamme, a pochi chilometri da Amburgo. Era sicuro di andare verso l’abbraccio della mamma Gisella, che ripeteva: “È così bello il mio bambino, nessuno può fare del male a un bambino così bello”. Eppure il dottore delle SS Kurt Heissmeyer utilizzò Sergio e altri piccoli arrivati nella baracca 4a di Neuengamme come cavie, iniettando in alcuni tagli sotto le loro ascelle i bacilli di tubercolosi, alla ricerca di un vaccino. Heissmayer fece asportare ai bambini le ghiandole ascellari per poi accorgersi che i suoi sperimenti erano del tutto inutili.

Con gli Alleati alle porte, Heissmayer fuggì, mentre i bambini, insieme a due medici francesi e due infermieri olandesi che fecero parte della Resistenza, furono portati il 20 aprile del 1945 nella scuola di Bullenhuser Damm a Amburgo. Dopo aver impiccato gli adulti, le SS fecero spogliare i bambini, gli iniettarono la morfina e li uccisero, “appesi a un gancio come quadri alla parete”, secondo la testimonianza di uno dei carnefici, Johann Framm, condannato a morte, con altri criminali nazisti, tra cui il comandante del campo di Neuengamme, Max Pauli, a seguito del processo di Curio-Hauss condotto dal Tribunale militare britannico nel 1946. Eppure non tutti gli assassini furono puniti. Infatti, uno dei capitoli del libro Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti…si intitola La giustizia e la non giustizia. Arnold Strippel, del campo di Neuengamme, che aveva il compito di eliminare i bambini, riuscì a sfuggire alle maglie della giustizia tedesca e fu pure risarcito per danni subiti. Morì impunito di morte naturale nella sua casa di Francoforte nel 1994. Mentre il medico degli orrori Heissmayer fu condannato all’ergastolo nel 1966, e trovò la morte in carcere.

È stato possibile a far luce sulla storia dei bambini di Bullenhuser Damm grazie al giornalista tedesco Günther Schwarberg che nel 1979 la raccontò in un’inchiesta a puntate sulla rivista amburghese Stern, mentre nel 1988 pubblicò il libro Il medico delle SS e i bambini. Schwarberg, scomparso nel 2008, condusse le sue ricerche partendo da un elenco coi nomi dei bambini e il Paese di loro provenienza scritto da un prigioniero danese di Neuengamme. In seguito riuscì a ritrovare i parenti di 16 bambini, che ogni anno presenziano alla commemorazione alla Bullenhuser Damn, scuola in cui per anni si condussero lezioni senza serbare un minimo ricordo del massacro dei bambini ebrei. Solo grazie all’opera di Schwarberg, in quel luogo fu creato un museo e un giardino dei rose bianche per ricordare i bambini uccisi. Maria Pia Bernicchia, insegnante veronese in pensione, che da anni si dedica alla memoria della Shoah, ha fatto conoscere la storia di Bullenhuser Damm in Italia, adottando i libri di Schwarberg per raccontare “col cuore” e con un linguaggio volutamente semplice la storia dei “nostri bambini”, restituendo loro l’affetto materno.